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I BRIGANTI E QUELLO STRANO CONCETTO DI DEMOCRAZIA DEGLI ACCADEMICI PDF Stampa E-mail

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QUELLO STRANO CONCETTO DI DEMOCRAZIA DEGLI ACCADEMICI E QUEL “DIBATTITO PUBBLICO” CON 31 RELATORI TUTTI DELLA (STESSA) PARTE…   L'Università di Bari ha organizzato tre giorni di convegni dedicati al "brigantaggio" dopo l'acceso dibattito dell'estate 2017 sul giorno della memoria per le vittime dell'unificazione italiana. Nell'articolo sul Corriere dell'11/10/18, la prof.ssa Lea


Durante illustra temi e finalità della manifestazione: la Durante (utile ricordarlo) è stata tra i promotori della petizione per cancellare il giorno della memoria (approvato quasi all'unanimità dalla Regione Puglia su proposta del M5S). Utile ricordare anche che, nonostante il coinvolgimento dei prof (e degli allievi) quella petizione si fermò a  1.500 firme (11.000 quelle raccolte, invece, dai sostenitori del giorno della memoria). Questi dati, però, pur simbolici, pesano: per gli accademici, evidentemente, il concetto di democrazia è molto relativo visto che non si tiene conto di un voto quasi unanime e trasversale di una assemblea regolarmente eletta, dei consensi quasi dieci volte superiori di una petizione e dello spazio che occorrerebbe democraticamente concedere alla "controparte" quando si parla della "controparte" e (retoricamente) di "pubblici dibattiti" o di storia come "diritto di tutti". Si preannunciano, allora,  "mettendole a sistema" (espressione che ricorda quasi un regime) le analisi delle tesi di "neoborbonici e sudisti" ma si evita accuratamente di invitarli  tra i relatori (io ne conosco alcuni in vita e in accettabili condizioni fisiche): ben 31 i relatori e tutti dalla stessa parte... È esattamente questa la strada seguita da 150 anni e che ha portato, negli ultimi anni, al grandissimo e dilagante successo delle tesi "altre" rispetto a quelle accademiche. I convegni baresi, allora, sembrano un tardivo e inutile tentativo di (fingere di) affrontare i temi di maggior successo di questi anni senza capire che non è importante il racconto ma come e perché si racconta (è lì la chiave del successo di neoborbonici e sudisti e dell'insuccesso della cultura "ufficiale" nonostante un secolo e mezzo di monopolio). Ecco, allora, i contenuti e “in primis” quella “idea sbagliata che l'arretratezza del Sud dipenda dall'unificazione”: ma se, come sostengono molti colleghi della Durante (Daniele, Malanima, Fenoaltea, Ciccarelli, Collet o Tanzi, tra gli altri) livelli di industrie, finanze, pil, redditi o demografia prima del 1860 erano pari o superiori al Sud, da cosa dipenderebbe, invece, quella arretratezza? Da un dna lombrosianamente marcio o da scelte governative sbagliate dalle classi dirigenti nazionali (complici quelle locali)? Peccato che tra i relatori non ci sia, poi, quel John Davis al quale si potevano chiedere lumi sulla sua recente linea (“la tesi dell’arretratezza del Sud preunitario fu un’invenzione dei risorgimentalisti per giustificare i loro fallimenti”). Tenendo da parte gli strani riferimenti alla "regina Carolina" che con il brigantaggio e l'antisabaudismo non c'entra nulla (morì nel 1814), ci chiediamo perché mai passato e presente non vadano collegati (qualcuno lo dica al buon Cicerone che la storia non è più maestra di vita: io non ne ho il coraggio) se si ridiscute l'unificazione italiana e le storielle di Garibaldi e compagni, invece, da 150 anni sono sacre e inviolabili e non rappresentano "un uso pericoloso della storia". Forse solo per perpetuare un'Italia duale nella quale una parte è subalterna? Non è forse stato più pericoloso (e scorretto), a proposito di “brigantaggio”, il silenzio su stragi, devastazioni e deportazioni che coinvolsero oggettivamente centinaia di migliaia di meridionali per oltre 10 anni? Ci chiediamo perché mai chi racconta questo dualismo fa  “campanilismo a buon mercato" o "folclore subalterno al nordismo" e chi questo dualismo lo ha creato o (anche con il silenzio) assecondato è incolpevole di fronte alla metà dei diritti, del lavoro, dei servizi o delle speranze che i nostri giovani hanno da 150 anni: non ci risultano neoborbonici tra premier, ministri o accademici (quelle classi dirigenti incapaci di qualsiasi  spunto di autocritica e che abbiamo il diritto e il dovere di cambiare dopo 150 anni di fallimenti). E mentre i nostri giovani partono "desertificando il Sud" (fonte Istat) le accademie tacciono sui decenni di leghismo antimeridionale, non dedicano intere  paginate di giornali alle secessioni antimeridionali lombardo-venete in corso e dedicano 3 giornate di convegni a briganti&neoborbonici. E poi si chiedono perché i neoborbonici hanno tutto questo successo...
Cortesi saluti. Prof. Gennaro De Crescenzo, Movimento Neoborbonico, Napoli
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