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Associazione culturale Neoborbonica
L'orgoglio di essere meridionali

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“NEOBORBONIA”? UN “GIORNALE”, UN LIBR(ETTO), UN ALTRO RICONOSCIMENTO E QUALCHE RISATA... PDF Stampa E-mail
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“NEOBORBONIA”? UN “GIORNALE”, UN LIBR(ETTO), UN ALTRO RICONOSCIMENTO E QUALCHE RISATA… Qualche giorno fa è stato messo in vendita con "Il Giornale" un libretto intitolato "Benvenuti in Neoborbonia. Chi sono e che cosa vogliono i nostalgici del casato che fece grande il Sud". Meglio chiarire subito che, secondo il nostro parere da antichi

 
abitanti della "Neoborbonia" (!), è un libro inutile anche se ci tocca ringraziare l'autore per la pubblicità che ci regala (cita diversi movimenti ma descrive solo la storia del Movimento Neoborbonico, il "movimento più importante e autorevole" e le nostre "centinaia di attività", dal Parlamento delle Due Sicilie a Gaeta). Meglio anche sottolineare la solita "trappola" del sottotitolo che cerca di attirare i potenziali acquirenti neoborbonici intuendo, ormai, che è un trend di successo. Un libr(etto) irrisolto che dice tutto e anche il contrario di tutto a poche righe di distanza come se qualcuno (dalle parti di Milano) si fosse accorto di un fenomeno importante ma cercasse di farlo "suo" e di spiegarlo a modo suo per cercare di "contenerlo" usando i soliti superati e inutili schemi (altro che quel "Fuori dal coro" usato come titolo della collana!). E per farlo si serve di un giornalista di cui non avevamo alcuna conoscenza fino a qualche giorno fa (forse di origini napoletane ma in servizio presso il Giornale di Brescia) e che alla fine ti sollecita una domanda: ma a che servono queste 60 paginette? E così si passa da qualche affermazione vera a tante affermazioni false e frutto, forse, di rapide ricerche sul web. "Sfrenati desideri revanscisti", allora, si uniscono a "germi e virus" per un movimento che prima viene definito come una galassia di "microscopici movimenti" e poi "in crescente espansione", prima saremmo privi di "forza politica e rigore ideologico" e poi dotati "di una certa vitalità politica" e (addirittura) in grado di "corrodere l'idea nazionale italiana", prima ci definisce "sottostimati" e poi ci "sottostima" anche lui, prima associa al neoborbonismo "una tradizione popolare", sottolinea gli oltre 12 milioni di visitatori del sito neoborbonici.it, gli oltre 250.000 "utenti" dei social (anche se sono di più) ma cita casualmente gruppi e siti che sarebbero legati ai nostri temi ma che non lo sono affatto (dai centri sociali ai siti calcistici come "ilnapolista" fino al senatore Sergio Puglia, autore di un ottimo intervento al Senato sulle vere ragioni della questione meridionale ma non "della proposta del giorno della memoria"). E così pesca sempre nel web una intervista ad uno sconosciuto e antiborbonico "ex segretario" della (discussa) "Città della Scienza" ma non cerca e neanche apre un solo libro tra le centinaia di libri neoborbonici (spesso più carichi di fonti -anche archivistiche- che di notizie). I neoborbonici, poi, "toglierebbero dignità al nobile passato napoletano" solo perché "denunciano rapine o oppressioni" (strana tesi, visto che rapine e oppressioni non sono smentite dallo stesso autore). Quello neoborbonico sarebbe un messaggio "consolatorio e deresponsabilizzante" (stranissima tesi visto che da 25 anni denunciamo le colpe delle nostre classi dirigenti complici del sistema duale italiano). Le nostre tesi sarebbero il "frutto di un complesso di inferiorità da quando Napoli è stata sconfitta e tradita" nel 1860 ma anche di un "intollerabile complesso di superiorità" (ancora più intollerabile, sul piano logico, questa contraddizione, aggiungiamo noi). E così "il Sud ha partecipato e partecipa all'idea nazionale italiana" ma (dopo 3 righe) è stato "cancellato dalle agende dei governi italiani" e quelle dei nuovi emigranti meridionali sono cifre "mostruose". E così il degrado della Reggia di Caserta e di Carditello sarebbe colpa dei neoborbonici (come se ministri dei beni culturali, assessori o direttori di musei fossero mai stati neoborbonici), così chi ricorda e celebra il proprio passato vive in un "mondo parallelo" (l'autore provi a dirlo magari alle comunità ebraiche o ai Catalani o agli Irlandesi) e così il Sud non dovrebbe lamentarsi perché erano del Sud "Pollio e Diaz, 4 presidenti e vari premier" (ovviamente l'autore ignora ancora le nostre continue critiche alle classi dirigenti locali asservite e ignora pure il dato dei 25 anni circa in tutto di premier meridionali su oltre 150 anni complessivi di governi italiani). Involontariamente comica e frutto di scarse conoscenze storiche la tesi dei "primati infrastrutturali realizzati al servizio della famiglia reale e non delle classi più umili" (peccato per gli oltre 15 milioni di passeggeri della linea ferroviaria "vesuviana" solo tra il 1839 e il 1857, per le bonifiche, i porti commerciali, le navi a vapore, il numero degli ospedali e degli istituti di assistenza ecc. ecc.). Effetti involontariamente comici anche quando scrive che il popolo era "poverissimo, soffriva la fame ed era impegnato nell'agricoltura con attività rudimentali" mentre (a poche righe di distanza) scrive anche che "le condizioni strettamente economiche erano simili tra Nord e Sud" e cita (senza leggerli bene, evidentemente) gli studi della Banca d'Italia, quelli di Fenoaltea e Ciccarelli che con Daniele, Malanima, Collet, De Matteo, Tanzi o Davis dimostrano che livelli di redditi, pil, condizioni finanziarie, industrie e qualità della vita erano davvero pari o superiori al Sud. Riconosce, poi, il "decadimento delle industrie" dopo il 1860 (ma non eravamo tutti poveri agricoltori? E come "decade" qualcosa se non esiste?). I primati (soprattutto economici e tecnologici)? Ce ne furono anche dopo il 1860 ad esempio con "la costruzione dell'acquario e la fondazione del Mattino" (non commentiamo). Resta, però, il mistero di quelle spiagge "senza approdi" (chissà dove attraccavano le navi della prima flotta commerciale italiana!) e di quei soliti e tanti analfabeti (da confrontare con dati archivistici recenti che attestano circa 7000 scuole nel Regno e il doppio degli universitari del resto dell'Italia). Grandi "scoop", poi, rivelano che camorristi&delinquenti c'erano anche al tempo dei Borbone (mai sentito parlare dei "bravi" seicenteschi, lombardi e manzoniani?). Peccato solo che quei delinquenti non fondarono uno stato con connivenze nefaste ed attuali schierandosi con il neo-governo italiano (l'autore cita Chinnici ma forse senza leggerlo e non cita gli studi di Gratteri o Fiore, Benigno o Sales). Di Garibaldi, infine, i neoborbonici si permettono di dire che è massone ma è lo stesso autore a dedicare una pagina al Garibaldi massone. Tutto da raccontare il finale: "il divario -occorre ricordarlo- non è una caratteristica immutabile della storia italiana". Ci verrebbe in mente il grande Troisi ("mò me lo scrivo") però preferiamo chiederci: e quindi? E aggiungiamo una proposta per il direttore del Giornale: la prossima volta che vuole parlare dei neoborbonici chieda notizie ai neoborbonici (alcuni sono ancora in vita e in accettabili condizioni fisiche) o magari apra o faccia aprire qualche loro libro (gliene invieremo in omaggio qualche copia).
Prof. Gennaro De Crescenzo, presidente Movimento Neoborbonico

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