spacer
spacer search

Associazione culturale Neoborbonica
L'orgoglio di essere meridionali

Search
spacer
header
Questo sito utilizza cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagine o cliccando qualunque suo elemento, acconsenti all uso dei cookie. Se vuoi saperne di più vai alla sezioneulteriori info.Ok
Associazione
modalità iscrizione
Perchè Neoborbonici
Why Neo-Bourbons
Organigramma
Carte Sociali
Sede e Delegazioni
Inno Neoborbonico
WebMail
www.ilnuovosud.it
Site Administration
Rete Due Sicilie
Giornale delle Due Sicilie
Attività
Storia del Movimento
Prossime attività
Libro degli ospiti
Dillo ai Neoborbonici
Le tue lettere
Login Form
Username

Password

Ricordami
Hai perso la password?
Non hai ancora un account? Creane uno!
 
Home

I BRIGANTI? ALTRO CHE CRIMINALI... REPLICA AL "MATTINO" PDF Stampa E-mail

IlBrigantaggio:laguerrasocialedeicontadinimeridionali...

I BRIGANTI? ALTRO CHE CRIMINALI... REPLICA AL "MATTINO". Secondo l’articolista che sintetizza un nuovo libro sul brigantaggio (Il Mattino 2/8/20), “il brigante non fu un novello Robin Hood e neanche un ribelle contro la miseria o contro uno Stato oppressore e straniero: fu un criminale autore di violenze ed efferatezze contro le stesse popolazioni meridionali”. Non furono, allora, i bersaglieri ad uccidere i meridionali o a violentare le donne ma

gli stessi briganti, “masnadieri” che volevano solo arricchirsi ed esisterebbe un rapporto “simbiotico” tra bande brigantesche e “organizzazioni mafiose”. Per finire, poi, a dimostrazione, forse, del tentativo di pubblicizzare il libro (“destinato a creare polemiche”), un richiamo diretto (e offensivo) al “movimento neoborbonico” del solito Alessandro Barbero, storico del Medioevo che da qualche anno ha preferito “sconfinare” con pubblicazioni, convegni e prefazioni intorno alla storia dell’unificazione italiana. Riepilogando e in estrema sintesi: questo libro di M. Vigna, un autore esperto di storia medioevale (altro punto di contatto con Barbero) e del quale sul web finora non risultano altre pubblicazioni, con l’eccezione di un romanzo romantico che non sappiamo se è attribuibile a lui (“Quando l'amore si fa insieme gioia e dolore” il sottotitolo), smantellerebbe decenni di ricerche e decine di ricercatori che sul brigantaggio hanno sostenuto l’esatto contrario delle sue tesi. E non parliamo, come fa sempre Barbero per limitare la portata della diffusione delle nostre tesi, di tesi “neoborboniche”, pure essendo costretti a ringraziare Barbero per l’importanza che ci attribuisce, visto che ormai saremmo capaci di “tenere in ostaggio” un’intera cultura con la nostra visione del brigantaggio… Non quadra dal punto di vista logico e non solo storico, del resto, la tesi secondo la quale si sarebbe trattato di un brigantaggio tutto “interno” con meridionali vittime di altri meridionali: a cosa sarebbero serviti oltre 200.000 soldati sabaudi se si fosse trattato di faide familiari e locali degne dell’intervento magari di qualche vigile urbano? E perché mai il povero D’Azeglio si sarebbe dovuto fare quelle drammatiche e famose domande sulla necessità o meno di inviare “sessanta battaglioni (e pare che non bastino) e di dare archibugiate ad italiani che non vogliono unirsi a noi”? Ma questo libro smentisce D’Azeglio e con lui lo stesso Benedetto Croce quando sosteneva che le Due Sicilie erano crollate per un “urto esterno”. E smentisce pure un ufficiale italiano che spese la sua vita tra i documenti del brigantaggio: “per i meridionali l’esercito italiano era violatore e usurpatore dei legittimi diritti dello stato napoletano, essendo stata la reazione politica il principale movente di quella insurrezione” (Cesare Cesari, 1920). E, pur definendolo “straordinario”, smentisce addirittura uno dei testi più recenti e che la critica “amica” ha definito più volte risolutivo della questione-brigantaggio e che pure sostiene, insieme ad altre e contradditorie tesi, la tesi del brigantaggio “politico” con numerosi documenti che attestano le gerarchie quasi militari, le medaglie e gli appelli firmati dai capibanda con i continui riferimenti a Francesco II, a Maria Sofia o al Papa, i “nastri con i colori borbonici o papalini”, le piastre “con l’effigie di Francesco II portata a guisa di medaglia”, le “dichiarazioni, i proclami, i manifesti che annunciarono sempre l’obiettivo di riportarli sul trono: “il sogno della restaurazione, il ricordo di quelle passate, fu uno dei motori più forti per continuare la guerra” (Carmine Pinto, 2019). Evidentissime anche le prove di massacri indiscriminati e il racconto delle atrocità commesse dagli “unitari” contro i briganti è chiaro, dettagliato e crudo con “inseguimenti, imboscate, rastrellamenti, arresti, sfide personali, fucilazioni spietate e schierando tutte le tipologie di armi: fanteria, bersaglieri, artiglieria, cavalleria, marina, carabinieri e polizia” (sempre Carmine Pinto, 2019). Tutti documenti che, a centinaia, anche il sottoscritto ha sempre ritrovato, per i suoi libri, fra i documenti dei fondi Brigantaggio degli archivi meridionali e tra quelli conservati presso l’Archivio dello Stato Maggiore a Roma. Ma questo libro va oltre le denunce di parlamentari corretti come Giuseppe Ferrari (“voi potete chiamarli briganti ma difendono il loro re”), oltre i diari dei bersaglieri che mangiavano il cibo saccheggiato mentre era forte il rumore “di quei poveri cadaveri abbrustoliti nelle loro case” (Carlo Margolfo, 1861), oltre anche i proclami e le leggi crudeli di Fumel e Pica (cavillosa e inutile la ricerca di precedenti borbonici), va oltre i 15.000 morti di Pinto (stima per difetto, secondo noi) o le decine di migliaia di vittime, di deportati (civili e militari), di incarcerati e forse l’autore ha una motivazione precisa che non ha il coraggio di rendere pubblica: secondo lui erano semplicemente tutti delinquenti abituati a delinquere senza alcuna motivazione politica e neanche sociale e si sente, da lontano, l’eco delle tesi razziste di Cesare Lombroso… E, a proposito di brigantaggio “sociale”, questo libro supera anche le tesi di Gramsci su quello Stato italiano massacratore di poveri contadini che “scrittori salariati infamarono con il nome di briganti”, supera le tesi dello stesso Franco Molfese o dei recenti e documentatissimi studi di Gigi Di Fiore. In quanto ai presunti collegamenti tra briganti e mafiosi (con lo stesso autore che addirittura riconosce che “non sono documentati in modo sistematico”), questo libro dimostra di aver superato anche le ricerche di intellettuali famosi e coinvolti in maniera diretta sul tema: "non ci sono collegamenti tra mafia e brigantaggio, le zone di brigantaggio non corrispondono a quelle delle mafie, le mafie vengono dalla massoneria e dalla carboneria” (Isaia Sales, 2019); “quelli che mettono sullo stesso piano brigantaggio e mafie sono dei caproni ignoranti che non leggono e non hanno studiato” (Nicola Gratteri, 2011). Poco importa all’autore che, nei documenti analizzati risultino, oltre a migliaia di soldati, centinaia di “possidenti, sacerdoti, professionisti, mugnai, tavernieri, artigiani e operai” (sempre Pinto, 2019): erano, per l’autore, sempre e comunque “delinquenti e criminali” e i meridionali veri, quelli bravi, erano solo quelli “unitari” e non ci fu una vera opposizione all’unificazione (è la tesi centrale di alcuni convegni organizzati dalla massoneria negli ultimi anni).
Numerosi, del resto, i dubbi che il libro lascia dopo la lettura delle sue 500 pagine. La maggioranza dei documenti pubblicati è stata consultata presso l’Archivio di Torino e il libro si risolve in un elenco sterminato di singoli episodi tutti selezionati con un unico fine: dimostrare che i briganti erano tutti criminali, più o meno come fece la (seconda) Commissione di Inchiesta del 1863, come se non fossero passati oltre 150 anni e centinaia di ricerche e ricercatori. E non possiamo non chiederci quale possa essere il senso logico di questo sterminato (e spesso veramente noioso) elenco di reati (164 quelli della banda Franco, ad esempio): è ovvio che quei briganti, anche per sostenere la loro guerra, facessero ricorso a reati di varia natura ed è altrettanto ovvio (tranne che per l’autore) che tra di loro fossero presenti anche criminali comuni come capita in tutte le guerre del mondo e in ogni tempo… Ma poco importa: si trattava sempre e comunque di “pregiudicati e ricercati” o parenti di altri briganti (come se andassero a fare scampagnate in famiglia e non a rischiare la vita ogni giorno), soldati ma per caso, visto che per lui non disertavano perché “borbonici” (ignorando l’enorme quantità di disertori anche “politici” che lo stesso Barbero attesta). Numerosi anche gli spunti poco chiari o confusi: ad esempio quando si attribuiscono a Liborio Romano “ministro della polizia di Francesco II” accordi con la camorra per “impedire tumulti a Napoli prima dell’arrivo di Garibaldi” (è vero che quegli accordi ci furono ma don Liborio li fece per conto dello stato italiano). Pretestuose, secondo il nostro parere, le parti in cui si evidenziano in maniera quasi ossessiva i casi di ipotetica “antropofagia” mescolando fonti (di parte), casi clinici e fonti letterarie (quei “cenni storico-aneddotici”) e ignorando quelle documentarie (gli atti processuali della rivolta siciliana del 1866 non hanno mai confermato quei casi), mischiando i fatti del 1799 e quelli del 1860, ignorando le “tecniche” militari terroristiche sia dei francesi che dei piemontesi con decapitazioni sistematiche o orrende mutilazioni che nel caso dei francesi in Spagna Goya ritrasse fedelmente: l’autore dimentica anche i complessivi centomila meridionali massacrati dai francesi tra il 1799 e il 1815 e con le sue teorie su “vampirismi collettivi”, le “subculture brigantesche” o il parallelo con Nuova Guinea e Aztechi, offende, in fondo, una intera popolazione che nella sua trimillenaria storia non aveva mai fatto registrare casi di cannibalismo… L’autore, poi, non concorda con tutti gli storici che hanno definito “grande brigantaggio” quello post-unitario e anche in questo caso si tratta di questioni logiche e non storiografiche: se centinaia di storici lo hanno definito così è perché (altro che “brigantaggio endemico” e risalente quasi al Medioevo e magari legato ad un dna malato di questi terribili meridionali) non si era mai verificato per quantità di persone coinvolte e durata, un fenomeno di tali proporzioni. Surreali le domande che l’autore stesso si pone rispondendosi da solo: “il brigante medio combatteva per un ideale o era un criminale? Il brigante era abitualmente un delinquente”. E quello che colpisce, in uno studio storico, sono quelle definizioni (“brigante medio”, “abitualmente”) che trovano risposte in dati e statistiche con (è scritto spesso) “campioni limitati” e si resta, infatti, nella citazione di poche centinaia di casi a fronte di migliaia di casi ancora “inesplorati” (Molfese parlava di “avanzi di un naufragio” in riferimento ai documenti sul brigantaggio) o di altrettanti casi di segno opposto e che smentirebbero le supposizioni. Surreale anche la tesi secondo la quale sarebbero pochi gli episodi nei quali i briganti attaccarono l’esercito a dimostrazione del fatto che l’autore forse non conosce le tecniche di guerriglia inevitabilmente adottate dai briganti. Surreali anche alcune domande finali quando l’autore invoca nuove ricerche per capire come avrebbe fatto lo Stato italiano a distruggere la plurisecolare piaga meridionale del brigantaggio (gli suggeriamo una pista: forse con la repressione più brutale della storia non solo italiana). Per questo libro e per Barbero, però, chiunque abbia sostenuto o sostenga tesi diverse è “antiunitario” o (riconosciamo il solito moderato e sobrio stile barberiano) sarebbe artefice di “operazioni inquietanti e fraudolente” con tesi “immaginarie e consolatorie” ma i due aggettivi potrebbero essere perfetti per chi, a dispetto di tanti altri ricercatori, di tanti altri suoi colleghi e anche di tanti documenti, continua a credere alla favola del “risorgimento” con i cattivi tutti da una parte e i buoni dall’altra. Appare chiaro, allora, che l’autore è stato vittima di quello che il prof. Luigi De Matteo ha più volte felicemente definito “tesismo”: innamoratosi di una tesi (quei “briganti criminali”, richiamati fin dal titolo sparato dal Mattino), l’ha portata avanti a prescindere da altre tesi e documenti evidenziando solo quello che confermava la sua tesi e la linea è molto simile a quella “minimizzante e consolatoria” di Barbero sui prigionieri borbonici di Fenestrelle quando dichiarò chiusa la questione consultando solo 63 unità archivistiche sulle 2773 complessive presenti sul tema e con un “campione” di poche decine di soldati (nel prossimo autunno importanti novità archivistiche sul tema…). Ovvio, poi, che in una guerra lunga e drammatica ci siano stati episodi di crudeltà anche dalla parte “brigantesca”, ma evidenziare solo quegli episodi è una semplificazione superficiale, parziale e in fondo anche offensiva nei confronti di migliaia di meridionali vittime di un’unificazione che non volevano accettare e che pagarono con la vita o con sofferenze enormi la loro scelta, una scelta che dopo oltre un secolo e mezzo e di fronte ad una questione meridionale sempre più drammatica e senza alcuna soluzione di continuità dal 1860 ad oggi, avremmo il diritto e il dovere di raccontare e di rispettare. Si tratta, allora, da parte della cultura accademica, dell’ennesimo e forse triste e inutile tentativo di tentare la strada della divulgazione utilizzando in questo caso anche Il Mattino (e ci dispiace, visto che non registriamo spazi altrettanto “ampi” per tesi differenti, pure trattandosi del maggiore quotidiano meridionale). Chiaro, però, che ognuno possa scegliersi linee e lettori ed è chiaro anche che i lettori possano fare le loro scelte (e le stanno anche facendo da alcuni anni). Chiaro anche che, trattandosi di temi delicati, complessi e con molti riferimenti legati all’attualità, un dibattito ed un confronto sarebbero stati e sarebbero necessari e utili.
Prof. Gennaro De Crescenzo

< Prec.   Pros. >
spacer
Centro Studi
Primati
Risorgimento
Esercito
Eroi
Brigantaggio
1799
Difesa del regno
Sport Sud
Siti dei Tifosi
Compra Sud
Progetto
Galleria
Galleria Immagini
Chi è Online
Abbiamo 33 visitatori online
Utenti
21405 registrati
0 oggi
5 questa settimana
2034 questo mese
Totale Visite
13191063 Visitatori

 
© 2005 Movimento Neoborbonico, via Cervantes 55/5 Napoli.
Tutti i diritti riservati.
spacer