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PALERMO 150 PDF Stampa E-mail
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PALERMO: IL PRODIGIO DEL SUPER TRADITORE FERDINANDO LANZA

 

Se a Calatafimi il tradimento di Landi aveva fermato il braccio della giustizia di Sforza dando via libera a Garibaldi verso la capitale vicereale di Palermo, quello che combina il comandante della piazza Lanza ha veramente del prodigioso nella sua infima bassezza. E pensare che Ferdinando Lanza era stato mandato apposta da Francesco II per fermare l’invasione...

Evidentemente, come la storia proverà in seguito, l’anziano generale aveva ricevuto ordini precedenti ben più cogenti e di tutt’altro tenore! Lanza riuscì nell’impresa veramente difficile di isolare oltre ventimila soldati borbonici per non farli intervenire contro i garibaldesi, con  scontato esito vittorioso. Eppure c’erano ufficiali superiori come lo stesso Sforza, Beneventano del Bosco o lo svizzero Von Mechel assai poco proni  verso comandi assolutamente vergognosi. Gli scalpitanti Bosco e Von Mechel sono inviati fuori città per avvistare il nemico. Naturalmente riusciranno, facendo a pezzi la brigata Orsini e La Masa sacrificata dal cosiddetto eroe nizzardo per avere il tempo di entrare in città per il Ponte dell’Ammiraglio. Le migliaia di avventurieri sanno fare i gradassi contro poche decine di guardie regie alla porta verso Carini. Poi nessuno sparo più nelle strade deserte in cui i picciotti mafiosi scorrazzano aprendo il carcere per far scappare i propri simili che fanno folla, dando corpo alle colossali bugie degli storiografi di regime che parlano di popolo in piazza per l’abbattimento della tirannide. Varie vendette sono poi perpetrate nei confronti dei lealisti di ogni ceto con incendi, violenze e saccheggi che le menzogne dei libri scolastici traducono in spietato bombardamento borbonico dai forti sugli insorti per i pochi colpi dimostrativi mai tirati su di essi. La perversa maestria di Lanza raggiunge l’apice quando troppi ufficiali cominciano a disubbidire e a lasciare le caserme in cui sono assurdamente rinchiusi dati i rumori che annunciavano i rivoluzionari in città; ma, soprattutto, quando Von Mechel travolge i presidi delle camicie rosse e sta per attaccare il “sommo duce”. Lanza fa suonare incredibilmente il cessate il fuoco per chiedere un armistizio! Veramente portentoso!!! La disciplina frena i borbonici e le trattative con la partecipazione dei perfidi inglesi porteranno ineluttabilmente all’abbandono di quella che era stata la prima capitale del regno dal XIII secolo.

Dal “Saccheggio del Sud” dello scrivente riportiamo alcuni passi sulla presa di Palermo(27-30 maggio 1860):

 

Pur ingrandita con tutta la straordinaria potenza dei mass media, la battaglia vittoriosa, per la fuga del nemico, dei garibaldesi a Calatafimi rimane praticamente incredibile per Re Francesco che, accorgendosi dell'errore commesso nell'affidare al decrepito Landi una missione così delicata, cerca di correre ai ripari nominando un altro comandante in capo in Sicilia per fermare l'invasione di Garibaldi. Purtroppo la procedura di scelta è la medesima che aveva partorito il nome scellerato di Landi e non può sortire esito migliore. Il Re chiede consiglio a Filangieri e al suo collaboratore principe di Ischitella, proponendo anzi a loro stessi di scendere al di là del faro per stroncare gli avventurieri. Filangieri tradisce ancora una volta la fiducia accordatagli sul letto di morte da Ferdinando II. Infatti l'anziano statista prende tempo con la scusa di stare male e doversi recare a consulto da un medico. Evidentemente questo medico si trova nel palazzo della delegazione ufficiale di Francia, perchè è lì che si fa portare. Più che consigli terapeutici per il suo corpo, riceve raccomandazioni di come allargare la ferita aperta nel corpo sacro della Patria. In tal modo al ritorno dal sovrano, Filangieri dichiara che il suo medico gli proibisce un viaggio tanto lungo e pericoloso; occorre rivolgersi a qualcun altro per comandare la distruzione dei "Mille". A questo punto i loschi traffici di Nunziante, che ha in pugno le alte gerarchie dell'esercito e la fiducia malriposta del Re, fanno in maniera che nessun generale si offra per l'operazione improcrastinabile. Così i corrotti, i pavidi, gli indecisi lasciano Francesco solo ed angosciato. Inaspettatamente qualcuno serio che non ha paura di inimicarsi Filangieri e Nunziante si fa avanti: è il gen.Carrascosa che già sta dettagliatamente ideando il piano per riportare l'ordine nell'isola. ma la forza di Nunziante si rivela in tutta la sua incisività e, dopo un lungo colloquio col Re, esce fuori il nome definitivo che dovrà annientare gli invasori: è il gen. Ferdinando Lanza. Anch'egli è vecchio ed ha dimostrato in qualche occasione di essere alquanto ottuso (come a Palestrina nel '49), ma è l'uomo voluto dalla setta per infliggere un altro colpo decisivo al Regno. E il Re accetta!

Logicamente Lanza si trincera anche lui, appena arrivato come plenipotenziario a Palermo, senza essere assediato, schiacciando letteralmente i ventimila uomini al suo comando in soli quattro quartieri; rinchiudendo addirittura la polizia nell'Università. In tal modo si avvilisce il morale dei soldati (già scioccati per la plateale ritirata di Landi), si lascia la città praticamente sgombra di forze per favorire le manifestazioni antiborboniche dei liberali e si spalanca in effetti la porta per chiamare dentro Garibaldi.

Da notare che un altro capolavoro di Nunziante è stato realizzato a Napoli nel porre a Direttore dei Telegrafi di Stato un lombardo di nome Bozza col preciso compito di riferire tutti i dispacci segreti ( ! ) della campagna militare e per agevolare la divulgazione delle mendaci notizie sugli strabilianti successi dei filibustieri invasori. Così ogni mossa, sin dalla sua primigenia concretizzazione, viene a conoscenza del nemico e dei suoi sostenitori più o meno occulti.

Garibaldi è ormai in vista di Palermo e conosce quindi perfettamente chi comanda e in qual modo comanda nella città. Per il rischio sempre presente in qualunque impresa bellica, non legato tanto alle imprevidenze della setta mondiale, quanto, come notato, alla mancata uniformità dei militi napoletani, sussistono precise assicurazioni degli Inglesi disposti a mettere in salvo ad ogni costo il nizzardo a sua semplice richiesta.

Mentre il masnadiero pensa a queste cose, cercando di convincersi che può addirittura con leggerezza dirigersi allo scoperto verso la città , da essa escono due colonne armate agli ordini di Mechel e Bosco. Come a Calatafimi, il comandante supremo non è riuscito a trattenere a suo piacimento gli alti ufficiali poco malleabili, anche se ha consentito l'uscita solo di una minima parte delle sue truppe accalcate ad arte, circa tremila soldati. Invece di scorgere i rivoluzionari cittadini che gli erano stati descritti come numerosissimi e spasimanti per lui, Garibaldi vede casacche blu borboniche e rimane, come di fronte a Sforza, assai spiacevolmente sorpreso. La risoluzione è la solita in cospetto della lealtà del nemico: la fuga immediata! Questa è ancora più lesta del previsto, avendo i Nazionali massacrato Rosolino Pilo e la sua banda che si erano trovati improvvisamente in faccia a loro.

 L' "eroismo" di Garibaldi è inequivocabilmente dimostrato da questo avvenimento che lo vede mettersi precipitevolissimevolmente in salvo sui monti quando delle staffette dei picciotti accerchiati vanno da lui per ottenere aiuto! Ma i Regi sono quasi addosso al nizzardo sotto la guida dello svizzero Mechel: allora viene provata una sua sperimentata abilità. Sotto una pioggia sferzante riesce a distanziare, inerpicandosi per i pendii scoscesi, i soldati che lo braccano!

L'abbandono di Pilo e dei suoi uomini al loro infausto destino, sortisce un effetto disastroso per le bande indigene che si dileguano in massa. Per realizzare meglio la fuga innanzi al tenace Mechel, i "Mille" si dividono ma ciò costa carissimo alla colonna guidata da Orsini che finisce sotto il tiro dei fucili degli uomini di Bosco subendo una carneficina e perdendo molto materiale bellico preso agli eroi sfortunati di Sforza a Calatafimi.

Il clamore del combattimento spinge altre truppe fuori città col desiderio ardente di farla finita cogli invasori: è necessario tutto l'impegno di Lanza per farle rientrare colle minacce nell'assurdo assedio. Se si riflette sulla disposizione dell'esercito in Palermo, si nota un altro fine perverso di Lanza: la distanza tra i vari gruppi è tale che vi sono ampi varchi per l'entrata dei rossi e che non sono possibili nè i collegamenti, nè tanto meno i rifornimenti tra i diversi presidi.

L'accanimento con cui la colonna di Mechel tallona Garibaldi, pur non raggiungendolo, gli taglia, ad un certo punto, la via per il sicuro rifugio sui monti. La situazione per il nizzardo è molto difficile: indietro c'è Mechel onesto e deciso, avanti c'è la città con quasi ventimila uomini freschi e riposati. L'appuramento di come sono disposti i soldati a Palermo e l'eventuale scappatoia finale sulle navi inglesi o piemontesi, superbamente in rada, fa dirigere i rossi verso le porte della città. Naturalmente parecchi chilometri prima che i garibaldesi si avvicinassero alle mura, ripetutamente il comandante in capo era stato avvisato di quel che stava accadendo dalle vedette. Ma non un solo reparto viene spostato verso la logica direzione. A porta Termini e porta S.Antonino più di 3500 uomini irrompono baldanzosi. Trovano ad aspettarli, con un esercito quasi sette volte superiore ignaro e a riposo coatto, solo i pochi soldati dei posti di guardia ai varchi della città. La fiera resistenza dei presidi delle porte, con le guarnigioni formate dallo stesso numero di componenti di un qualsiasi giorno normale dell'anno, arresta Garibaldi. Egli non teme tanto coloro che ha di fronte grazie alla sua enorme superiorità, quanto l'effetto che le fucilate possono avere all'interno sulle truppe acquartierate che potrebbero pure decidere autonomamente di intervenire! Ma per esse gli ordini strategici sono ferrei; gli aggiornamenti tattici irrealizzabili, per l'oculata disposizione di Lanza; l'attesa, ancorchè furente, inevitabile. Colle strade libere da divise e con l'orecchio attento, agevolmente invece si muovono i pochi rivoluzionari locali che tirano qualche schioppettata e suonano fragorosamente le campane. Le guardie alle porte sono prese, in abissale inferiorità, tra due fuochi e non possono che retrocedere verso il palazzo del comando. I rossi così avanzano indisturbati e i settari indigeni scorrazzano festanti: solo casualmente si incrociano coi soldati che arretrano e scappano di gran carriera senza essere molestati dai Regi. Il genio del nizzardo intuisce l'apporto alquanto misero in numero dei locali e lo spinge ad aprire le carceri per avere comunque gente ( meglio gentaglia ) disposta a vendere cara la pelle contro le forze dell'ordine, ripetendo quanto già attuato da Pisacane a Ponza. Evidentemente più che un lampo di genio si tratta di un preciso ricordo di istruzioni date dalla setta liberale.

Lanza, pur conoscendo esattamente gli obiettivi veri del suo incarico a Palermo, non può urtare sino all'estremo la suscettibilità dei tanti ufficiali probi. Un'inazione totale lo esporrebbe direttamente alla Corte Marziale ma, con la presenza nelle alte sfere di Filangieri e Nunziante, ciò non è un grosso problema; piuttosto egli paventa una possibile reazione dei suoi quasi pari grado, offesi anche nell'intelligenza dall'assenza completa di risposta militare.

Puntando sulla clausura dell'esercito in veri e propri compartimenti stagni per quanto affermato sui collegamenti pressoché impossibili, Lanza vuole offrire soprattutto al senso acustico degli uomini la parvenza di una resistenza agli invasori per poi cessarla, se realmente proficua, all'improvviso e dare al mondo la preconfezionata notizia del Garibaldi inarrestabile che tutto travolge conquistando Palermo. In base a tale aberrante piano, al forte di Castellammare, che potrebbe spazzare via tutti i garibaldesi colle sue batterie, vien dato l'ordine di sparare ogni cinque minuti un colpo di cannone sull'abitato, dovunque ma non certo verso i filibustieri; parimenti viene avvisata la marina in rada. In tal modo colpi sporadici e ben fuori del logico bersaglio cadono sulla città senza minimamente danneggiare i rossi e deflagrando talvolta addirittura sui Regi!

I più svegli a captare i perfidi fini di Lanza sono i soldati venuti da Gaeta: essi chiedono fermamente di sbarcare dai legni ove sono relegati per affrontare il nemico. Lanza non può che aderire ma, accampando scuse di ogni genere volte a prendere tempo, li fa rinchiudere nei forti. Quando viene il momento previsto della reazione degli alti ufficiali onesti (come Salzano, come Colonna), nonostante tutte le difficoltà per rompere l'isolamento, Lanza lascia uscire contro i rossi una colonna la quale è perfettamente conformata ai suoi duci che hanno protestato furentemente e irresistibilmente. L'attacco sgomenta i garibaldesi rotti in tutti i posti occupati e, in breve, in fuga generale. Secondo i suoi piani, Lanza usa l'arma finale e definitiva: la tromba. L'ordine di ritirarsi tampona l'emorragia dei rossi che si stanno allontanando ingloriosamente dal centro, e gela letteralmente il sangue nelle vene ribollenti dei militi napoletani, incredibilmente fermati mentre facevano giustizia per la Patria. Questo fatto degli squilli di tromba per invertire il senso della vittoria sopraggiungente, si era già verificato analogamente a Calatafimi e si verificherà sempre (ahinoi!) ogni volta che i voleri della setta internazionale staranno per essere strozzati dalla buona volontà dei degni soldati delle Due Sicilie, nonostante gli ostacoli sempre più grossi che saranno ad arte posti avanti a loro per le esperienze fatte. Questa sarà una costante dei combattimenti sino al crollo del Regno, persino nei confronti dell'esercito regolare piemontese. Con una facezia si potrebbe asserire che i trombettieri furono la rovina del Regno di Napoli!

Lanza prevede che un altro pericolo rischi di far saltare quanto pattuito: le colonne di Mechel e Bosco possono entrare improvvisamente in città ed annientare i rossi già terrorizzati abbastanza per l'assalto da lui vanificato. Ecco che decide di chiedere una tregua "per curare i feriti" con una procedura in contrasto con tutte le regole belliche, senza cioè una formale convenzione nè scritta nè orale; ma il calpestare il diritto, garante della civiltà, è un fatto ricorrente in mano alla congiura mondiale! Appena in tempo tacciono le armi perchè Mechel sta varcando le porte per prendere i rossi alle spalle. La situazione è legata a un filo perchè mentre Garibaldi vede bloccato l'attacco di fronte a lui nel disorientamento completo dei suoi uomini, viene avvisato dell'imminenza del contatto con le truppe provenienti dall'esterno della città che già lo hanno messo a durissima prova di ....podismo. Come la tromba è l'estremo rimedio dei generali napoletani venduti, il ricovero sotto la bandiera inglese è l'estremo rimedio del nizzardo per la salvezza sicura. Così intercorrono trafelati rapporti con le navi albioniche per la fuga finale. Ma Lanza merita quello che otterrà, perchè di gran carriera invia delle staffette al comandante elvetico per imporgli la specie di tregua in atto. Garibaldi è salvo!

Appianate le cose che potevano degenerare, si stipula la tregua secondo la prassi più ortodossa prima per uno e poi per tre dì, inserendo nel capitolato quanto sta di più a cuore agli interessati: la consegna di cinque milioni di pezzi d'argento del Banco al segretario di Garibaldi , il rinnegato Crispi. I servigi vanno pagati in contanti quando sono resi encomiabilmente....Soprattutto quando è ancor sulla fronte l'algido sudore che presagiva la fine vergognosa dell'impresa dei "Mille"!

Gli articoli già redatti per il trionfo bis di Garibaldi escono su tutti i giornali del mondo, aggiungendo "il terribile bombardamento" delle abitazioni civili fatto dai duci borbonici! Le lodi si sprecano sui quotidiani pensando a soli "mille valorosi" che hanno sbaragliato un esercito forte di oltre 22000 soldati!

Nel '49 16000 Napoletani avevano conquistata la Sicilia fortificata ed aiutata da consistenti reparti stranieri, nel '60 22000 Napoletani fortificati cedono di fronte ad una grossa banda di poco più di tremila uomini, raffazzonata con elementi eterogenei e in gran parte pronti a fuggire ad ogni serio pericolo. Incredibile!

Coi soldi del Banco Garibaldi tenta di convincere i contingenti stranieri (ben diversi da quelli dell'epoca di Ferdinando II per la purga operata dai settari) a disertare e trova una certa risposta favorevole. Poi cerca di fare altrettanto coi soldati meridionali offrendo prodigamente terre: solo parte dei siculi entrati per la prima volta nella leva aderisce.

Lanza invia due suoi uomini fidati, Letizia e Buonopane, a Napoli a portare un resoconto zeppo di menzogne ignominiose al Re: la resistenza essere sanguinosa e disperata dopo la superba arte militare mostrata dai garibaldesi, meglio l'abbandono incruento della città.

Il farsesco combattimento di Calatafimi aveva avuto il suo pubblico nei curiosi abitanti delusi in ogni senso (per l'apparente codardia dei Regi e per la poca determinazione dei rossi), l'analogo farsesco combattimento avvenuto a Palermo ha egualmente il suo pubblico. Esso però è assai più titolato e scruta i fatti coi binocoli dalle navi estere placidamente nel porto, amichevolmente affiancate da quelle napoletane che meglio avrebbero fatto ad issare sin da allora altra bandiera! Oltre ai già citati inglesi, vi sono piemontesi (che già hanno assistito alla "rappresentazione" di Marsala) e perfino statunitensi, immemori della tangibile simpatia riversata su di essi dai Borbone durante la lotta d'indipendenza, perchè soprattutto affascinati dal "primo attore" Garibaldi, personaggio creato con mera fantasia dai mass media mondiali.

 

 

 

 

 

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