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IL NUOVO SUD: PRESSIONE FISCALE ED INVESTIMENTI DIRETTI ESTERI PDF Stampa E-mail

Quanto può una politica economica autonoma attrarre risorse dall’estero per lo sviluppo e l’occupazione attraverso la leva fiscale  

 

La parola più ricorrente quando si parla di Sud è “gap”, ed in effetti non c’è settore o indice economico che non evidenzi il suo forte ritardo, non solo verso il resto d’Italia, ma anche rispetto ai nuovi partners dell’Unione Europea.

Il Sud, infatti, si presenta come schiacciato in una drammatica morsa competitiva tra i nuovi Stati membri, i quali possono godere di favorevoli condizioni, ed i Paesi “interamente deboli” che possono sfruttare in pieno le risorse comunitarie per il sostegno allo sviluppo.

Il Sud, come noto, fa parte di uno Stato con un reddito pro-capite (€ 23.874) ben superiore alla media UE27 (€ 21.503),  ma questo risultato è in effetti la media fra il Nord Ovest (€ 29.327), il Nord Est (€ 28.438), il Centro (€ 26.982) ed il Sud (€ 15.744) con le Isole (€ 15.740).

    

Alcuni dati sintetici per comprendere la problematica di cui stiamo discutendo:

 

1)     Il Pil pro-capite è cresciuto in media dell’1,4% tra il 2000 ed il 2006, 3 volte meno di quello spagnolo, 4 volte meno di quello irlandese e greco

2)     Il Pil pro-capite del Sud si posiziona allo stesso livello di alcuni nuovi Stati membri come Slovenia, Ungheria, Estonia, Repubblica Ceca, ovvero al 70% circa della media Unione Europea

3)     Il Pil pro-capite del Sud si attesta al 57% circa di quello del Centro-Nord

4)     Gli investimenti pubblici per il Sud sono passati dal 40,6% del 2001 al 36,3% nel 2006;una percentuale lontana dall’obiettivo del 45% fissato in fase di programmazione dallo Stato italiano; ne hanno fatto le spese le infrastrutture, in particolare strade e ferrovie, la cui dotazione è del 30-40% inferiore alla media nazionale.

 

Quale potrebbe essere quindi la soluzione per ridurre l’attuale gap?

Una risposta potrebbe essere la fusione delle varie Regioni meridionali in una sola che possa usufruire della più ampia autonomia possibile garantita dalla Costituzione per poter promuovere una politica economica di sviluppo indipendente rispetto a quella delle altre Regioni italiane del Centro-Nord, notevolmente più ricche ed al momento maggiormente sviluppate come si evince dai dati sopra esposti.  

E’ fondamentale a questo punto il riconoscimento, alle Regioni a statuto ordinario, di ulteriori competenze su materie finora gestite dallo Stato.

Le Regioni italiane, dopo la riforma del Titolo V, hanno un livello di autonomia molto avanzato, alcune con il federalismo differenziato tenderanno ad arrivare a un modello di tipo catalano.

Il federalismo fiscale dovrà avere una finalità antiassistenzialistica che tenderà a responsabilizzare, rendendole protagoniste del proprio sviluppo, le varie Regioni italiane e quindi anche quella futura del Sud. 

Il federalismo fiscale è un modello che dovrà contenere, quale punto cardine, la facoltà di differenziare i tributi e le aliquote tributarie fra le diverse Regioni di uno Stato a questo punto da considerarsi federale.

Differenziando tributi ed aliquote fiscali fra le varie Regioni si potrà creare una strategia di concorrenza fra le stesse.

Al modello dello Stato federale si è ispirato l’ordinamento fiscale americano con il risultato di suscitare una forte attrazione degli investimenti nelle aree statunitensi del Sud che, grazie anche al meccanismo virtuoso innescato  da tali riforme, in poco tempo sono diventati gli Stati dove oggi è localizzata la maggiore ricchezza degli USA.

Infatti, sull’esempio della California, tutti gli Stati americani hanno iniziato ad offrire trattamenti fiscali sempre più favorevoli con un’attenuazione della pressione fiscale che ha liberato risorse per lo sviluppo economico.

Pertanto all’interno di un sistema italiano federale la Regione del Sud potrà decidere una politica tributaria complessiva che sia in qualche modo autonoma.

 Per esempio si potrà decidere di ridurre le aliquote alle imprese che si impegnano nella difesa dell’ambiente e soprattutto nell’incremento dell’occupazione.

Questa politica permetterà di attrarre sempre maggiori investimenti diretti esteri (IDE), i soli che al momento possono garantire il nostro sviluppo.

Di seguito alcuni dati possono far ben comprendere quale è la situazione attuale:  

 

Flussi di IDE (Investimenti diretti esteri) netti (media 2001-2005)

Dati in percentuale del Pil

 

Irlanda                        8,6

Olanda                        7,6

Regno Unito                4,4

Spagna                        4,1

Svezia                         4,0

Francia                       3,0

Germania                    2,8

Italia                           1,2

 

Flussi di IDE in % sul Pil (media 2001-2005)

 

1)        Lombardia                  2,80

2)        Piemonte                     2,36

3)        Umbria                        1,41

4)        Lazio                           1,35

………

10)      Campania                    0,27

11)      Abruzzo                      0,23

            ……….

15)      Puglia                         0,07

16)      Calabria                      0,02

17)      Sicilia                         0,01

18)      Basilicata                  -0,18

            ………..

20)      Molise                      -0,72

 

Lombardia e Piemonte distaccano sensibilmente tutte le altre Regioni italiane catalizzando da sole il 77% degli investimenti diretti esteri in entrata posizionandosi su livelli comparabili con quelli delle altre aree dell’Unione Europea più evolute come Catalogna e Baviera.

Come dimostrano il caso irlandese ed anche le nuove politiche dei Paesi dell’Est Europeo il peso del prelievo fiscale è un elemento chiave per intercettare i nuovi insediamenti.

 Ed a proposito di prelievo fiscale i più importanti Paesi europei hanno deciso di attenuarlo per attirare sempre più investimenti.

Alcuni esempi: 

 

Germania

Riduzione in vigore dal 2008 dell’aliquota per l’imposta sulle società dal 25% al 15% e dell’imposta locale. Tenuto conto della sovrimposta di solidarietà, l’aliquota base scenderà dal 38,65% al 29,83%.

 

Paesi Bassi

Riduzione in vigore dal 2007 dell’aliquota massima di imposta sulle società, che è passata dal 29,6% al 25,5%.

 

Regno Unito

Riduzione dal 1° aprile 2008 dell’aliquota di imposta sulle società dal 30% al 28% con progressiva convergenza dell’aliquota ridotta sulle Pmi

 

Spagna

Riduzione in vigore dal 2007 dell’aliquota dal 35% al 32,5% ed ulteriore riduzione al 30% nel 2008. Per le Pmi riduzione dal 30% al 25%.

 

A proposito di Spagna, un Paese storicamente e culturalmente molto vicino al Sud, la Finanziaria 2008 dovrebbe essere incline alla spesa in termini di investimenti in infrastrutture ed interventi sociali, in modo da sostenere l’economia e l’occupazione  e rispondere alle richieste delle famiglie.

La Spagna rappresenta un tentativo fin qui riuscito di modernizzare il Paese e le sue istituzioni sociali preservando la crescita dell’economia e aumentando l’occupazione.

Un benessere che si protrae oramai da oltre dieci anni grazie a una crescita media annua attorno al 4%, caratterizzata dal risanamento dei conti pubblici, tanto che la Spagna è uno dei pochi Paesi virtuosi dell’Unione Europea con un surplus di bilancio consistente.

Una situazione che permette di finanziare tante iniziative in campo sociale e di preparare una Finanziaria 2008 più propensa alla spesa, tale da garantire, quindi, il volano di crescita dell’economia e di sostegno ai consumi.

Sempre a proposito di Spagna l’economia chiuderà il 2007 con una crescita superiore al 3% e con 640mila posti di lavoro in più.

 

      Per quanto riguarda il nostro Sud bisognerà orientare la spesa degli incentivi verso la ricerca, l’innovazione, le tecnologie ambientali e le risorse umane.

Decisivo sarà colmare il gap infrastrutturale, puntando su energie rinnovabili (eolico e fotovoltaico), agroalimentare e sul ritorno dei giovani, fattore indispensabile allo sviluppo insieme alla sicurezza per le imprese ed alla lotta alla criminalità.

 

E bisognerà puntare, grazie alle politiche fiscali di cui si è parlato poc’anzi, ad attirare capitali dall’estero di multinazionali, prime fra tutte, a mio parere, quelle del settore automobilistico.

Al Sud è presente da anni il Gruppo FIAT.

Questo Gruppo italiano, settentrionale, ha quasi 43.000 dipendenti in Italia dei quali quasi 27.000 in stabilimenti del Sud, uno in Abruzzo (che produce il Ducato), uno in Molise, uno nel basso Lazio (Croma, Bravo, Stilo MW), due in Campania (147, 159, 159 SW , GT, Crosswagon), uno in Puglia, uno in Basilicata (Grande Punto), uno in Sicilia (Ypsilon).

Come evidente, a parte la Calabria, è presente in ogni Regione del Sud e la stragrande maggioranza della sua forza lavoro, più precisamente il 63%, è al Sud.

Questo vuol dire che al Sud si può produrre perché vi è presente, oramai da più di un trentennio, il Gruppo industriale privato più importante in Italia.

E se vi è presente la FIAT, se le sue maestranze producono ogni giorno FIAT, Alfa Romeo e Lancia, non vedo perché non possono produrre altri costruttori mondiali del calibro, per esempio, di Toyota, Volkswagen, Honda, PSA, Nissan, ecc..

Considerando per esempio solo i Paesi del Mediterraneo e dell’Est Europeo la Daimler (Mercedes) produce in Portogallo, Spagna e Turchia, la Ford in Spagna, Russia e Turchia, la GM (Opel) in Polonia, Spagna e Russia, l’Honda in Turchia, la Hyundai in Turchia, l’Isuzu in Turchia, la Nissan in Spagna, la PSA (Peugeot) in Repubblica Ceca, Portogallo, Slovacchia, Spagna e Turchia, la Renault in Romania, Slovenia, Spagna, Russia e Turchia, la Suzuky in Ungheria e Spagna, la Toyota in Portogallo e Turchia, la Volkswagen in Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia, Portogallo, Slovacchia e Spagna, la Volvo in Polonia e Spagna.     

Se poi pensiamo all’imprenditoria meridionale da citare, nello stesso ambito produttivo, è il caso dell’ing. Nicola ROMEO, industriale napoletano di Sant’Antimo con interessi in vari settori, che salvò la milanese ALFA nel 1915 e la rilanciò, dopo la Grande Guerra, come “Alfa Romeo” sui mercati mondiali. Enzo FERRARI fu un suo ottimo pilota prima di diventare a sua volta imprenditore di successo.

 

Concludendo:

 

1)     il Sud ha bisogno di una propria politica economica più simile a quella dei Paesi del Mediterraneo e dell’Est Europeo che a quelli dell’Europa Occidentale perché i suoi parametri socioeconomici sono purtroppo più vicini alle prime realtà che alle seconde;

2)     a fianco di una politica economica “aggressiva” che possa attirare investimenti diretti esteri bisognerà sviluppare infrastrutture e gestire una ferrea lotta alla criminalità organizzata.

 

Prima di tutto questo, però, bisogna recuperare il senso di identità storica e culturale del Sud.

La nostra grande Regione ha 877 anni di storia comune, dall’Abruzzo alla Sicilia.

Nel 1856 eravamo il terzo Paese al mondo per sviluppo industriale dopo Inghilterra e Francia.

Il primo in Italia.

Possiamo e dobbiamo tornare a recitare un ruolo da prim’attori nel panorama economico mondiale.

Ne abbiamo tutte le caratteristiche storiche e culturali.

Ne sono sicuro.  

 

Luca Longo

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