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Quando Re Ferdinando si fece ritrarre dal Canova PDF Stampa E-mail

Ad onor del vero, all’interno degli appartamenti storici del complesso vanvitelliano di Caserta non sono esposti tanti capolavori dell’arte del Sette/Ottocento; difatti molte delle opere ivi conservate sono state realizzate non di certo dai campioni della pittura o della scultura vissuti nei secoli su menzionati. Tal considerazione ha ragion d’esistere se, nella discussione, escludiamo le vedute di Hackert o gli affreschi della terza sala della Biblioteca Palatina, eseguiti da Füger, od anche i dipinti realizzati dai maestri “davidiani” quali Berger, Wicar, Martin e Descamps, compreso l’italianissimo Costanzo Angelini. Però tra i vari Fischetti, de Dominici, Storace-Franchis,Brunelli,Calliano ed altri, c’è anche una piacevole testimonianza scultorea realizzata da uno dei massimi esponenti del neoclassicismo italiano: Antonio Canova (1757-1822). L’opera in esame è il ritratto marmoreo di re Ferdinando I delle Due Sicilie, esposto sulla prima consolle a sinistra della Sala degli Alabardieri.

C’è una fonte, già pubblicata da Giuseppe Campolieti (“Il Re Lazzarone”, Mondadori, 1999, p. 414), circa il busto suddetto, che riporta la seguente notizia: “La serata del 19 giugno 1815 [all’indomani del restaurato potere borbonico dopo la parentesi napoleonica] […]Ferdinando riapparve nel suo palco [del teatro del Palazzo Reale di Napoli], mentre sulla scena tra serti di fiori e di bandiere, appariva un busto del re scolpito magistralmente da Canova. Il festeggiato si commosse fino alle lacrime e il pubblico applaudì per oltre mezz’ora, in un’onda di giubilio”. Tale testimonianza offre quindi l’opportunità di datare il marmo canoviano entro l’estate del 1815. Maria Stella Margozzi è invece dell’opinione che il ritratto sia stato realizzato tra il 1816 ed il 1822, cioè nello stesso periodo in cui il Canova era impegnato nella esecuzione della statua equestre di Carlo III per l’attuale Piazza del Plebiscito a Napoli.

Il busto di Ferdinando è alto circa 62 cm e sul retro reca la seguente iscrizione: CANOVA FECIT. Il sovrano raffigurato ha un volto austero, lo sguardo fisso caratterizzato dalla fredda cecità degli occhi scavati nel candore del marmo puro, il naso e le labbra marcate così come da riconosciuta iconografia ferdinandea, la fronte spaziosa segnata da due lunghe e contrassegnate rughe, segno del tempo che passa. Il prezioso ritratto si conclude con una folta chioma memore delle effigi alessandrine. Un manto evocante la passata romanità,  segno della rinata classicità tardo-settecentesca,copre la fisicità marmorea del re. L’opera scolpita da Antonio Canova è quindi la felice espressione della rappresentazione del bello ideale, squisitamente neoclassico, misto ad affermazione delle peculiarità mitiche ed eroiche dell’illustre personaggio effigiato. Di questo ritratto ne esiste una copia conservata presso il Museo Filangieri di Napoli. Ferdinando commissionò al Canova altre opere: la propria statua equestre, da affiancare a quella del padre nell’ex Largo di Palazzo, che fu terminata nel 1823 da Antonio Calì, e la gigantesca scultura di “Ferdinando come Minerva” del Museo Archeologico della città partenopea. E a proposito di questa straordinaria scultura c’è da riportare un’altra interessante fonte: “Poiché tornò, comunque in parte, la quiete del regno, il re, sperando il giudizio dei posteri da pietra muta che dalle sue leggi e dalle istorie, diede l’incarico all’insigne scultore Antonio Canova di ritrattarlo in marmo, in forme colossali e in fogge di guerriero” (cfr. Pietro Colletta, “Storia del Reame di Napoli, Sansoni,ed. consultata S.a.r.a, 1992, p. 284).

Le opere canoviane di Caserta e Napoli sono cariche, come abbiamo visto, di un alto significato politico e sociale. Ferdinando, da persona accorta e intelligente quale era, aveva, ancora una volta e come avevano già fatto i suoi predecessori, riconosciuto nell’arte, o meglio nei capolavori dell’arte, il tramite più adeguato per riaffermare il proprio prestigio, potere, nonché la propria cultura, verso chi, il popolo ma anche una certa nobiltà o media borghesia, provava dei sentimenti verso di lui al limite del ridicolo, del patetico e del paternalistico. Tutte caratteristiche che forse il caro Ferdinando non aveva o che non voleva avere……

 

 

Luigi Fusco          

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