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Francesco Mario AGNOLI - Garibaldi a servizio di Sua Maestà PDF Stampa E-mail
Francesco Mario AGNOLI

Garibaldi a servizio di Sua Maestà

tratto da: Studi cattolici, n. 560, ottobre 2007, p. 702-705.

Che l’Inghilterra abbia contribuito al successo di Garibaldi nella conquista del Regno delle Due Sicilie e non soltanto con il famoso milione di piastre d’oro turche (il resto del denaro necessario per organizzare la spedizione e, ancor prima, per comprare l’amicizia o quanto meno la neutralità di buona parte dell’ufficialità napoletana venne fornito dal governo piemontese) è da tempo noto e, in linea di massima, non negato nemmeno dalla storiografia agiografica anche se l’argomento viene di solito appena sfiorato. Altrettanto pacifico (quanto meno fra gli storici degni di questo nome) che lo sbarco a Marsala si sarebbe risolto in un disastro alla Pisacane se, ancorati ai bassi fondali davanti a quel porto, non si fossero «casualmente» trovati due vascelli inglesi, l’Argus e l’Intrepid. Garibaldi, che per lunghe ore aveva ansiosamente scrutato il mare alla loro ricerca, tirò un sospiro di sollievo quando vide l’Union Jack lentamente alzarsi poi trionfalmente sventolare al lieve vento proveniente dal mare sulle loro alberature, prima non riconoscibili, perché bianche come quelle napoletane. Del resto è lo stesso Garibaldi a dare conto nelle sue Memorie del sollievo provato nel vedere innalzarsi sui pennoni la «nobile bandiera di Albione», pur se preferisce attribuirgli motivazioni non militari, ma umanitarie, perché la presenza dei due vascelli di Sua Maestà britannica consentì di «risparmiare uno spargimento di sangue umano». In effetti non solo si sarebbe sparso molto sangue dei volontari durante lo sbarco, ma questo sarebbe miseramente fallito se la corvetta napoletana Stromboli, la prima a giungere sul posto, e i vascelli Valoroso, Capri e Partenope, che la raggiunsero quando lo sbarco era ormai a buon punto, non avessero dovuto tardare e limitare il tiro dei cannoni per non arrecare danno ai navigli britannici e consentire agli ufficiali scesi – non si sa perché – a terra, di tornare incolumi a bordo. Sempre che i comandanti napoletani avessero davvero l’intenzione di usarli i loro cannoni, dato che al comando dello Stromboli si trovava l’anglo-napoletano Guglielmo Acton, futuro ministro della Marina nel
governo italiano. A ogni buon conto non era intenzione di Garibaldi minimizzare l’importanza dell’intervento inglese, anzi, nonostante le numerose revisioni cui sottopose le Memorie, l’empito della gratitudine lo induce a scoprirsi, quasi ad ammettere che non si trattò solo di risparmiare qualche caduto e a riconoscersi debitore: «Io, beniamino di cotesti signori degli oceani, fui per la centesima volta il loro protetto».


La longa manus di Londra

In realtà, all’epoca nessuno in Europa dubitò della connivenza inglese con l’operazione garibaldina (attribuita, per l’esattezza, da ministri e diplomatici a segreti accordi intercorsi non tanto con Garibaldi quanto con Cavour e il governo di Torino, che pure non perdevano occasione per proclamarsi all’oscuro dell’operazione). Difatti le Potenze europee, a cominciare dalla Francia, fecero fioccare proteste sul governo di Londra, che, costretto a fornire spiegazioni, chiese al comandante dell’Argus l’invio di una relazione (ovviamente addomesticata) sui fatti. Nella stessa Inghilterra i parlamentari dell’opposizione misero sotto accusa il governo per quella che definirono una indebita intromissione negli affari di un altro Stato.

Al contrario, per quanto riguarda le imprese compiute dall’«Eroe dei due Mondi» nella prima parte della sua carriera militare sulla sponda americana dell’Atlantico, non si è mai andati al di là di sospetti e mormorazioni pure in presenza di indizi di non poco conto, ricavabili anzitutto dalle ammissioni dello stesso interessato a proposito delle molte protezioni accordategli prima dell’episodio di Marsala, in un periodo nel quale a essere in ballo non era anche il Regno di Sardegna, ma il solo Garibaldi, assistito e protetto, quindi, in proprio.

Sollecitato dalle celebrazioni per il bicentenario della nascita (1807-2007), lo studioso catanese Alessandro Lattanzio, in un recente intervento caratterizzato da notevole vis polemica e dal dichiarato intento di mettere una pietra tombale sul «mito» Garibaldi (1), pur se pone al centro della propria attenzione soprattutto l’impresa siciliana, riapre anche il capitolo americano. Vede, difatti, la longa manus di Londra non solo nel passaggio a più disponibili partner commerciali della Sicilia, all’epoca titolare, con le sue quattrocento miniere, del 90% della produzione mondiale di zolfo, materia prima oggetto di una crescente domanda internazionale in quanto indispensabile al sempre più impetuoso processo di industrializzazione (il Lattanzio lo definisce «il lubrificante del motore dell’imperialismo, soprattutto di quello inglese»), ma anche nelle guerre e guerriglie che a cavallo degli anni Trenta e Quaranta del XIX secolo imperversarono nell’America Latina.

Come si è detto, per quanto riguarda la conquista del Regno delle Due Sicilie gli indizi sull’aiuto fornito dall’Inghilterra a Garibaldi (e a Cavour) hanno acquisito la gravità e concordanza necessarie per elevarli alla dignità di prova. Adare un unico significato alla corresponsione, già di per sé estremamente significativa, delle somme necessarie e al determinante intervento sul campo vi sono pressanti interessi economici dal momento che il governo borbonico – già in odore di «Stato canaglia» perché la sua flotta commerciale, in costante crescita, faceva una sgradita concorrenza a quella inglese in tutto il Mediterraneo e oltre – si era macchiato di una imperdonabile colpa quando, volendo procedere alla modernizzazione delle proprie zolfatare, fonte principale della ricchezza del Regno, era entrato in trattative con una impresa francese per cedergliene lo sfruttamento, fino ad allora monopolio di ditte inglesi. Non meno importanti le considerazioni politiche, che, in una scena mondiale dominata dal contrasto fra le due massime Potenze europee, Francia e Inghilterra, rendevano allettante il progetto della creazione ai confini meridionali della Francia di una nuova compagine statale, legata a Londra da vincoli di riconoscenza e subalternità, di secondo piano, ma abbastanza forte da costituire, quanto meno nell’area mediterranea, un ostacolo alle ambizioni francesi. Del resto sono ben note le trattative – che attribuivano un ruolo determinante a Garibaldi, beniamino del popolo britannico per le sue esternazioni antipapiste – intercorse fra l’Inghilterra e il Regno Sardo (peraltro attento a tenere il piede in due staffe per assicurarsi anche il sostegno della Francia di Napoleone III, che, desideroso di mettere un napoleonide sul trono delle Due Sicilie, prometteva in compenso ai Savoia l’annessione al Piemonte delle regioni dell’Italia settentrionale).

Più difficili da decifrare le vicende sudamericane, anche per la mancanza di documentazione e l’imprecisione e non di rado l’inattendibilità delle notizie fornite nelle sue Memorie dallo stesso Garibaldi, perfettamente consapevole che molte delle imprese di cui era stato protagonista in quel periodo della sua vita potevano prestarsi il fianco a non poche critiche, capaci di appannare l’immagine pubblica del disinteressato eroe di cui era gelosissimo.


Gli interessi in gioco

Indubbiamente l’impero britannico aveva forti interessi anche in America Latina e in particolare nell’immenso bacino del Rio de la Plata, dove operavano numerosi vascelli della sua flotta commerciale, ed è noto che gli inglesi, interessati a indebolire l’impero brasiliano, favorirono, in accordo con la ricca borghesia uruguaiana e, a volte, con l’Argentina, il tentativo di secessione della provincia di Rio Grande do Sul promosso dai ricchi latifondisti di lingua e cultura spagnola, spietati sfruttatori del lavoro degli indiani e dei negri importati dall’Africa e, quindi, avversi alla politica integrazionista del governo brasiliano.
Secondo il Lattanzio Garibaldi venne assoldato per svolgere il ruolo di «raider», ovvero incursore nelle retrovie dell’esercito brasiliano al fine di sconvolgere l’economia dei territori nemici con razzie di bestiame, incendi dei raccolti, sanguinose devastazioni dei villaggi, che, dopo il saccheggio e l’uccisione degli abitanti che non avevano fatto in tempo a cercare scampo nella foresta, soprattutto donne e bambini, venivano dati alle fiamme.

Tuttavia, mentre vi sono prove precise dell’intervento inglese e della triangolazione Londra-Torino-Caprera per favorire l’impresa siciliana, per l’America non solo manca qualunque pur labile prova che Garibaldi vi sia stato mandato dagli inglesi, ma tutto lascia credere a una decisione individuale conseguente alla necessità di abbandonare il Piemonte dopo la condanna a morte (3 giugno 1834) per la partecipazione al fallimento dell’insurrezione organizzata (dal territorio svizzero) da Giuseppe Mazzini e la diserzione dalla Marina sarda. È possibile che alla scelta dell’America del Sud non sia estranea l’affiliazione alla Giovane Italia avvenuta a Marsiglia nel 1833, ma non di valore determinante. Il continente latino-americano era da tempo oggetto di un relativamente intenso flusso migratorio di genti liguri, in gran parte marinai e commercianti marittimi, che vi avevano costituito alcune piccole comunità. Il fatto che al loro interno fossero numerosi gli ex giacobini, i militari che avevano combattuto con Napoleone, e, nella generazione più giovane, i carbonari e i repubblicani mazziniani costretti all’esilio per avere partecipato ai falliti moti degli anni Venti e Trenta, rappresentava un’attrazione per un ligure di sentimenti patriottici e liberali, che, grazie alla condanna a morte inflittagli dal governo sardo, poteva contare su una favorevole accoglienza da parte di un ambiente largamente penetrato dalle idee rivoluzionarie. A escludere previ contatti con Londra anche il fatto che, fino a quel momento, Garibaldi non aveva ancora aderito alla massoneria, all’epoca collaudato tramite della politica imperiale inglese. Difatti, pur se in merito sussistono versioni diverse in particolare per quanto riguarda il luogo e la data, anche quella che anticipa al massimo l’iniziazione ai misteri massonici la colloca proprio a Rio Grande do Sul, poche settimane dopo lo sbarco, e per di più in una loggia irregolare, la Asilo de la Vertud, non collegata ai Grandi Orienti di Londra e di Parigi (Garibaldi dovrà difatti provvedere, probabilmente dieci anni dopo e a Montevideo, alla propria regolarizzazione massonica).

In definitiva, manca fino allo sbarco a Rio de Janeiro, avvenuto in data imprecisata fra il novembre 1835 e il gennaio 1836 l’occasione per l’arruolamento di Giuseppe Garibaldi sotto l’Union Jack, sia pure nella particolare qualità di «raider» o corsaro (comunque il rilascio, diretto o indiretto, di «patenti» per lo svolgimento di queste collaterali attività bellico-economiche aveva in Inghilterra una lunga e consolidata tradizione). Pur se mancano le prove documentali (non però quelle indiziarie) che sia stata colta, l’occasione si presentò invece e assai allettante dopo l’arrivo a Rio Grande do Sul. Qui, difatti, i fuoriusciti italiani facevano capo a un giovane studente in legge, mazziniano genovese, Luigi Rossetti, riparato in America nel 1827. Con lui il quasi coetaneo Giuseppe Garibaldi strinse poco dopo il suo arrivo un forte legame, fatto di reciproca simpatia, di comunanza di idee politiche (2), e, da parte del Rossetti, di ammirazione per la forte personalità e la nomea di patriottismo e di coraggio che accompagnavano il nuovo arrivato; e, non ultimo, per il suo successo con le donne. Un’amicizia subito tradotta nell’avvio di una serie di comuni imprese fra commerciali e militari, con non poche venature piratesche, che li vedranno fianco a fianco fino agli ultimi mesi del 1840, quando (24 novembre) il Rossetti trovò la morte mentre partecipava all’inutile assedio di Porto Alegre, capitale in pectore della Repubblica riograndina, ma occupata da truppe brasiliane.


Il sodalizio con Rossetti

Ora questo Luigi Rossetti non era nel mondo dell’emigrazione «patriottica» uno qualunque, ma il nipote del giacobino napoletano Gabriele Pasquale Rossetti, che, troppo giovane per avere avuto un ruolo nell’effimera Repubblica del ‘99 (era nato a Vasto nel 1783), aveva fatto una modesta carriera da intellettuale sotto il regno di Giuseppe Bonaparte e di Gioacchino Murat, dapprima come librettista del teatro San Carlo di Napoli, poi nel ruolo di conservatore dei bronzi e marmi antichi del Museo napoletano. Pur avendo mantenuto l’incarico anche con la Restaurazione, aveva preso parte ai moti del 1820, riuscendo poi, durante la repressione, a sottrarsi alla cattura riparando a Malta grazie all’aiuto dell’ammiraglio inglese Sir Graham Moore. Nell’isola era rimasto, sotto la protezione di un altro inglese, il diplomatico (nonché poeta) John Hookham Frese, fino al 1824, quando, sempre con il consiglio e l’aiuto dei suoi potenti amici britannici, aveva optato per una definitiva sistemazione a Londra. Qui si era sposato con Francesca Polidori, figlia di un altro rifugiato, Gaetano Polidori, per qualche tempo segretario dell’Alfieri, e nel 1831 era stato nominato professore d’italiano al King’s College.

È fin troppo naturale che un uomo così strettamente legato da vincoli di gratitudine e da comuni simpatie politiche a personaggi con posizioni di assoluto rilievo nell’establishment inglese non esitasse a suggerire il nome del nipote, a lui caro, oltre che per i vincoli di sangue, per le comuni idee liberali, che lo avevano costretto a trovare rifugio nel continente americano, in occasione di richieste o anche di semplici confidenze di qualche diplomatico o militare a proposito degli interessi di Albione in quelle remote, ma ricche regioni, divenute ancor più allettanti dopo che gli ex sudditi dell’America settentrionale avevano portato a compimento un violento e irreversibile distacco dalla Corona britannica.

Il conseguente rapporto di Luigi Rossetti con la potente e ricca Inghilterra fornisce una ragionevole spiegazione dell’autorità riconosciutagli, nonostante la giovane età, dai suoi colleghi dell’emigrazione, alcuni dei quali o di grado assai più elevato nelle locali logge massoniche o, come l’ingegnere veronese Luigi Delecazi, proprietario di una piccola flotta commerciale, di lui ben più ricchi e, in apparenza, più autorevoli.

L’ipotesi di un legame favorito dallo zio anche se non necessariamente finalizzato alla effettuazione di scorrerie paramilitari, fra Rossetti e, successivamente (su indicazione di questi), Garibaldi e i locali rappresentanti dell’Inghilterra è assistita da un elevato indice di probabilità e fornisce una spiegazione della disponibilità del denaro col quale Luigi e il suo nuovo amico furono subito in grado di mettere in piedi un’attività di commercio marittimo più verosimile di quella che attribuisce il denaro a versamenti fatti dalla Giovane Italia a Garibaldi.

Se è vero che nel periodo in cui, col soprannome di Cleombroto, era marinaio della flotta sarda il nizzardo aveva ricevuto dall’organizzazione mazziniana denaro per convertire i suoi colleghi, questa ipotesi presupporrebbe che il suo passaggio in America fosse stato suggerito dalla Giovane Italia, mentre, come si è visto, tutto lascia credere a una sua autonoma decisione dopo una serie di insoddisfacenti ingaggi marittimi e falliti tentativi di trovare una collocazione, incluso un arruolamento di qualche mese nella piratesca flotta di Hossein Bey, signore di Tunisi.

Non va, in aggiunta, dimenticato che sulla metà degli anni Trenta, Mazzini, esule a Londra, attraversava uno dei peggiori periodi della sua vita quanto a disponibilità di denaro. D’altra parte, fra le varianti non in contraddizione con l’ipotesi formulata vi è la possibilità che Mazzini sia stato interpellato per conto dell’amministrazione di Sua Maestà britannica sull’effettiva affidabilità di quel Garibaldi così ben presentato dal giovane nipote di Pasquale Rossetti o che, per non coinvolgere direttamente il governo, gli sia stato addirittura conferito l’incarico di rimettere all’uno o all’altro o a entrambi le somme loro destinate.

Certo è che Giuseppe Garibaldi e Luigi Rossetti, dopo che i loro traffici non troppo trasparenti (qualche storico parla di veri e propri atti di pirateria) gli avevano procurato un ordine di espulsione da parte del governo brasiliano, nel maggio del 1837 diedero inizio a una vera e propria guerra da corsa legittimata alla meglio da una «lettera patente» della sedicente Repubblica di Rio Grande do Sul (nessuna meraviglia che l’Inghilterra, ufficialmente in pace col Brasile, non volesse figurare) rilasciata non a nome di Rossetti o Garibaldi, che a quel momento non avevano ancora apertamente preso partito per i riograndini (lo faranno nel 1838), ma di un loro sodale anch’egli italiano, Giovanni Gavazzoni, trasformato nel portoghese Joao Gavazzon. Altrettanto certo che durante entrambe le fasi della loro attività, quella in proprio e quella per conto dei latifondisti ribelli, i due amici, nonostante la «patente» menzioni unicamente le «navi da guerra e mercantili del governo del Brasile e dei suoi sudditi», assaltano e depredano senza scrupoli navigli di ogni nazionalità, senza troppo distinguere fra amici, nemici e neutrali, con un’unica, significativa eccezione: le navi battenti bandiera britannica.

Naturalmente la morte dell’amico Rossetti non fece venire meno i rapporti stabiliti con Londra, dove Garibaldi godeva ormai di un rapporto diretto forse grazie anche a qualche favorevole intervento di Mazzini, che considerava lui e le sue imprese americane – delle quali fece diffondere versioni molto aggiustate e ingigantite – utili strumenti per il successo della causa repubblicana.


Scarso successi ma ottimo credito

Quando nel 1841 Garibaldi, abbandonate le ormai periclitanti sorti della Repubblica del Rio Grande do Sul, giunse a Montevideo, capitale della Repubblica orientale dell’Uruguay, questo Paese, tacitamente sostenuto da Francia e Inghilterra, una volta tanto resi concordi dai comuni interessi economici, si trovava in guerra contro l’Argentina. Il nizzardo, che pure aveva avuto qualche inconveniente con l’Uruguay per episodi considerati di pirateria (nel 1838 era stato spiccato nei suoi confronti un ordine di arresto), poteva, grazie alla fama acquisita, riuscire utile a una causa che con un po’ di buona volontà veniva presentata come la lotta di un piccolo Paese per la propria indipendenza nazionale minacciata da un potente vicino. Tuttavia, le sue precedenti imprese antibrasiliane riuscivano pregiudizievoli in un momento in cui l’impero di Don Pedro II era corteggiato affinché si pronunciasse contro l’Argentina (come poi avvenne, in cambio di ingrandimenti territoriali ai danni dell’Uruguay nell’ultimo anno di guerra). Diplomazia britannica, emigrazione e massoneria si misero, quindi, all’opera per ottenergli la concessione di un atto di clemenza da parte del Brasile, dietro suo impegno scritto di rinunciare, anche per il futuro, a ogni iniziativa bellica contro il Paese (impegno non mantenuto, perché, nel corso degli scontri navali per rompere il blocco argentino attorno a Montevideo, Garibaldi non seppe resistere alla tentazione di attaccare anche navi mercantili brasiliane).

Così, sistemato con generale soddisfazione il passato, il diplomatico inglese William Gore Ouseley si adoperò con successo, evidentemente non senza l’approvazione di Londra, perché il governo uruguayano affidasse ufficialmente a Garibaldi il comando prima della corvetta Costitucion (alla quale si aggiunsero poi la Pereira e la Procida), quindi dell’intera marina uruguayana (nomina revocata o rinunciata quando la sua presenza a Montevideo divenne sgradita al governo, improvvisamente ansioso di liberarsi di lui e delle sue camicie rosse) (3).

Tirando le somme, le imprese di Garibaldi nel Nuovo Mondo, ideologicamente insignificanti, sul piano politico-militare non furono coronate dal successo. Il Rio Grande do Sul continuò a far parte del Brasile. L’Uruguay mantenne la propria indipendenza contro le mire argentine, ma esclusivamente grazie all’intervento diretto della Francia e dell’Inghilterra e, soprattutto, del primo e principale nemico di Garibaldi, il Brasile, al quale dovette cedere, per riconoscenza, una vasta porzione del suo territorio.

Tuttavia il governo di Sua Maestà britannica, avendo conseguito i propri fini, ne rimase abbastanza soddisfatto per pensare a lui, oltretutto divenuto beniamino del popolo inglese per la sua fama di eroe antipapista e i suoi romantici abbigliamenti, e suggerirlo a Cavour o accettarlo come l’uomo adatto a dare la copertura di un personaggio immagine al progetto per la distruzione delle Due Sicilie.



1) http://www.aurora03.

2) Così Garibaldi descrive nelle sue Memorie l’incontro col Rossetti: «Gli occhi nostri s’incontrarono, e non sembrò per la prima volta, com’era realmente. Ci sorridemmo reciprocamente, e fummo fratelli per la vita, per la vita inseparabili».

3) Nel suo volume «L’iperitaliano – Eroe o cialtrone?» (Il Cerchio, Rimini 2006, p. 34, n. 4) Gilberto Oneto ricorda che la prima prova documentale (più esattamente si tratta della testimonianza scritta di un protagonista) dei rapporti fra l’Inghilterra e Garibaldi è costituita dalle Memorie dell’Ouseley, che vi riferisce di essere stato con lui per due anni «in costante contatto».
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