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Associazione culturale Neoborbonica
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L’UTOPIA NEMICA DI NAPOLI DAI PENSATORI DEL CINQUECENTO AI GIACOBINI DEL SETTECENTO

Nel XVI secolo fu coniata la parola utopia da parte di Tommaso Moro, santo inglese tanto intransigente verso lo scismatico Enrico VIII da pagare con la vita la sua fede cattolica. Quello che scrisse sull’utopia rappresentava una società slegata dal tempo e dallo spazio (quindi inesistente, cioè utopica in greco) di esseri finalmente mondati dai problemi della vita umana. Pochi anni dopo il termine fu ripreso da un calabrese, un altro Tommaso, di casato Campanella. 

Anche costui fu assai critico ma non contro un despota ribelle al Papa, bensì contro il cattolicissimo governo spagnolo e addirittura contro in Santo Uffizio, patendo per eresia lunga galera e sfiorando il rogo. 

Le sue idee utopiche (espresse nella Città del Sole) non erano virtuali, come quelle dell’inglese, ma proponevano un ben distinto sistema politico di stampo repubblicano in cui i cittadini vivevano felici perché mondati dai legacci dell’etica cristiana. Gli eterni nemici di Roma non potevano farsi sfuggire l’occasione, da allora in poi, per schierare il frate calabrese tra le loro fila,  facendolo passare per un socialista ante litteram e per l’acerbo precursore di un mondo meraviglioso di cui non si trova traccia  dopo ben cinque secoli di squallidi conati. Solo incidentalmente si ricorda che gli ideologi antiborbonici e giacobini della repubblica Partenopea erano detto sprezzantemente gli utopici filosofi.

Spiace quindi che un filo borbonico di grande spessore dalla terra di Tommaso Campanella concluda una sua  analisi (per il resto come al solito lucida ed esaustiva) sul Sud additando la salvezza comune nelle trite parole della Città del Sole.

Non è nelle schiere degli aguzzini dei Borbone e delle Due Sicilie che è possibile reperire il mezzo per il riscatto meridionale. Così facendo si delinea una sorta di aporia che non può essere foriera di alcun vantaggio per i duosiciliani di oggi.

Lo studio del Risorgimento (figlio della Rivoluzione) dalla parte dei vinti è (fortunatamente) oggi il pane quotidiano di molti ma, per produrre effetti clamorosi,  necessita di un miglior metodo di analisi che non faccia mai confondere amici e nemici delle Due Sicilie (con conseguente impasse culturale ed operativa)  in questo arduo ma avanzato percorso teso a liberare la nostra memoria storica.

V.G.

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