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IL FALSO PLEBISCITO PDF Stampa E-mail

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Il 21 ottobre di 149 anni fa il cosiddetto "plebiscito" sancì la fine del Regno di Napoli e la conquista proditoria dei Savoia. Fu l'inizio della nostra schiavitù rispetto al nord Italia con la parvenza legale di una falsissima consulazione elettorale. Qui di seguito una pagina sul tema tratta da "Il sacchggio del sud" di Vincenzo Gulì.

Il Plebiscito.

All'inizio di ottobre, con Garibaldi padrone della quasi totalità del Regno di Napoli, Cavour espone in Parlamento i disegni del Piemonte: "Il Parlamento, è già tre mesi, diè al Ministero cinquanta milioni, con essi s'è secondata la fortuna, e compiuto imprese da segnar orme profonde nella storia del risorgimento italiano. Con quel denaro liberammo Umbria e Marche e, fuorchè Venezia, tutta Italia". Piena confessione quindi sulle responsabilità dirette di Torino nel Sud Italia, oltre che ai danni del Papa. La dichiarazione ufficiale del Primo Ministro prosegue: "per me la rivoluzione è mezzo, non fine" con un severo messaggio per il dittatore di Napoli. Tra poco vi sarà l'approvazione dell'assemblea sabauda dell'annessione che anche il Senato ratificherà quando già le truppe savoiarde hanno varcato i confini del Regno delle Due Sicilie senza alcuna dichiarazione di guerra.

A Napoli Pallavicino preme per la solerte fissazione della data della consultazione popolare per fornire al Piemonte una parvenza di legalità per la sua proditoria aggressione. Come consuetudine ormai, i rivoluzionari vicini a Mazzini, istigano Garibaldi a temporeggiare in attesa di più proficui sviluppi, resistendo agli ordini di Torino. Ma la quinta colonna cupida ed ansiosa per il protrarsi del disordine nel Regno, anela al rispetto puntuale dei piani di Cavour per avere al più presto le baionette sarde a protezione, scongiurando sia il terrore del fantasma della reazione borbonica che la possibile rivoluzione sociale.

Il 12 ottobre i primi soldati  piemontesi varcano spavaldamente lo sguarnito confine settentrionale al Tronto e, con la massima velocità e determinazione, si addentrano puntando al cuore della nazione. La fortezza di Civitella raccoglie gli ultimi sinceri difensori della Patria e sfida l'invasore che, per la fretta, praticamente la ignora.

Lo sfasamento tra l'impellenza dell'invasione  e il responso popolare, che doveva darle legittimità, è pesantemente ridicolo. Infatti accelerando le procedure, dopo ben nove giorni dallo sconfinamento, Garibaldi riesce a mettere a punto la macchina elettorale.

La formula ideata per il plebiscito recitava: "Il popolo vuole l'Italia una ed indivisibile con Vittorio Emanuele re costituzionale, e suoi legittimi discendenti? SI / NO".

La palese avversione popolare agli invasori non poteva essere negata da chi aveva la realtà sotto gli occhi. Perciò la chiamata del popolo ad esprimersi poteva rivelarsi una catastrofe per gli occupanti se non avessero utilizzato ogni mezzo per ottenere un esito scontato.La storia precedente e susseguente insegna che quasi mai i plebisciti dopo il crollo artificiale di uno stato servono a registrare l'effettiva volontà popolare. Il vincitore del momento si adopera in ogni modo per vedersi approvato da quegli elettori che in effetti teme, altrimenti avrebbe fatto a meno della consultazione plenaria. In altre parole il plebiscito è un estremo rimedio che il nuovo potere adopera per darsi uno strato di legittimità e convincere proprio il popolo recalcitrante che è segnato il destino della sua conquistata patria. Naturalmente, per operare perfettamente, chi organizza la votazione deve assicurarsi il risultato favorevole nell'unico modo possibile avendo, come detto, la popolazione per lo più a sfavore: non facendo esprimere alla maggioranza degli elettori la sua volontà!

Qui interessa narrare come ciò è stato realizzato nel Regno nel 1860 perchè in ogni plebiscito vi sono tanti modi differenti per conseguire quel medesimo, triste, esito anti-democratico.

Innanzitutto la dittatura filo-sabauda dà il diritto di voto oltre che ai regnicoli, agli stranieri presenti, privilegiando le persone degne di rispetto di votare più volte magari in più seggi diversi (ci riferiamo ai rossi e alla quinta colonna naturalmente).

Per quanto concerne la propaganda elettorale, come per la stampa sin dal tempo degli ultimi governi borbonici, essa contempla una sola direzione: si martella continuamente sul dare il voto al "SI", addirittura mistificando (come sovente accade nelle più o meno macchinose frasi di ogni referendum popolare) il "SI" spacciandolo per un beneplacito al ritorno di Francesco II nelle province più credulone. Sintomaticamente la sterminata serie di manifesti per il "SI" a Napoli è sistematicamente divelta.

Infine la procedura per il voto è semplicemente assurda. Ogni seggio , presieduto da settari ed armati, ha tre urne. Quella al centro deve raccogliere le schede votate. Tali schede vanno chieste e prelevate dalle due urne laterali. Su una di esse è scritto a caratteri cubitali "SI" e serve per aderire al trionfo della rivoluzione. Sull'altra, ovviamente, è segnato il "NO". Il voto in tale guisa è chiaramente palese con tutte le conseguenze possibili per il futuro e con gli effetti immediati di dover domandare agli arcigni addetti la scheda per esautorarli col rischio di un minaccioso rifiuto o, come avviene in taluni casi, ricevendo solenni bastonature e impunibili ferimenti. Spargendosi la voce sul modo di intendere le votazioni da parte dei garibaldeschi, quella maggioranza che definimmo silenziosa, preferisce sapientemente astenersi e così solo il 19% degli aventi diritto viene computato tra i votanti. 

Se poi si considera che nei giorni precedenti a quello del plebiscito svariati battaglioni sardi sbarcano a Napoli per votare (ma anche per togliere ogni residuo dubbio comportamentale a Garibaldi), che diecine di migliaia di Napoletani in armi (nelle fortezze, sbandati o alla macchia) sono impediti ad esercitare il proprio diritto elettorale, che oltre 50mila invasori voteranno moltiplicando diverse volte i loro voti, che i settari generano sempre molteplici preferenze, non c'è bisogno di dimostrazioni specifiche per abbassare di molto il valore reale di quel 19%. A proposito dei voti dati ripetutamente è emblematico riportare quanto lo scrittore e comandante garibaldese Rustow annota sul seggio allestito alla Reggia di Caserta ove i 51 ufficiali dello Stato Maggiore , non tutti presenti, esprimono ben 167 schede per il "SI"!!! Questo è un campione almeno sufficientemente rappresentativo pensando al livello culturale di tali elettori. Traendo spunto da questo incredibile episodio, quel 19% diventa vieppiù ridicolo perchè falso, astratto, e vergognoso per chi gli concesse o gli concede ancora credito.

Solo per inciso si rammenta che un vero plebiscito è significativo giuridicamente quando si arriva a percentuali molto elevate, palesando la vera volontà del popolo. In caso diverso vuol dire che una percentuale alta (o altissima nel nostro caso) è praticamente contraria e tutta la consultazione democratica perde si svaluta sino a diventare risibile e provocatoria. Chi si è mai seriamente chiesto perchè l'80% dei Meridionali non andò a votare per il "SI"? Chi  ha mai esaminato approfonditamente questa larghissima astensione denunciando la  totale anti-democraticità della votazione del 21 ottobre 1860? Chi si sente ancora oggi atrocemente offeso dal fatto che la piazza più bella di Napoli, l'antico Largo di Palazzo, si chiama Piazza del Plebiscito proprio per quella consultazione truccata?

Per crudele ironia prima del giorno referendario, dando per avvenuti fatti meticolosamente programmati e quindi fatali, ridicolizzando la democrazia, Vittorio Emanuele e il suo ministro Luigi Carlo Farini avevano fatto un proclama al popolo meridionale dicendo di venirlo a liberare dalla tirannide per suo  esplicito invito ed aderendo alla sua volontà nel ... plebiscito! A tanta sfrontatezza nessun ulteriore commento!

Ancora prima dell'infausto 21 ottobre, frettolosi decreti del dittatore avevano sancito innumerevoli privilegi sia per il Piemonte (come l'intestazione dei beni privati della corona borbonica), sia per risarcimenti e prebende vari per i protetti della cricca. Tutto ciò insieme ad intrighi ed imbrogli di ogni genere dei diretti collaboratori del nizzardo come Crispi e Bertani che, litigando per interesse con La Farina, sono accusati per ritorsione da quest'ultimo sulla stampa di aver brigato per vendere le ferrovie del Regno ad una società di Livorno per una tangente di 65mila franchi; ciò analogamente succede per Dumas e vari altri funzionari garibaldesi. Mai si ode un'energica reazione dei malfattori implicati per discolparsi, magari adducendo scuse di diffamazione. Perchè preoccuparsi della forma se la sostanza è intoccabile?

Avendo votato nelle prime ore di apertura dei seggi la soldataglia straniera e la teppaglia settaria, i luoghi di votazione sparsi per tutto il Regno diventano un generale deserto. Scandendo slogans  minacciosi, come quello che tacciava di essere "nemico della patria" chi non andava a votare per il "SI", i prepotenti, che dominavano, operano una vera e propria caccia all'elettore menando i malcapitati verso i seggi a votare con violenza con evidenti risultati; persino i fanciulli sono ammessi a votare...per il "SI".

"Quei voti moltiplicati con le mani, fu più lieve moltiplicare con la penna, per aggiustare una bella maggioranza". Così de'Sivo parla del plebiscito, accoppiando alle schede fasulle l'allegro scrutinio .

Evidentemente per averla fatta troppo grossa nelle manipolazioni, ancora all'inizio di novembre non venivano resi pubblici i risultati con grande ansia per Torino. Finalmente, su decisa sollecitazione del governo sabaudo, il 3 novembre dal palazzo reale sono annunciati gli esiti della votazione. I voti per il "SI" sono 1302064; quelli peril "NO" 10312. Mentre da un lato verrebbe la voglia di erigere un monumento ad ognuno di quei diecimila impavidi e temerari capaci di sfilare la scheda proibita dalle mani lerce, per furti e assassini, dei settari e camorristi; dall'altro, come hanno scritto in parecchi, quei 10312 voti  devono essere certamente di meno, perchè una delle invenzioni in quelle due settimane di triste meditazione per la divulgazione dei risultati, è stata  il gonfiare anche i "NO" per dare una parvenza di competizione legale.

Il successo referendario dell'annessione del 21 ottobre 1860 si può quindi serenamente definire una colossale truffa elettorale, la più grande della pur poco edificante storia  elettorale che avrà la nascente nazione italiana.

La madornalità dei brogli elettorali fa persino proferire critiche agli Inglesi testimoni della  coazione usata durante le votazioni. Il sedicente erede al trono da parte di Murat, Luciano,  si associa alle critiche dicendo che "l'urne de' voti stavano tra la corruzione e la violenza".

Comunque il crasso raggiro degli occupanti non fila liscio dappertutto. Quando non si riesce ad organizzare la caccia all'elettore i seggi sono totalmente deserti, come a Barra alle porte orientali di Napoli dove nemmeno un voto viene raccolto. A Caramanico, presso Chieti, un gruppo di ardimentosi trova il modo per far fioccare  i "NO" e uno di essi viene aggredito dai componenti del seggio; ne segue la devastazione della sezione elettorale con grande afflusso di garibaldeschi, Guardie Nazionali e Piemontesi per riportare l'ordine costituito. Nell'Aquilano non si vota affatto e il gen.Pinelli, accorso per infliggere una punizione, è messo in fuga mentre il popolo inneggia ai Borbone.

L'occasione del plebiscito burlesco è sfruttata in varie parti del Meridione per scatenare il livore popolare, come visto sopra nel giorno stesso della consultazione, o come si vedrà qui di seguito nelle ore immediatamente successive. Ad Avezzano viene ammazzato un funzionario garibaldese e molti armati rossi portano lo stato d'assedio minacciando di passare per le armi chi solo ardisce disprezzare le "sacre icone" di Vittorio Emanuele o il tricolore. A Reggio la reazione divampa fortemente per la vicinanza della guarnigione di Messina invitta; ma gli ordini da Gaeta bloccano nella fortezza i Regi, e la dura repressione segue ineluttabile. Nel Gargano, a S.Marco in Lamis, a Foggia le urne il 21 restano praticamente vuote e una colonna di armati mandata da Manfredonia per terrorizzare gli abitanti, è messa agevolmente in ritirata dalla gente esasperata. Pure ad Ascoli e Roseto, nonostante la prossimità esiziale degli invasori Savoiardi, scoppiano tumulti reazionari. A Carbonara, nell'Avellinese, invece di recarsi alle votazioni, il popolo espone un grosso striscione inneggiante a Francesco II, distruggendo ogni segno rivoluzionario.

 

 

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