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RAPPORTO SVIMEZ 2008 PDF Stampa E-mail

Rapporto Svimez: “Il meridione periferia d’Europa”.

Giù Pil, consumi e investimenti

Il rapporto annuale Svimez condanna pesantemente il Mezzogiorno. Come burocrati che commentano pacatamente un'avvenuta ed ingiusta esecuzione capitale, gli economisti hanno discettato sui mali che ci affliggono da 147 anni con la solita consapevolezza che ogni meridionale cercherà scaltramente di salvare la sua posizione e con l'altrettanta solita certezza che questo sarà la rovina per la stragrande maggioranza. Nemmeno troppo risalto la stampa nazionale concede all'ultima sentenza che ci relega addirittura dietro alcuni paesi dell'est, ex comunisti. Nessuno ha interesse a farci veramente svegliare. Siamo indolenti e tardivi come il Vesuvio in quiete: ma il Vesuvio può riattivarsi da un momento all'altro in maniera irresistibile...

Sintesi del rapporto del 18 luglio 2008.

Arretra l'economia del Mezzogiorno. E anche di fronte al passo lento del resto del Paese perde terreno e mette a segno per il sesto anno consecutivo una crescita più bassa rispetto al centro-nord, fermandosi allo 0,7% contro l'1,7%. Gli investimenti rallentano e i consumi sono stagnanti, con la spesa delle famiglie meridionali che si attesta ad un +0,8%, circa la metà di quella degli altri italiani (+1,5%). A dirlo è il rapporto Svimez 2008, che non esita a indicare il Sud come la «periferia dell'Europa», un «non-sistema».

Nel 2007 il Pil è aumentato nel Mezzogiorno solo dello 0,7%, un punto di meno rispetto alle regioni centrali e settentrionali, in calo di 0,4 punti percentuali rispetto allo scorso anno. Il Pil per abitante, evidenzia il rapporto, è pari a 17.482 euro, il 57,5% del centro-nord (30.380 euro), da cui lo separa una differenza di oltre 42 punti percentuali, pari a circa 13mila euro.

In termini di crescita, tutte le regioni registrano segni positivi, tranne la Calabria. In testa alle regioni del Mezzogiorno c'è la Puglia (+2%), seguita da Molise (+1,7%), Basilicata (+1,5%) e Sardegna (+1,3%). Quasi ferme due delle regioni più 'pesantì, Campania (+0,5%) e Sicilia (+0,1%).

Due le cause principali del fenomeno, evidenzia lo Svimez: investimenti che rallentano, famiglie che non consumano. «Rilevante» è infatti la frenata degli investimenti fissi lordi dell'area (che hanno fatto segnare nel 2007 un timido +0,5% a fronte del + 2,4% dell'anno precedente), che testimonia il peggioramento del clima di fiducia delle imprese. Sulla stessa linea la spesa delle famiglie meridionali, ferma al +0,8%, circa la metà di quella del centro-nord (+1,5%). Da sette anni la dinamica dei consumi interni è poco più che stagnante (+0,5%), rileva inoltre l'Associazione, «a conferma delle difficoltà delle famiglie meridionali a sostenere il livello di spesa».

Nel Mezzogiorno oltre la metà delle famiglie monoreddito (51%) è a rischio povertà, rispetto al 28% nel centro-nord. La condizione di disagio in molti casi si traduce in una difficoltà concreta a far fronte anche ai bisogni più essenziali come fare la spesa, acquistare medicinali, vestirsi e riscaldarsi. Neppure raggiungere un buon livello di istruzione tutela dall'esposizione allo stesso rischio di povertà: si trova in questa situazione il 9,4% dei laureati residenti al sud.

Al sud, nel 2005, il 18% delle famiglie ha percepito meno di 1.000 euro al mese (il 7% nel centro nord); ad esse si aggiunge un ulteriore 20% circa che ha guadagnato tra i 1.000 e i 1.500 euro mensili. Con differenze da regione a regione: nel 2005 più di una famiglia su cinque in Sicilia ha guadagnato meno di 1.000 euro al mese. Inoltre quasi 14 famiglie su 100 al sud hanno più di tre persone a carico (4,1% al centro nord), con punte del 18% in Campania.

Vi sono famiglie, sottolinea il rapporto, in cui non ci si può permettere un pasto adeguato almeno tre volte a settimana (10% sul totale meridionale), nè riscaldare adeguatamente l'abitazione (20%) o comprare vestiti necessari (28%). Quasi il 20% delle famiglie meridionali, inoltre, nel 2005 ha avuto periodi in cui non poteva acquistare medicinali. Vasca e doccia in casa, rileva infine lo Svimez, mancano ancora al 2% delle famiglie pugliesi, all'1,5% di quelle calabresi e all'1,4% delle siciliane.

Nel 2007 il Mezzogiorno ha registrato un'occupazione a crescita zero, a fronte di un aumento dell'1,4% al centro nord (+234 mila in valori assoluti). Allo stesso tempo il tasso di disoccupazione reale al sud va oltre il 28%. È quanto emerge dal rapporto Svimez 2008. Come negli anni scorsi, evidenzia l'Associazione per lo sviluppo dell'industria del Mezzogiorno, continua a registrarsi un calo dei disoccupati: -66.000 al centro nord e -101.000 al sud, con una flessione rispetto all'anno precedente rispettivamente dell'8,6% e dell'11,2%. Ma non tutti i disoccupati hanno trovato un nuovo lavoro, una quota consistente ha smesso di cercarlo. Lo scorso anno al sud gli inoccupati sono aumentati di 147 mila unità (+248.000 disoccupati impliciti, -109.000 disoccupati espliciti). Aggiungendo ai disoccupati ufficiali quelli impliciti, il tasso di disoccupazione reale al Sud nel 2007 dall'11% attuale sarebbe oltre il doppio (28%), a fronte del 6,9% del centro nord. Spina nel fianco per il Meridione resta il sommerso, che riguarda circa 1 lavoratore su 5 (19,2%), a fronte del 9,1% delle regioni centrali e settentrionali.

Negli ultimi dieci anni, dal 1997 al 2007, oltre 600 mila persone hanno abbandonato il Mezzogiorno per trasferire la propria residenza al centro nord. Nel solo 2007 si sono contati 120 mila trasferimenti di residenza ai quali si aggiungono 150 mila pendolari di lungo raggio, che si spostano temporaneamente al centro nord per lavorare. I nuovi emigranti sono in larga parte pendolari: soprattutto uomini, giovani (l'80% ha meno di 45 anni), single o figli che vivono in famiglia, con un titolo di studio medio alto e che svolgono mansioni di livello elevato nel 50% dei casi, «a conferma - rileva lo Svimez - dell'incapacità del sistema produttivo meridionale di assorbire mano d'opera qualificata. Alti costi delle abitazioni e contratti a termine spingono a trasferire definitivamente la residenza». Lombardia, Emilia Romagna e Lazio restano le tre regioni preferite dai nuovi emigranti. Le regioni invece più soggette al pendolarismo di lunga distanza verso il nord sono la Campania (50 mila unità), Sicilia (28 mila) e Puglia (21 mila).



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