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Associazione culturale Neoborbonica
L'orgoglio di essere meridionali

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(Della serie … Chi la paga?)

 

È di questi giorni la notizia che, in Calabria, un abitante su quattro sarebbe in qualche modo legato alla ‘ndrangheta.

Non so se questa statistica sia vera (e penso che non lo sia) ma la spiegazione che mi viene in mente, per chiarirmi l’esistenza di percentuali di collusione anche minime, trae spunto da fatti lontani nel tempo.

La spiegazione forse è semplicistica però, se alcuni dati relativi alla politica post unitaria adottata nei confronti dei calabresi fossero solo la punta dell’iceberg, nient’altro che un esempio, cioè, della politica messa in atto in generale nei confronti del Sud ex duosiciliano e della Calabria in modo particolare, allora essa potrebbe essere giusta.

La Calabria è la regione in cui, dopo l’unità, gli estimi catastali sono tra i più alti d’Italia; quella in cui la spesa per la costruzione di edifici scolastici è la più bassa (il che fa pensare che anche altre spese pubbliche siano state tra le più basse dell’Italia unificata); quella che vede chiudere il suo polo siderurgico di Mongiana (il più grande dell’Italia di allora) e tutto ciò che di indotto poteva gravitarvi intorno; una regione che conosce, come le altre del Sud, la chiusura dei “privati opifici”, l’annullamento del commercio (“diminuito, anzi annullato il commercio”), la riduzione delle commesse (perché … “tutto si fa venir dal Piemonte”) e quella dei posti di lavoro anche per via dell’arrivo di braccia straniere (“non vi ha faccenda nella quale un onest’uomo possa buscarsi alcun ducato che non si chiami un piemontese a sbrigarla”; Proto, come tutto il virgolettato precedente[1]).

A questo punto il collegamento sorge spontaneo: forse è stata la crisi post unitaria (cominciata nel 1860 e mai, ovviamente, terminata) a consegnare i calabresi alla malavita organizzata e a rendere quest’ultima sempre più potente.

La popolazione di questa regione dovette arrangiarsi come meglio poté, nel baratro in cui la politica post unitaria (l’unità) l’aveva sprofondata. Chi aveva qualcosa se lo vide espropriato perché, per mangiare aveva evitato di pagare le tasse (la Calabria fu la regione in cui l’espropriazione per mancato pagamento delle tasse fu la più alta d’Italia: una ogni 114 abitanti contro una ogni 27.000 in Piemonte e Lombardia!!!); chi non aveva più nulla, se non la forza delle sue braccia e una volontà indomita di andare avanti, emigrò; ma chi restò dovette, inevitabilmente, fare i conti con la povertà, le miseria, la presenza - assenza di uno stato patrigno … e i nuovi signori del sommerso che in tutto questo ci sguazzano.

Si cominciò col subirli (che altro si poteva fare? Ricorrere all’aiuto di uno Stato lontano e studiatamente assente?) per finire col guardare ad essi (grazie al fatto che quello stesso stato patrigno proprio “quelle persone” aveva messo … “Intendenti al governo delle province, alle direzioni, alle amministrazioni, a’ tribunali[2] ) come ad una presenza inevitabile con la quale convivere alla meno peggio.

Colpa nostra, dunque? Colpa dei Calabresi di ieri e di oggi? Colpa dei giovani? Colpa dei meridionali tutti se certe onorate società prevalsero e si fortificarono?

Penso proprio di no.

Ci levassero, allora, quest’onta di dosso, non dicessero più che siamo stati noi la causa di quel nostro male, perché  già troppo e troppo fetido è il peso che grava su di noi.

E non parliamo dell’oggi…

Forse sbaglio, ma penso che oltre ai tosco padani anche certe “organizzazioni” dovrebbero ringraziare Garibaldi (per quanto comodino egli sia stato) per il suo tour del 1860.

 

Ma… Chi la paga? La risposta è nei fatti: ieri, come oggi, noi del Sud.

 

Futuro



[1] Parlamento Italiano, Ufficio di Presidenza , Atto 234 del 20 Novembre 1861 depositato da Marzio Francesco Proto Carafa Pallavicino, duca di Maddaloni. Proto fu eletto, nel 1848,  deputato di Casoria alla Camera Napoletana;  visse in esilio dal 1849 al 1857. Eletto, nel 1861, deputato di Casoria al Parlamento italiano, si riavvicinò ai Borbone nella persona di Francesco II in esilio a Roma. Il riavvicinamento fece seguito alle  dimissioni da deputato che egli diede quando non solo vide respinta la sua richiesta di mettere in discussione,  nell’aula parlamentare, la mozione di inchiesta da egli presentata il 20 Novembre ma, addirittura, si vide invitato a ritirarla.

[2] Giacinto de’ Sivo.

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