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LA BATTAGLIA DI BAUCO PDF Stampa E-mail

LA BATTAGLIA DI BAUCO

 

 

 

Le ingenti forze del generale sabaudo conte Maurizio de Sonnaz  alla fine di quel gennaio 1861 sono determinate a stroncare il centro della resistenza filo borbonica in Ciociaria che è tenuto in vita da Luigi Alonzi, detto Chiavone, generalissimo di S. M. Francesco II. Esse presidiano Sora, città natale del capobrigante, e riescono, per la preponderanza dei mezzi, a respingere il suo ennesimo tentativo di liberare la città dagli invasori piemontesi. De Sonnaz decide di inseguire la banda per farla finita una volta per tutte con la sicumera della sua stragrande superiorità numerica e di armamento.

I briganti si dirigono, come al solito nei rovesci di fortuna verso il confine papalino, per riorganizzarsi.  Passano, la sera del 21, per l’abbazia di Casamari e lì ricevono ospitalità e cure per i feriti, dati gli ottimi rapporti tra Chiavone e le istituzioni ecclesiastiche della zona.

Contravvenendo al diritto internazionale de Sonnaz ordina alla sua brigata di sconfinare nelle terre del Papa e si accinge ad assediare il convento per intrappolare i briganti.

Alonzi è coadiuvato da un altro comandante, il legittimista alsaziano Théodule de Christen che guida soprattutto ex soldati borbonici siciliani. I due, accortisi della presenza del nemico, il 22 gennaio partono in tutta fretta verso il torrente Amaseno e i monti ernici, attestandosi nell’antica Baùco. L’eccellente accoglienza dei baucani e il senso di sicurezza che infonde la cittadina sul monte Cologni e circondata da mura medioevali, dà tranquillità ai filoborbonici. 

 Nel frattempo il generale, avendoli visti uscire dal monastero e non potendoli più raggiungere, si macchia di ignominia ordinando di vendicarsi con il saccheggio del luogo sacro. Un testimone oculare, il gesuita padre Antonio Onorati così descrive la barbarie dei piemontesi:<<… questi non solo saccheggiarono il monistero rubando tutto fino ai pagliericci del letto, ma spronarono la cavalleria entro le soglie, del santo tempio di Dio, stesero le mani sacrileghe sopra tutto il sacro vasellame, ruppero i crocifissi, trinciarono sacre immagini e fino giunsero ad aprire il ciborio rapirne la pisside dispergendo e calpestando con empietà da demoni le venerate particole. Da ultimo, quasi ciò fosse nulla, appiccato il fuoco a varii punti del monistero, come i ladroni che dopo l'assassinio si rinselvano a dividersi il rubato, partirono ritornando nei loro confini>>. L’antichissima abbazia cistercense aveva già subito nel 1799 un sacco da parte dei Francesi. Quante affinità tra le due azioni nefande, vili ed empie che possono far riflettere bene sui cosiddetti valori della rivoluzione e dell’unità italiana! E pensare che ancora chi è candidamente persuaso che le scomuniche e gli anatemi scagliati da Pio IX verso i suoi fautori abbiano una matrice meramente politica!!!

I patrioti-briganti borbonici trovano a Bauco molti frati che erano scappati  al primo assalto piemontese; tutti si sentivano al sicuro essendo in una località nello stato pontificio che nulla aveva da spartire nella guerra tra Torino e Napoli. Ma, se il Tronto era stato superato dall’esercito dei Savoia  senza dichiarazione di guerra cosa potevano realmente sperare quelli di Bauco? L’impudenza, la fellonia e l’illegalità dell’esercito di Vittorio Emanuele II permettono, senza alcuna remora,  agli oltre tremila uomini di de Sonnaz di addentrarsi in terra straniera puntando sulla cittadina con la baldanza di chi la ritiene incapace di resistere non sussistendo lo stato di guerra e quindi senza un minimo di mezzi di difesa. La prevedibile facilità di espugnare Bauco ingenera non solo nei Sardi l’ebbrezza del saccheggio e dello stupro; anche altri loschi personaggi collaborazionisti seguono l’esercito per i loro turpi fini.

Chiavone e de Christen, con i loro quattrocento uomini, hanno l’appoggio totale, immediato e spontaneo, dei sudditi del Papa e, scorgendo le orde sabaude, tutti si trincerano aspettando il nemico. I difensori si dispongono con molta cura, piazzando i fucilieri siciliani nei posti chiave e con la consegna di procurarsi molti sassi acuminati da lanciare mentre si ricaricavano le armi.

I presuntuosi Piemontesi  appaiono all’alba del 28 con tutta l’imponenza del numero formato da granatieri, fanteria, cavalleria e sezioni d'artiglieria. A semicerchio si schierano contro la porta principale che aveva anche le mura meno alte, ma il resto circonda tutto l’abitato. Incomincia il pesante bombardamento a mitraglia ma la gittata troppo lunga ordinata dai poco efficienti ufficiali sabaudi passa sopra le teste dei difensori e colpisce giusto i commilitoni che si trovano dalla parte opposta! Questi pensano che le cannonate vengano dalla città quando alcune spie avevano assicurato della sua imbelle situazione! Dopo due ore di questa ridicola ma sanguinosa fase della battaglia per gli assedianti, viene ordinato l’assalto alle mura. Appostati perfettamente i difensori fanno strage del nemico e le pietre si rivelano micidiali. Briganti, soldati borbonici e civili respingono alla grande i “campioni” di Casamari! In più punti è sferrato l’attacco piemontese ma Chiavone e de Christen comandano meravigliosamente, spostando uomini rapidissimamente per tamponare qualche lato meno forte con la conseguenza di segnare ogni luogo assalito con una montagna di caduti nemici; inoltre i due capi-massa esaltano e rasserenano gli animi, specialmente degli abitanti, gridando che la Madonna non consentirà mai agli stranieri di penetrare in Bauco per il saccheggio e lo stupro premeditato. E la Madonna li sta a sentire. Per tre volte i piemontesi vanno all’assalto e per tre volte sono sanguinosamente respinti. De Sonnaz stanco della superba e inattesa resistenza e dell’inettitudine dei suoi soldati, avviliti per le centinaia e centinaia di perdite, chiede di non essere molestato nel tornare al di là del confine e promette di non sparare nessun colpo anche in futuro verso la cittadina ernica.

Bauco è salva assieme ai briganti borbonici ed il torrente Amaseno porta le sue acque arrossate dal sangue dei predoni del nord in tutta la valle con un duplice e macabro messaggio a chi si trova sulle sue rive: terribile per gli invasori ed entusiasmante per le popolazioni.

Sulla strada del mesto e scornato ritorno, i Piemontesi si trovano nuovamente innanzi a Casamari e sperano di trovare aiuto per i numerosissimi feriti nella famosa farmacia claustrale. Si sono dimenticati, però, che all’andata si erano comportati peggio dei Vandali e non riescono a trovare il necessario conforto : giusta punizione per le loro malefatte!

La descrizione della battaglia è dovuta sempre al gesuita padre Antonio Onorati che racconta un altro notevole episodio riguardante una monaca di un convento baucano. La clarissa, mentre assisteva alle opere di fortificazione erette in fretta e furia dai briganti con l’aiuto degli abitanti, rimase stupefatta nell’incontrare i due comandanti borbonici Chiavone e de Christen asserendo di averli visti qualche settimana prima in un sogno premonitore. Quella visione era stata inizialmente un incubo perché aveva sognato delle orde di barbari mettere a ferro e fuoco Bauco e violare il monastero; sempre in sogno la suora pregò con gran fervore la Vergine per chiedere aiuto e la Madonna le sorrise mostrandole due persone che avrebbero scongiurato  quel tremendo pericolo: uno era in divisa, l’altra sembrava un contadino. Erano proprio de Christen e Luigi Alonzi. Questo avvenimento dettagliatamente riportato è in ogni caso la dimostrazione di un sentimento antiunitario che scaturiva dal profondo della fede cattolica delle popolazioni ciociare. La fede che animava i briganti è un altro elemento che allontana i giudizi negativi posti accanto alla loro augusta memoria.

In seguito Bauco avrebbe subito (come molti altri paesi conquistati dai Piemontesi come Mola di Gaeta divenuta Formia) la massima attenzione per la cancellazione della memoria storica e per la stratificazione di menzogne propria dei vincitori. Dopo più di dieci secoli il nome della ridente cittadina è cassato, ripescando quello romano di Boville Ernica, come tuttora si chiama; inoltre lapidi che ricordano solo i morti invasori ed adunate con trombe e bandiere tricolori per onorare solo quelli che caddero compiendo un’infamia condannata da Dio e dal popolo.

V. G.

 [liberamente tratto dal libro LUIGI ALONZI DETTO CHIAVONE di V. Gulì]

 

 

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