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Associazione culturale Neoborbonica
L'orgoglio di essere meridionali

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Lettera sulla Gazzetta del Mezzogiorno PDF Stampa E-mail

Carissimi amici dell'associazione,

il 26 gennaio 2005, il prefetto di Potenza si è rifatto vivo con una lettera alla Gazzetta del Mezzogiorno, nella quale continuava a ripetere quello che aveva già affermato al momento del diniego della intitolazione ad una strada ai briganti a Latronico, ossia che il brigantaggio fu un fenomeno delinquenziale e non politico, e si era macchiato di orrendi crimini contro l'esercito regio e contro la stessa popolazione meridionale. Io, ho mandato una lettera alla gazzetta, che è stata pubblicata il 29 gennaio, nella quale ho espresso la mia idea sul brigantaggio.

Egr. direttore,

in merito alla diatriba sulla intitolazione di una strada ai briganti, vorrei esprimere la mia opinione. Il fenomeno "brigantaggio" nacque all'inizio come movimento politico in appoggio ai Borbone, ma poi assunse un carattere di protesta sociale più generale. Gli eventi del 1860-61 vennero accolti dalla popolazione meridionale come un ennesimo episodio di sopraffazione e di assoggettamento: il governo piemontese appariva infatti, come un usurpatore. A ciò si aggiunse l'egoismo dei nuovi-vecchi padroni che si arricchirono grazie alle vendite dei beni della Chiesa e del Demanio. Beni del Demanio che fino a quel momento erano concessi come "usi civici" ai contadini. Così descrisse la situazione Benedetto Croce "..a conseguire il fine di migliorare le condizioni dei contadini sarebbe giovato adoperare i beni ecclesiastici, bene dei poveri da restituire ai poveri e non lasciare che li divorassero invece impiegati e speculatori...". Quindi in un primo momento la rivolta fu portata avanti da soldati borbonici. A questi, si aggiunsero i contadini meridionali, che si ritirarono sui monti a formare squadre di "briganti" e a fare "guerriglia". Una guerriglia, condotta su un duplice fronte, quello delle incursioni per razziare e depredare i ricchi proprietari terrieri, e quello sul piano squisitamente militare contro l'esercito piemontese. Il brigantaggio fu un fenomeno che iniziò nel 1861, e continuò ad imperversare fino al 1870, quando il generale Pallavicini, comandante delle forze per la repressione del brigantaggio, catturò gli ultimi briganti. A metà 1861, il fenomeno del brigantaggio assunse dimensioni così dilaganti che costrinse i piemontesi a portare il numero dei soldati impiegati nel Sud dagli iniziali 22.000 a un contingente di 120.000. In cinque anni ci fu un'ecatombe di vittime assumendo le proporzioni di una guerra civile. Si calcola che tra il 1861 e il 1872 rimasero uccisi in combattimento o passati per le armi 266.370 "briganti". E l'ex esercito borbonico? Migliaia di ragazzi che decisero di non passare nell'esercito piemontese, furono rinchiusi nei lager sabaudi di Fenestrelle (solo qui si contarono oltre 40.000 prigionieri), Genova, San Maurizio Canavese, Alessandria, Milano ecc. Nessuno di essi tornò alle loro famiglie. Dei loro corpi non c'è traccia, perchè?, anche se non esistevano i forni crematori nazisti, i piemontesi avevano creato pozzi pieni di calce viva, in cui sciogliere i cadaveri e non solo.

Le rappresaglie sulla popolazione furono atroci e sanguinose, tramite la distruzione di interi paesi e le fucilazioni senza processo di centinaia di contadini ritenuti a torto fiancheggiatori dei briganti. A tal riguardo basta ricordare l'episodio di due paesi, Casalduni e Pontelandolfo che, dopo essere insorti contro l'esercito piemontese, furono bruciati nel cuore della notte, dalle truppe regie guidate dal colonnello Gaetano Negri. I morti superarono sicuramente il migliaio, ma le cifre ufficiali non furono mai dichiarate dal governo piemontese.

In quanto alle atrocità commesse dai briganti, i piemontesi non furono da meno. Infatti, questi valenti soldati inviati nel Meridione per riscattarlo dalla "bestiale tirannia borbonica" portandovi civiltà e cultura, non solo avevano il civile vezzo di decapitare la gente e incendiare paesi, ma addirittura quello di conservare sotto spirito reperti umani. Ecco ciò che scriveva in un telegramma ad un suo superiore, un ufficiale piemontese in servizio antibrigantaggio: 'Catanzaro 13 luglio 1869 - Ill.mo Generale Sacchi, la testa di Palma (nome di battaglia di Domenico Strafaci) mi giunse ieri al giorno verso le sei e mezzo. E' una figura piuttosto distinta e somigliante a un fabbricante di birra inglese. La testa l'ho fatta mettere in un vaso di cristallo ripieno di spirito, e chieggio a Lei se vuole che la porti così per farla imbalsamare, non essendo capace nessuno di fare tale operazione. Nel caso affermativo me lo faccia prontamente sapere. Si sono fatte delle fotografie della testa e se riescono bene gliene spedirò un certo numero. Firmato: il Comandante della zona militare Colonnello Milon.

In conclusione, non dobbiamo scandalizzarci sul brigantaggio, ma considerare i motivi che l'hanno generato, e la maniera con cui è stato contrastato. L'Italia è stata fatta e noi ne siamo lieti e orgogliosi però, è stata fatta anche con modi e metodi brutali, di cui si deve prendere atto.

P.S. Al colonnello Gaetano Negri (carnefice di Pontelandolfo e Casalduni) sono state intitolate delle piazze!

 

La risposta del direttore Lino Patruno lino.patruno@gazzettamezzogiorno.it

Le piazze intitolate a Negri mi sembrano il colmo. Se quel periodo della storia italiane e meridionale va ancora ben studiato, è bene che lo si faccia senza giudizi precostituiti ne su piemontesi ne sui cosidetti briganti. (Quanto alla ferocia dei piemontesi, non meraviglia visti tutti i loro rapporti che parlavano del sud come terra di selvaggi).

Armando Calvano - Andria

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