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BORBONE E IMMIGRAZIONE PDF Stampa E-mail

Immigrazione: ancora una volta i Borbone all'avanguardia!

(Dal Corriere della Sera di lunedì 10 marzo 2008)

Per l'integrazione degli immigrati rifacciamoci al modello di Ferdinando I del 1817 che privilegia l'interesse dello Stato

Sabato 8 marzo ho partecipato a Civita Castellana in Provincia di Viterbo a un’interessante iniziativa promossa dal Rotary Club Flaminia Romana a favore dell’integrazione degli studenti stranieri nella scuola italiana, dal titolo : “Teatro, giornalismo e immigrazione: Integrazione possibile?”. All’incontro erano presenti il vescovo Divo Zaghi, il sindaco Massimo Giampieri, i soci dei Rotary Gianni e Francesca Venturi ed è stato moderato dalla giornalista Desirée Ragazzi. Al termine il presidente del Club, Franco Boccolini, mi ha donato una rara stampa del testo con cui il 17 dicembre 1817 Ferdinando I, re del Regno delle Due Sicilie, emanò una legge sulla concessione della cittadinanza agli stranieri. Ebbene per definire il futuro modello d’integrazione degli immigrati in Italia, è certamente opportuno considerare questa realtà giuridica del nostro passato. Il criterio fondamentale è che per poter acquisire la cittadinanza si deve essere concretamente utili al progresso e all’arricchimento dello Stato e in nessun caso si può essere un problema sociale o un peso economico per lo Stato. In altri termini si afferma la logica della “immigrazione scelta” anziché quella “subita”.
“Ferdinando I, Per la grazia di Dio, Re del Regno delle Due Sicilie, di Gerusalemme, Infante di Spagna, Duca di Parma, Piacenza, Castro, Gran Principe ereditario di Toscana”, è la sequenza dei titoli che precedono il testo della legge che, sin dal preambolo, chiarisce che a poter beneficiare della concessione della cittadinanza potranno essere solo chi è utile allo Stato: “Volendo dare un attestato della nostra benevolenza verso di quegli stranieri i quali pe’ loro talenti, pe’ loro mezzi, o per via di contratti vincoli si rendono giovevoli allo Stato, con accordar loro il godimento di quei diritti, che dalla naturalizzazione risultano …Abbiamo risoluto di sanzionare, e sanzioniamo la seguente legge”.
Nell’articolo I si precisa che “potranno essere ammessi al beneficio della naturalizzazione del nostro regno delle Due Sicilie”, nell’ordine:
1. Gli stranieri che hanno renduto, o che renderanno importanti servizi allo Stato;
2. Quelli che porteranno dentro lo Stato de talenti distinti, delle invenzioni, o delle industrie utili;
3. Quelli che avranno acquistato nel regno beni stabili, su i quali graviti un peso fondiario almeno di ducati cento all’anno.
Al requisito indicato né suddetti numeri 1, 2, 3 debbe accoppiarsi l’altro del domicilio nel territorio del regno almeno per un anno consecutivo.
4. Quelli che abbiano avuta la residenza nel regno per dieci anni consecutivi, e che provino avere onesti mezzi di sussistenza; o che vi abbiano avuta la residenza per cinque anni consecutivi, avendo sposata una nazionale.
Quest’ultimo punto corrisponde sostanzialmente ai requisiti presenti nelle due ultime leggi sulla cittadinanza, la Turco-Napolitano (Legge 40 del 6 marzo 1998) e la Bossi-Fini (Legge 189 del 30 luglio 2002), evidenziando una singolare continuità circa la percezione del tempo necessario per maturare il diritto alla cittadinanza. Ciò che invece contrasta totalmente è la semplicità della legge sulla cittadinanza di Ferdinando I che si esaurisce in 3 articoli, e la complessità di quelle attuali che arrivano a 49 articoli nel caso della Turco-Napolitano e a 38 articoli nel caso della Bossi-Fini. Certamente era un mondo diverso, la globalizzazione si esauriva nell’area euro-mediterranea e la consistenza degli stranieri era più limitata. Ma la differenza vera è che, a dispetto del fatto che si trattasse di una monarchia assoluta, lo Stato era meno interventista rispetto alla nostra Repubblica e conteneva il suo ruolo nella definizione degli orientamenti generali della strategia politica. Nella sostanza una volta affermato che la concessione della cittadinanza è limitata a coloro che tramite il loro operato servono al benessere dello Stato o che in ogni caso non rappresentano un onere finanziario allo Stato, non serve in effetti aggiungere altro. Per contro oggi non si parte dal primato dell’interesse nazionale bensì dall’accettazione aprioristica delle istanze individuali degli immigrati. Ed è così che in un contesto dove l’insieme della classe politica ritiene che non si debba neppure sanzionare come reato l’ingresso clandestino in Italia, si finisce per concedere diritti su diritti a tutti, compresi i clandestini che risiedono illegalmente sul territorio nazionale, mentre si è estremamente restii a esigere l’ottemperanza dei doveri per la paura di essere tacciati per razzisti.
Le strategie di integrazione degli immigrati stanno cambiando attorno a noi, sia nei paesi che si erano infatuati dell’ideologia relativista e buonista del multiculturalismo quali la Gran Bretagna e l’Olanda, sia di quelli che hanno tentato di imporre l’assimilazionismo quale la Francia. Ovunque la parola d’ordine è di assicurare una “immigrazione scelta” e di porre fine alle conseguenze deleterie della “immigrazione subita”. Stiamo tornando in qualche modo ai principi ispiratori della legge di Ferdinando I. Se anche noi vi aderissimo, sarebbe una riscoperta del nostro passato e una rivalorizzazione di un’esperienza che ci appartiene. Una “via italiana” all’integrazione che faccia prevalere l’interesse nazionale dell’Italia su qualsiasi altra considerazione. Sarebbe veramente bello ma dubito assai che Berlusconi o Veltroni siano pronti al grande salto dalla politica del consenso alla politica dello Stato.
Conto invece molto di più sulla capacità di alcuni docenti seri e appassionati, come Francesca Bordini e Maria Antonietta Cirione, di un regista e un attore teatrale, entrambi giovani, Federico Caramadre e Alessandro Ristichelli, di portare avanti con successo le due iniziative “Il teatro nelle scuole” e “Il giornalismo nelle classi”, promossi grazie al contributo dei Rotary per favorire l’integrazione degli studenti immigrati. Certamente non è sufficiente il loro impegno, rischia di essere una goccia nel mare in assenza di una strategia complessiva dell’integrazione da parte dello Stato che metta a disposizione le risorse adeguate. Ma insieme ce la si può fare. Ce la dobbiamo fare.
Andiamo avanti sulla via della verità, della vita e della libertà con i miei migliori auguri di successo e di ogni bene.
Magdi Allam

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