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Le industrie del Regno di Napoli PDF Stampa E-mail

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?Le industrie del Regno di Napoli prima dell'Unit? d'Italia

quando il Sud non doveva emigrare


Perch? oggi non guidiamo automobili "Pietrarsa"? Perch? non usiamo saponi "Bevilacqua" o maglioni "Sava"? Quali erano i prodotti pi? diffusi nell'Italia meridionale poco pi? di un secolo fa? Quali erano le fabbriche pi? famose e perch? sono scomparse?


Queste domande sono state una stimolante premessa per queste ricerche che non hanno certamente la pretesa di risolvere una questione cos? complessa come quella dell'industrializzazione del Sud preunitario: esse vogliono solo fornire un contributo utile per l'approfondimento di un tema ancora molto attuale.

Le scelte fatte dalla dinastia borbonica intorno alla prima met? del secolo scorso, con le tracce delle industrie che in quell'epoca nacquero o si consolidarono, costituiscono una base necessaria per ulteriori ricerche ed eventuali confronti sui problemi ancora irrisolti del Mezzogiorno d'Italia.


Dalla consultazione di dati e documenti archivistici e dallo studio di testi specialistici e settoriali si evidenzia il quadro complessivo di un tessuto produttivo in cui ? possibile trovare? riferimenti a temi di grande attualit? come la continuit? di alcune produzioni tradizionali, la modernit? di molte scelte rispettose delle vocazioni del territorio o l'interesse architettonico, archeologico-industriale di strutture e siti superstiti.

Per avere un quadro della situazione preunitaria al sud abbiamo preso in considerazione i seguenti temi:?

Dai greci ai Borbone
Le solenni esposizioni
Industrie pesanti
Ferro e fuoco
Tessuti e utopie
Sulle vie del mare
Dai maccheroni ai sorbetti
Artisti artigiani operai
Dalle lavatrici ai pianoforti: l'et? dei primati
Crisi, questioni meridionali, emigrazione

DAI GRECI AI BORBONE
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Poste al centro del Mediterraneo, le terre del Sud, fin da quando erano state Magna Grecia, avevano avuto un ruolo importante nelle produzioni e nei traffici commerciali: dai vini pregiati alle ceramiche artistiche, i nostri contadini e i nostri artigiani divennero famosi in tutto il mondo greco-romano. Durante il regno Normanno-Svevo, tra XII e XIII secolo, si affermarono e si consolidarono le attivit? produttive locali e anche nella successiva et? aragonese lo sviluppo economico si incentr? soprattutto sulle produzioni cantieristiche e sulla lavorazione di tessuti e carta.
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Con il ritorno all'indipendenza e l'arrivo sul trono di Napoli di Carlo di Borbone, nel 1734 inizi? una fase nuova anche per l'economia del Regno.
Un'equilibrata amministrazione della spesa pubblica, il rinnovamento e il miglioramento del sistema tributario e dell'amministrazione statale, lo stesso miglioramento delle condizioni sanitarie e di vita, una saggia politica diplomatica con l'estero e il sostegno delle iniziative commerciali e manifatturiere inaugurarono una nuova epoca nella storia di tutto il Regno di Napoli.
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Arti tradizionali e mestieri antichi si consolidano e si diffondono anche nell'iconografia popolare.
Sono anche gli anni, per?, della prima industrializzazione e della nascita della forma-fabbrica intesa nel senso pi? moderno.
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Il successivo avvento al trono di Ferdinando II, intorno alla met? del secolo scorso, coincise con l'inizio di un processo pi? organico e articolato di industrializzazione che le immagini e i documenti che seguono cercheranno di rappresentare sinteticamente.
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Prevalse, con Ferdinando II, la concezione di un'industria considerata utile e necessaria nella misura in cui si poneva al servizio dell'uomo.
Significativa, a tal proposito, la presenza fissa di un luogo riservato alla preghiera all'interno degli opifici.
Significativo anche un documento: un appello inviato all'Istituto d'Incoraggiamento alle Scienze Naturali "perch? rivolgesse tutte le sue cure a vedere quali rami di industria potessero a preferenza prosperare tra noi, perch? pi? adatti all'indole dei nostri concittadini, alle loro tendenze ed ai mezzi che ne somministrano il suolo, il clima, l'aria..." (Atti del Reale Istituto d'Incoraggiamento alle Scienze Naturali, Napoli, 1855, tomo VIII, p.304)
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In Piemonte 964 fabbriche impiegavano 8186 bambini; nella sola Lecco in Lombardia su 4503 operai 2296 erano bambini. Il Regno di Napoli aveva la pi? bassa percentuale di lavoro minorile e la pi? bassa percentuale di mortalit? infantile in Italia.
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Il ministro inglese Peel, promotore della grande era liberistica in Gran Bretagna, a proposito delle nuove tendenze della politica borbonica sosteneva: "il governo di Napoli ? stato uno dei governi che si ? affrettato a seguire questa linea di politica commerciale. Io debbo dire, per rendere giustizia al Re di Napoli, che ho visto un documento scritto di sua mano e questo documento racchiude principii tanto veri quanto quelli sostenuti dai pi? illustri professori di economia politica"?
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LE SOLENNI ESPOSIZIONI
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Per esporre e promuovere le produzioni locali erano promosse delle mostre periodiche curate del Reale Istituto di Incoraggiamento.
Una delle prime mostre fu organizzata ne 1822 nel giorno onomastico del Re. Dal 1828 le mostre nazionali diventarono biennali alternandosi con una mostra di Belle Arti. Dal 1842 furono organizzate ogni cinque anni lasciando spazio a quelle locali altrettanto utili e dove i premi assegnati da commissioni specializzate alle migliori produzioni divise per settori "ingeneravano un fremito di buon volere ai sensibili miglioramenti". Queste mostre, grazie ai contatti che in esse si stabilivano, facevano "cessare molte occorrenze in molti comuni che per lo innanzi erano stati tributari di altri luoghi"? e costituivano un momento importante di verifica e confronto per i produttori favorendo spesso animati dibattiti scientifici (Archivio di Stato di Napoli, fondo Ministero Agricoltura Industria e Commercio, fascio 239)
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Le esposizioni nazionali erano allestite presso la sede dell'Istituto d'Incoraggiamento nella capitale a Monteoliveto o presso il colonnato della chiesa di San Francesco di Paola al Largo di Palazzo.
Il 30 maggio 1853 fu inaugurata l'ultima "Solenne esposizione di Arti e Manifatture del Regno delle Due Sicilie" presso la nuova sede dell'Istituto
nella Gran Sala del Palazzo Tarsia con ricostruzioni neoclassiche e 1200 mq. di superficie espositiva per tutti i prodotti raccolti e distinti per categorie.
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Si diffuse nel Regno un ottimismo crescente per la politica del governo che si opponeva con forti dazi all'entrata di merci straniere e sosteneva le produzioni locali con premi, finanziamenti e privative per chi proponeva "invenzioni di novit? assoluta e di assoluta utilit?" (Archivio di Stato di Napoli, Ministero Agricoltura Industria e Commercio, fascio 277)
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Mirabil cosa -si scriveva in quegli anni- e certamente straordinaria, il vedere come senza la impulsione altrove ottenuta dall'agglomeramento di enormi capitali e dall'immensurabile meccanica forza di macchine grandiose, sien stati presso di noi bastevoli motori, la ben intesa direzione governativa, lo scarso peculio del privato, l'amor dell'arte, la svelta intelligenza degli industri e abili fabbricanti e produttori..." (F. Santangelo, Discorso letto il d? 31 luglio 1853, in Atti del Real Istituto d'Incoraggiamento alle Scienze Naturali di Napoli, tomo VII, Napoli, 1855, p.433)?
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INDUSTRIE PESANTI
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Circa 100 complessivamente gli opifici nel settore metalmeccanico, fondamentale anche per tutte le altre industrie; tra questi 15 avevano pi? di 100 addetti e 6 oltre 500 addetti (Archivio di Stato di Napoli, fondo Ministero Agricoltura Industria e Commercio, fascio 484).
Quella di Pietrarsa era la pi? grande fabbrica metalmeccanica d'Italia con i suoi 1050 operai (al giugno 1860): l'Ansaldo di Genova dava lavoro solo a 480 operai mentre la FIAT di Torino non era ancora nata.

Esteso su una superficie di 34.000 mq. lo stabilimento dal 1842 possedeva diverse macchine a vapore (163 HP di potenza complessiva), un'officina per locomotive con due grandi gru a bandiera, 24 torni, 5 pialle, 2 barenatrici, 5 trapani verticali, 2 macchine per viteria e una motrice a vapore da 20 HP; un'officina di artiglieria con 14 torni paralleli, 4 limatrici, una macchina per rigare i cannoni e una motrice a vapore da 8 HP. Vi erano incluse anche un'officina per costruire modelli, una fonderia per ghisa e una per bronzo.

Pietrarsa produceva: locomotive, rotaie, carri-merci, cuscinetti, ruote, torni, spianatrici, fucine, magli a vapore, cesoie, foratrici, gru, affusti di cannone, apparecchiature telegrafiche, bombe, granate, laminati, trafilati per 5400 tonnellate di acciaio all'anno.
Una lapide dimenticata nei pressi della statua in ghisa di Ferdinando II conservata presso l'attuale Museo Ferroviario ricorda: "Perch? del braccio straniero/a fabbricare le macchine mosse dal vapore/il Regno delle Due? Sicilie/pi? non abbisognasse/e con l'istruzione dei giovani napoletani/tornasse tutta la nostra antica italiana discoverta/questa scuola di allievi macchinisti/Ferdinando II [...]fond?"...
La fabbrica di Pietrarsa suscit? l'ammirazione anche degli osservatori stranieri (inglesi in particolare): il desiderio di rendere autonomo in tutti i settori il proprio Regno aveva spinto il governo borbonico a favorire la nascita di una Scuola per Macchinisti da aggiungere ad altri centri di formazione come la Scuola per l'Incisione dell'Acciaio (annessa alla Zecca di Stato) o quella per Musaici e Pietre Dure.
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Nell'estate del 1863, il 6 agosto, gli operai di Pietrarsa, di fronte al ridimensionamento voluto dallo stato unitario, protestarono nel cortile della fabbrica per difendere il loro posto di lavoro: i bersaglieri inviati per blocccare la protesta spararono sulla folla in fuga ammazzando quattro persone e ferendone pi? di dieci.
Luigi Fabbricini, Aniello Marino, Domenico Del Grosso e Aniello Olivieri furono i primi (dimenticati) martiri della storia operaia? (Archivio di Stato di Napoli, fondo Questura, fascio 16).
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FERRO E FUOCO
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Altre fabbriche metalmeccaniche da segnalare erano quelle di Guppy (600 operai), di Macry-Henry (550) nel "polo industriale" napoletano (nella zona dei Granili), la Reale Fonderia di Castelnuovo (nella cinta fortificata del Maschio Angioino successivamente abbattuta) e quelle situate in Puglia, nel Molise e in Calabria, a dimostrazione della diffusione di strutture produttive anche in zone lontane dalla capitale.
In quest'ultima regione di grandissima importanza la fabbrica di Mongiana in Calabria Ultra Seconda.

Fondato nel 1768, ampliato e rimodernato nel 1850, su 16.000 mq. coperti, includeva fonderie, stabilimento siderurgico, fabbrica d'armi, miniere ricche di ferro e grafite e boschi sterminati e preziosi per il combustibile necessario. Oltre agli ufficiali, agli impiegati statali e agli operai esterni a giornata, occupava 280 carbonieri, 100 mulattieri e 100 artefici e manuali per circa 1000 unit? complessive.
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?Le nuove esigenze dell'esercito si associarono alla politica autarchica del governo e intorno al 1743 si decise di fondare una nuova fabbrica di fucili portatili presso Torre Annunziata: "Ad affrancarci da ogni balzello forestiero qui vollesi eziandio fondare la fabbrica delle armi portatili sia da fuoco che da taglio". Nel progetto dell'architetto Sabatini fu coinvolto pure il Vanvitelli e alla funzionalit? dei luoghi si un? un notevole gusto per gli aspetti decorativi con effetti scenici e giochi d'acqua che si legavano perfettamente al complesso sistema di canalizzazione.

11000 all'anno le armi da fuoco realizzate, 3000 quelle da taglio: i singoli artefici o operai dovevano apporre sul pezzo prodotto un proprio segno o marchio per evitare difetti di fabbricazione.
Altre fabbriche famose soprattutto per la produzione di armi di lusso si trovavano anche a Sparanise, ad Avellino (con Giuseppe Pilla), a Lancusi o a Napoli, a Poggioreale (con le carabine rigate sistema Minier calibro 18 mm.). Gi? nel 1848 una "regia patente" proteggeva il "sistema Venditti" (nato prima della famosa "Smith & Wesson")? per pistole a ripetizione lunghe 32 cm. calibro 10 mm. con proiettili conici di piombo e carica di polvere nera all'interno.
Da segnalare anche la polveriera di Avellino, l'opificio pirotecnico di Capua e il polverificio di Scafati (a cui fu annesso la fonderia di Henry) specializzato nelle polveri da cannone.
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LA REALIZZAZIONE DI TESSUTI? E? UTOPIE
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L'industria tessile era certamente tra quelle pi? sviluppate in tutto il Regno. La lavorazione domestica di lane e cotoni si era gi? diffusa durante il periodo medioevale.
Nell'Ottocento, grazie al protezionismo doganale e soprattutto presso la Valle dell'Irno e del Liri? si verific? un graduale passaggio dal lavoro a domicilio a quello svolto in vere e proprie fabbriche.

Dalla Calabria agli Abruzzi era altissimo il numero di coloro che lavoravano nel settore tessile in strutture molto varie per tecniche o tipi di produzione. Si segnalavano il lanificio Sava presso Porta Capuana a Napoli (che forniva pantaloni all'esercito napoletano e a quello francese), il cotonificio Egg a Piedimonte Matese (fino a 2400 operai), la Societ? Partenopea, altri cotonifici presso Salerno, Pellezzano, Angri, Scafati e nel Molise,? i linifici e i canapifici presso Sarno, "le sete, i nastri e i manufatti in genere" del Real Convitto del Carminello e dell'Albergo dei Poveri di Napoli, del Real Ospizio Francesco I a Giovinazzo, del Reale Istituto delle Gerolamine a Potenza o dell'Orfanatrofio di Santa Filomena a Lecce, strutture dove migliaia di persone venivano assistite e anche formate e avviate in maniera produttiva al lavoro. In Puglia lane e sete venivano lavorate soprattutto nella zona di Lecce; a Taranto erano circa 400 i telai per la manifattura delle felpe e a Bari si segnalava la fabbrica di Zublin & C.
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Una relazione della Societ? Economica di Calabria Ultra da Catanzaro informava che "quasi in ogni comune della provincia si facevano tessuti di lino non in appositi opifici ma bens? da donne del popolo nelle rispettive abitazioni ove pressocch? ciascuna famiglia ha il suo telaio e quelle che fanno il mestiere di tessitrici ne hanno fino a quattro". Si producevano, tra l'altro, "tele, fazzoletti, coperte, tovaglie o biancheria da tavola".
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Un capitolo a parte nella storia dell'industria tessile meritano le seterie di San Leucio,? l"utopia realizzata" da Ferdinando IV.

"Rivolsi dunque altrove le mie mire e pensai di ridurre quella Popolazione, che sempre pi? aumenta, utile allo Stato, alle famiglie e ad ogni individuo di esse in particolare [...] Utile allo Stato introducendo una manifattura di sete grezze e lavorate di diverse specie [...] procurando di ridurla alla migliore perfezione possibile e tale da poter servire di modello ad altre pi? grandi. Utile alle famiglie alleviandole de' pesi che ora soffrono e portandole ad uno stato da potersi mantener con agio [...] togliendosi loro ogni motivo di lusso con l'uguaglianza e semplicit? di vestire; e dandosi a' loro figli fin dalla fanciullezza mezzo da lucrar col travaglio per essi e per tutta la famiglia, del pane da potersi mantenere con comodo e polizia" . Sono le parole usate da Ferdinando IV di Borbone nel 1789 per introdurre le regole della "manifattura e colonia di San Leucio, luogo ameno e separato dal rumore della Corte".

Lo statuto di San Leucio regolava interamente la vita sociale degli operai che vivevano secondo leggi che ancora oggi sarebbero considerate moderne: scuole, chiesa, organi di governo, elezioni, selezione degli artisti "esteri", fidanzamenti, matrimoni e norme morali uniche per una "societ? coniugale dove capo ? l'uomo ma ogni marito non doveva tiranneggiare mai la propria moglie n? esserle ingiusto".

A San Leucio veniva realizzato tutto il processo produttivo legato alla seta, dall'allevamento del baco ai tessuti per abbigliamento e arredamento (damaschi, rasi, velluti, broccati a righe, racemi, nastri o festoni) grazie a 114 bacinelle a vapore, 9 filatoi, una tintoria con 3 caldaie, 150 telai in opera, 130 per le sete, 80 per i cotoni e circa 600 lavoranti (fino al 1860).
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SULLE VIE DEL MARE
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I Borbone avevano intuito che le vie del mare erano da privilegiare per le comunicazioni nel Regno.
Napoletana la prima nave a vapore in Italia, napoletana anche la prima compagnia di navigazione nel Mediterraneo fondata nel 1823.
Nel 1854 i bastimenti mercantili nella capitale erano 4254, a Salerno 1397, a Reggio 674, a Paola 257, a Taranto 339, a Barletta 823, a Pescara 155, a Gaeta 603.? 99848 i bastimenti complessivi (con 17 piroscafi) nel 1860.
Negli ultimi anni del Regno erano stati conclusi trattati commerciali con la Russia, i Paesi Bassi, la Danimarca, la Prussia, gli Stati Uniti, il Piemonte, l'India...
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Frequentemente si trovano indicazioni relative ad esportazioni verso tutto il bacino del Mediterraneo: la politica di? Ferdinando II intendeva valorizzare concretamente la posizione geografica del Regno proiettandolo verso i vicini paesi del Mediterraneo.
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Nel triennio 1845-1847 la bandiera delle Due Sicilie fu in testa tra tutte quelle dei vari stati italiani, ad esempio, nei porti nord-americani con 48 approdi per 14.023 tonnellate. Nel 1858 il valore delle esportazioni dalle Due Sicilie verso gli Stati Uniti raggiunse 1.737.328 Ducati, quello delle importazioni 566.243. Tra il 1839 e il 1855 la flotta mercantile aveva esportato fuori dal Regno merci per circa 89 milioni di Ducati (Archivio di Stato di Napoli, fondo Ministero agricoltura Industria e Commercio, fasci 172, 512;? fondo Ministero Finanze, fasci 14132-14149).
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Il cantiere di Castellammare, il pi? grande d'Italia, dava lavoro a 1800 operai: tra il 1840 e il 1865 erano uscite da Castellammare (dopo la riconversione dalla costruzione di navi in legno a quelle in ferro) fregate, cannoniere, pirovascelli per 43.000 tonnellate. Al cantiere era annessa anche una corderia a completamento di un vero e proprio ciclo produttivo.
Nel giugno del 1860 era quasi pronto per la consegna il "Monarca" che con i suoi 70 cannoni era la pi? grande nave da guerra mai costruita in Italia: dopo l'arrivo di Garibaldi divent? la prima corazzata della Marina Italiana.
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Nel giugno del 1854 per la prima volta? una nave italiana a vapore, dopo 26 giorni di navigazione, arriv? a New York: era il piroscafo "Sicilia", frutto del progetto di una societ? voluta da Ferdinando II? "per il tragitto periodico tra i Reali Dominii e le Americhe [...] spezialmente pel traffico di quelle derrate che in lungo viaggio soggette andrebbero a deteriorarsi".
Alcuni anni dopo l'Unit? d'Italia, lungo la stessa lunghissima rotta, quelle "derrate" saranno pi? tragicamente sostituite da milioni di meridionali costretti ad emigrare...
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DAI MACCHERONI AI SORBETTI
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Le industrie alimentari sono sempre state importanti nella cultura e nell'economia meridionali.
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Secondo un diffuso racconto, dopo l'occupazione normanna di Amalfi nel XII secolo alcuni maestri locali, gi? in contatto con i mercati e i mercanti orientali, sarebbero sfuggiti agli invasori rifugiandosi presso Gragnano tra i Monti Lattari e continuando l? la loro tradizione di pastai.

Da Gragnano si sarebbero spostati verso Torre Annunziata perch? pi? adatta al commercio per mare e pi? vicina alla crescente Napoli. Altre? leggende riferiscono di un'origine napoletana dei "vermicelli" che sarebbero stati inventati intorno al 1200 da un mago che abitava in una grotta presso il Vico dei Cortellari nel centro antico.
E' certo, invece, che tra il 1600 e il 1700 i pastifici napoletani raggiunsero una fama indiscussa facendo affermare la corporazione dei Maccaronari come una delle pi? potenti in citt?.

Proprio dalla fine del XVIII secolo il livello dei consumi inizi? a crescere rendendo necessarie le "importazioni" dai pastifici di Portici, Resina, Gragnano e Torre Annunziata: si consolidava cos? il consumo di un alimento-simbolo, conservabile, trasportabile e altamente nutritivo, capace di sostituire nell'uso locale la famosa "minestra maritata" (unione felice di verdure e carni) e di iniziare la storia altrettanto famosa della "dieta mediterranea".

Fino al Cinquecento i produttori di pane erano anche produttori di pasta e la gramolazione (impasto di semola e frumento con l'acqua) doveva avvenire prima che l'acqua si raffreddasse ritagliando con rapidit? tagliatelle, gnocchi o cappelletti. La diffusione della pasta fu favorita nel secolo successivo dalle prime meccanizzazioni dall'uso di torchi e impastatrici.

Agli inizi dell'Ottocento fu pubblicato un manuale per favorire l'organizzazione di un moderno pastificio "togliendo l'uso abominevole di impastare coi piedi, grazie all'uomo di bronzo, una nuova impastatrice con lamine di bronzo inventata a Napoli".
Nel 1856, alla Mostra Industriale di Parigi, il legato del Regno consegn? la sua "cassetta con collezioni paste" portata in Francia "ad uso suo" e riusc? a vincere il primo premio tra i pastifici presenti all'esposizione.
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La produzione ormai si era diffusa e industrializzata: a Napoli e a Gragnano (con 81 macchine per manifatture e 28 per la molitura), a Torre Annunziata, a Ischia, a Melfi, dalle Puglie alle Calabrie.
I nostri maccheroni erano esportati a New York, a Rio, a Odessa, ad Algeri, Atene, Malta, Pietroburgo o Amburgo (Archivio di Stato di Napoli, fondo Ministero Agricoltura Industria e Commercio, fasci 484, 240, 170,171,172, 512)
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Molto diffusi erano i "trappeti", stabilimenti per la spremitura delle olive che, soprattutto in Puglia, iniziavano ad organizzarsi a livello industriale per fare fronte alle continue ed enormi richieste dal Regno, dall'Italia e dall'estero.
Un decreto di Ferdinando II nel 1844 cerc? di tutelare la qualit? dell'olio pugliese istituendo una sorta di marchio d.o.c.
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Il vino iniziava ad essere prodotto anche a livello industriale: dal 1845 al 1846, ad esempio, le botti esportate negli Stati Uniti aumentarono da 989 a 2934
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Numerose anche le fabbriche per la produzione di liquori? dolci secondo la moda dell'epoca: i "centerbe" abruzzesi, le essenze di agrumi calabresi, i rosoli e le acquaviti pugliesi e campani; circa dieci complessivamente le birrerie.
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Centinaia gli addetti alla lavorazione di altri prodotti tipici: le liquirizie in Calabria (famose quelle del barone Barracco) e in Puglia; i confetti (specie negli Abruzzi), dolciumi, cioccolato e zucchero (Societ? Industriale Partenopea a Sarno), insaccati, mozzarelle e formaggi vari (ancora a livello artigianale e soprattutto nel Salento, nel casertano e nel salernitano).
Grande la tradizione dei sorbetti napoletani: Giacomo Leopardi, secondo la testimonianza di Antonio Ranieri, aveva "consacrato in lode dei gelati [della gelateria di Vito Pinto presso l'attuale Piazza Carit?]" alcuni versi "per quella grand'arte onde barone ? Vito..."
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ARTISTI ARTIGIANI OPERAI
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La Real Fabbrica delle porcellane di Capodimonte furono il frutto della fusione di tradizioni artigianali, della sensibilit? artistica dei ceramisti, della capacit? imprenditoriale degli industriali e della precisa volont? di Carlo di Borbone.
Grazie anche all'iniziale supporto scientifico fornito dai tecnici specializzati della Sassonia, patria della regina Maria Amalia, si arriv?, con continue sperimentazioni, alla composizione di una pasta tenera definita "porcellana", misto di terre bianche provenienti da Atri e gi? usate in Abruzzo e di altre terre? delle falde del Monte Maiella, "la prima gassosa, salina e plumbea, l'altra alcalina, assorbente e leggiera".

L'architetto Ferdinando Sanfelice realizz? il progetto della fabbrica che avrebbe ospitato gli operai che avrebbero lavorato coralmente (anche se valorizzandone le individualit?) e a stretto contatto con le famiglie ospitate nella stessa struttura.
Vi si producevano "zuccheriere, ciotole, cafettiere, chicchere, piattini, ciotole alla genovese, boccali, boccalini, fiaschetti, tabacchiere, cornetti e pomi di bastone, scatole a conchiglia di mare, scatole lavorate, cucchiaini, composizioni raffiguranti persone, animali, frutti e fiori".
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Tra arte, artigianato e industria si collocava anche un'altra delle produzioni tipiche e prestigiose: quella del corallo, che valse al Regno di Napoli il primo premio "per coralli tagliati e incisi" nella Mostra Industriale di Parigi del 1856.
40 le fabbriche per la produzione dei? preziosi "cammei" e circa 300 le barche attrezzate per la pesca quasi tutte concentrate nella zona di Torre del Greco: il governo borbonico, per non privarsi dell'abilit? dei corallari torresi, nel 1835 gli concesse l'esonero dal servizio militare.
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Continuando una tradizione antica quasi di sette secoli, delle duecento cartiere presenti nel Regno nel 1848 sessanta si potevano contare presso i comuni della costiera amalfitana.
La famosa "carta d'Amalfi", filigranata e morbida, era utilizzata per gli atti giudiziari e pubblici al posto delle pergamene; nel 1858 le fu concesso anche una privativa per la sua propriet? di non lasciare scolorire l'inchiostro. La produzione variava da questa carta pregiata detta "di bambace" a quella "di strazzo" o "emporica" di largo uso specie tra i commercianti anche per i famosi "cuoppi" (contenitori ricavati dalla carta avvolta in forma conica).
Altre grandi cartiere quelle del Fibreno in Terra di Lavoro, "le prime di queste province meridionali e forse d'Italia per qualit? e quantit? di prodotti" (con 500 operai e 1.130.000 metri di carta prodotti annualmente).

Strettamente collegate all'industria della carta ma anche al clima culturale di tutti quegli anni, erano le tipografie, vere e proprie industrie del libro con oltre 400 titoli pubblicati ogni anno e circa 2500 addetti. 120 le stamperie attive solo a Napoli famose per le incisioni, le impaginazioni e le legature (tra esse la Stamperia Reale, la Reale Tipografia Militare ol a tipografia del Tramater).
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La tradizione delle concerie napoletane risale all'epoca medioevale quando, durante il regno egli Angioini, furono concentrate nella zona del Mercato pi? vicina al mare (tra le strade della Conceria Vecchia e delle Vacche alla Conceria) trasferendole dal centro storico. Il trasferimento si era reso necessario per la disponibilit? di acqua corrente utile per sciacquare le pelli, della spiaggia per asciugarle e del mare per scaricare le velenose sostanze di risulta.

Si segnalavano diverse produzioni nel napoletano e presso Solofra specie nel settore dei guanti che spesso venivano lavorati anche a domicilio: la loro qualit? era famosa nel mondo e ogni anno ne venivano prodotti ben 700.000 dozzine di paia.?
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"Grandiosa" era definita nel 1852 la Real Fabbrica di Tabacchi a Napoli presso l'ex convento di San Pietro Martire: 1700 erano le lavoranti "sigarriste" artefici, negli anni della crisi immediatamente successiva all'unificazione italiana, di uno dei primi scioperi femminili (con relativo lancio di oggetti e di strumenti di lavoro dalle finestre della fabbrica occupata per protesta) (Archivio di Stato di Napoli, fondo Questura, fascio 12). Il tabacco lavorato a Lecce, altrettanto pregiato, doveva essere particolarmente apprezzato anche dal papa Pio IX visti i frequenti invii registrati nel 1856 verso lo Stato Pontificio (Archivio di Stato di Napoli, fondo Ministero Finanze, fasci 13153, 14153).
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DAI PIANOFORTI ALLE LAVATRICI: L'ETA' DEI? PRIMATI
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Nel 1857 il governo borbonico istitu? una Commissione per la Statistica delle attivit? produttive del Regno delle Due Sicilie.
Furono inviati 2500 moduli per avere notizie sui "grandi stabilimenti industriali, opifici e fabbriche, sulle piccole industrie e manifatture o sulle arti con esclusione di arti o mestieri isolati".
Di fronte alla difficolt? incontrata da molti Comuni nella classificazione dei prodotti la Commissione sugger? di dividerli in quattro categorie: "minerali, vegetabili, animali e misti".
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Da queste preziose e quasi del tutto inedite statistiche risulta una quantit? enorme e inaspettata di produzioni realizzate diffusamente in tutto il Regno: dalle lavatrici (Armingaud, in uso presso l'Albergo dei Poveri di Napoli e capaci di lavare fino 1200 camicie)? ai parafulmini, dalle tute per palombari agli sportelloni anti-incendio, dalle colle agli ombrelli, dall'olio di bergamotto (200.000 libbre solo in Calabria) alle "riggiole" (esportate anche a Tunisi), dai cappelli in paglia (20.000 all'anno a Civitella del Tronto) ai fiammiferi, dai saponi ai pianoforti (famosi quelli di Raffaele Muti), dai profumi (esportati anche negli Stati Uniti) ai medicinali, dalle forbici alle monete (300 i dipendenti della Zecca di Stato), dai goniometri agli orologi...
(Archivio di Stato di Napoli, fondo Ministero Agricoltura Industria e Commercio, fascio 484).
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Le industrie nel Mezzogiorno continentale errano circa cinquemila e la percentuale di occupati tra la popolazione attiva prima dell'Unit? d'Italia era pari al 6% con punte (Napoli, Terra di lavoro, Principato Meridionale e Settentrionale) vicine all'11% : in media con le percentuali degli occupati delle industrie del resto dell'Italia, il 27% dei lavoratori delle industrie italiane era nel Mezzogiorno continentale
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I lavori pubblici sono sempre il frutto di un apparato industriale efficiente e adeguato.
Tra i lavori pubblici pi? significativi realizzati tra il 1850 e il 1860 si ricordano: 27 ospedali civici, il bacino di carenaggio in muratura presso il porto di Napoli, le bonifiche delle Paludi Sipontine e del bacino inferiore del Volturno, la creazione dei Regi Lagni, il ponte in muratura sul Fortore con tredici arcate, quello sul Biferno, il corso Maria Teresa (dal nome della moglie di Ferdinando II), cinque chilometri di una sorta di moderna "tangenziale" della capitale costruita in appena due mesi e ribattezzata Corso Vittorio Emanuele dopo l'unificazione italiana.

Lavori e primati si aggiungevano ad altri lavori e primati pi? o meno recenti: la prima ferrovia italiana Napoli-Portici, la prima nave a vapore, il primo ponte in ferro sul Volturno, il ponte sul Calore,? il primo sistema di illuminazione a gas, il primo telegrafo elettrico, l'Acquedotto Vanvitelliano, il primo sistema di fari lenticolari, l'Osservatorio Vesuviano o le bonifiche e le deviazioni del fiume Sarno.
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CRISI, QUESTIONI MERIDIONALI, EMIGRAZIONE
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- Delle 600 locomotive occorrenti alle linee ferroviarie italiane solo un centinaio fu appaltato a Pietrarsa.
- Nel 1861 il governo di Torino band? le gare per gli appalti dei servizi postali marittimi ma le prestigiose compagnie di navigazione delle Due Sicilie (che gi? vantavano 17 piroscafi) non ebbero neanche l'invito a concorrere alle aste (vinsero gli armatori liguri e tra essi quel? Rubattino che aveva avuto un ruolo importante nella recente impresa garibaldina).

Secondo i dati riportati da Francesco Saverio Nitti, tra il 1894 e il 1898 la spesa media per abitante relativa ad opere pubbliche fu per gli abitanti del Centro-Nord di 334 lire a testa, per quelli del Sud di 110 lire.
Tra il 1862 e il 1897 lo Stato italiano spese circa 458 milioni nelle bonifiche idrauliche: 267 per l'Italia settentrionale, 188 per quella centrale, meno di 3 per quella meridionale.
Sempre secondo il Nitti i vantaggi che l'economia settentrionale ricav? dall'unificazione furono "numerosi e notevoli" considerando anche tutto il peso del debito pubblico piemontese (e le conseguenti nuove tasse) caduto sulle spalle dei meridionali (dei 668 milioni di lire-oro di tutti gli Stati italiani messi insieme, 443 erano del Sud) (F. S. Nitti, Scienza delle finanze,
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La crisi delle industrie del Sud fu rapida e inesorabile soprattutto se rapportata alla contemporanea ascesa di quelle settentrionali: tra il 1860 e il 1971 gli addetti delle industrie meridionali sono passati da 200.000 a 750.000; nel Nord-Italia dai 300.000 a 4.400.000 (dati-SVIMEZ).
Interventi ordinari e straordinari anche pi? recenti non hanno cambiato la situazione e il divario tra Nord e Sud ? sempre pi? netto e pesante.
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Difficile conciliare l'immagine falsa e stereotipata dei meridionali nullafacenti o al massimo impegnati nei campi o in piccole botteghe da artigiani con quella di ciminiere e vapori, di turni di lavoro e di operazioni bancarie. Queste immagini e questi documenti cercano di restituire alla storia una parte di una verit? troppo spesso trascurata, ignorata? o mistificata. Il Sud aveva le sue industrie, aveva i suoi operai e le scelte del nuovo governo unitario interruppero irrimediabilmente un processo, distrussero un progetto che, pur conservando magari i suoi difetti, era stato realizzato e stava continuando a realizzarsi.
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Tra il 1870 e il 1913 cinque milioni di meridionali, senza alcuna prospettiva di lavoro nella loro terra, furono costretti ad emigrare per paesi che non avevano mai conosciuto e che mai avrebbero pensato di conoscere. Anno dopo anno sono diventati oltre 20 milioni sparsi nel resto dell'Italia e del mondo.
Ancora oggi, per moltissimi giovani del Sud, l'unica soluzione possibile sembra l'emigrazione.
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Principali fonti archivistiche e bibliografiche (per le immagini e i documenti)
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Archivio di Stato di Napoli:
fondo Ministero Agricoltura Industria e Commercio
fondo Ministero Finanze
fondo Archivio Borbone
fondo Ministero Interno
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Biblioteca della Societ? Napoletana di Storia Patria
Biblioteca Nazionale di Napoli
Annali Civili del Regno delle Due Sicilie
Poliorama Pittoresco
L'Industriale
Il Giornale delle Due Sicilie

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