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note su Maratea PDF Stampa E-mail

NOTE SULL’ASSEDIO DI MARATEA

L’esercito imperiale francese invade la penisola italica nel 1806 e Giuseppe Bonaparte ha il compito di impadronirsi del regno di Napoli che la strategia bellica degli alleati ordina di abbandonare nella parte continentale. Al seguito del fratello di Napoleone vi è uno dei più abili, determinati e feroci dei generali: André Masséna. A maggio cade la grande fortezza di Civitella e tutti gli sforzi sono rivolti contro l’invitta Gaeta. La morsa degli invasori a nord fa scatenare i patrioti duosiciliani a sud dove a Maida, il 4 luglio, ai Francesi è inflitta una clamorosa sconfitta da parte degli anglo-borbonici. La sfortunata resa di Gaeta ha scendere le orde di Masséna verso le Calabrie per schiacciare la cosiddetta ribellione. L’indomita Lauria ha l’ardire di opporsi e viene distrutta con la maggioranza degli abitanti. Le piccole fortezze di Maratea ed Amantea resistono ancora sulla costa tirrenica, aiutate in ogni modo dalla libera Sicilia.  Maratea è comandata da un valentissimo ufficiale, Alessandro Mandarini e costituisce un caposaldo sprezzante e pericoloso che sfida i Francesi sino alle soglie dell’inverno. Masséna non riesce a stroncare queste sacche di opposizione e lascia l’incombenza al suo sostituto Verdier quando è chiamato a Parigi per difendere l’impero. Il gen. Lamarque investe con una potenza bellica strepitosa il territorio marateota composta da 6000 soldati e moderni cannoni. Fiumefreddo, Logobardi, Belmonte sono espugnate e messe a ferro e a fuoco. Tutti i combattenti sopravvissuti si rinserrano in Maratea e Mandarini si trova a guidare un migliaio di uomini che non vogliono chinare la testa al nemico. Contro gli schioppi dei difensori è schierata la  micidiale artiglieria gallica che prepara il terreno per minare le mura. Nonostante varie, coraggiose e sfortunate sortite per fermare i lavori, i marateoti devono capitolare. Lamarque è costretto a riconoscere il valore degli assediati concedendo loro il libero transito verso la Sicilia borbonica. In effetti, come al solito, i patti sono traditi e sono rispettati solo per il comandante, per gli altri c’è la prigionia e per i civili sacco e stupro come a Lauria!

Comunque il solco tra Galli e Duosiciliani di allarga sempre di più irreversibilmente. I francesi sono perfettamente considerati , "conculcatori d'altari, loquaci di libertà, ma propugnatori, perché forestieri di più turpe servaggio". A Mandarini sono offerte cariche e gloria direttamente da re Giuseppe, ma l’adamantino marateota ricusa tutto e raggiunge il suo legittimo re a Palermo.

Nella chiesa di S. Lucido ove morirà nella sua Patria redenta, si legge questa significativa lapide:

In memoria del Colonnello Alessandro Mandarini Cavaliere Gran Croce dell’inclito Ordine Costantiniano Intendente della Calabria Citra

Pio ingenuo generoso più che dei suoi figli padre dei poveri

furono sue virtù preclare

rettitudine umiltà vero valore amò tanto l’augusto re Ferdinando cui era carissimo che prodigò ad onor di lui le sue fortune

nacque in Maratea nel 1762 che coraggiosamente difese dai Galli nel 1806 finì in San Lucido nel 22 settembre 1820 la sua famiglia rispettosa e riconoscente.

 

 

 

 

 

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