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Associazione culturale Neoborbonica
L'orgoglio di essere meridionali

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Lettera ai Borbone PDF Stampa E-mail
Cari Borbone,
se agli occhi dei contemporanei ci sono degli individui
che meritano senz'altro l'appellativo poco lusinghiero di
"cattivi", quelli siete voi. Sì, proprio voi, intorno a cui,
ancora al tempo che vedeva la vostra dinastia "folgorante
in solio", un illustre politico inglese, Lord Gladstone, ebbe
a pronunciare un giudizio che tuttora vi schiaccia come un
macigno. Beh, a dire il vero il "buon" Lord tale giudizio
l'aveva formulato sul sistema carcerario vigente nel Regno
delle Due Sicilie, definito come "la negazione di Dio eretta
a sistema". Tuttavia è fin troppo evidente che con esso si
intendesse stigmatizzare e condannare senza appello la
vostra condotta, il vostro MODUS IMPERANDI, se così posso
dire.
Ma, per restare al vostro tanto vituperato e riprovevole
sistema carcerario, a costo di fare torto a un così probo
uomo come Lord Gladstone, debbo far notare (seppur
sommessamente) che esso, invece, risultava essere, per
quei tempi, tra i meno terribili e disumani del continente
europeo. E non basta: da recenti studi è emerso perfi-  
no che i Borboni "progettarono, prima d'ogni altro stato
europeo, una riforma in tal campo che tenesse conto
delle esigenze elementari dei carcerati e della necessità di
educarli, al fine di permettere loro di iniziare una nuova
vita, una volta espiata la pena"[1].
Probabilmente il buon Lord - che Dio l'abbia in gloria!
-, aveva presente più il sistema carcerario austriaco,
di cui Silvio Pellico ha lasciato un ben noto resoconto,
che il vostro. Il quale pure, naturalmente, aveva le sue
pecche. Ma tra un bagno penale come quello, ad esempio,
della pur famigerata e temuta piazzaforte di Pescara
e un lager ANTE LITTERAM come quello dello Spielberg ce
ne correva, di differenza! Non parliamo, poi, dei bagni
penali che la Francia aveva oltre oceano. Quello denominato
Bagne de Cayenne, per esempio, non costituiva certamente
un modello da seguire. Ma sembra che in un
certo momento storico tutto ciò che riconduceva ai
Borboni fosse esecrabile.
Chissà se al Gladstone, mentre formulava il suo non
proprio del tutto disinteressato giudizio sul vostro modo
di governare, sarà mai venuto da pensare al volto assunto
dal colonialismo inglese nei domini asiatici, americani ed
europei (leggasi "Irlanda") dell'Union Jack. Chissà se l'encomiabile
gentiluomo ha mai scavato nel glorioso passato
del suo Paese e sia stato portato a riflettere, per un solo
momento, che nemmeno la dinastia dei Tudor, a essere
obiettivi, aveva dato prova, nel corso della sua storia, di
umanità e tolleranza. Che dire, infatti, tanto per soffer-
marci su due tra i personaggi più eminenti di tale Casata,
del comportamento di Enrico VIII e di sua figlia
Elisabetta I? (Sua Maestà "Maria la Sanguinaria" mi perdonerà
se non faccio menzione né di lei né delle "imprese"
che le valsero cotanto appellativo, ma i suoi cinque
anni di regno - durante i quali fece "giustiziare" appena
trecento dissidenti religiosi - sono poca cosa, di fronte a
quelli più lunghi e incisivi dell'augusto genitore e dell'altrettanto
augusta sorella).
Il sovrano, in polemica con il Papa, che indugiava a
concedergli la dispensa che gli aveva chiesto per separarsi
da Caterina d'Aragona, sua prima moglie (che comunque
provvide a mandare via), non si fece scrupolo di fondare
una Chiesa a sua immagine e somiglianza. Né ebbe
problemi nel ripudiare Anna di Cleves, quarta moglie; e
addirittura nel far decapitare Anna Bolena e Caterina
Howard, rispettivamente la seconda e la quinta delle sei
mogli che complessivamente ebbe. E senza che alla base
di tali comportamenti vi fosse una sia pur labile "ragion
di stato", la quale poté costituire una giustificazione solo
nel caso del ripudio della prima moglie.
La regina Elisabetta I, dal canto suo, ebbe cuore (o
non ne ebbe?... Dipende dai punti di vista) di far imprigionare
e "giustiziare" per alto tradimento sua cugina
Maria Stuart, regina di Scozia; la quale, in seguito a una
sollevazione che l'aveva costretta ad abdicare, fuggì in
Inghilterra (sul cui trono, disgraziatamente per lei, vantava
diritti dinastici), sperando di trovarvi rifugio e protezione.
Ma tornando alla vostra "cattiveria", esecrabili
Borboni, vi fu un altro illustre uomo, il narratore sicilia-
no Giovanni Verga, che fu più brutale di Lord Gladstone
nel giudicarvi. Egli, infatti, nella prefazione del suo
romanzo storico I carbonari della montagna, un'opera
giovanile pubblicata tra il 1861 e il 1862, in cui si stenta
non poco a riconoscere il futuro maestro del Verismo,
scrisse: "Quando vedete un Borbone che giura, piantàtegli
un coltello nel cuore!". Evidente, in questa durissima
frase, il riferimento alla condotta di Ferdinando I delle
Due Sicilie, il quale nel 1820 prima aveva giurato di
rispettare la Costituzione concessa ai liberali insorti e di
lì a poco, rientrando a Napoli sotto la protezione delle
armi austriache, si era affrettato a rimangiarsi tutto. E a
quella, altrettanto odiosa, di Francesco II; quella "buona
lana" che nel 1848 prima concesse la Costituzione e poi
la revocò, dando perfino luogo a una feroce e cruenta
repressione nel corso della quale si guadagnò il soprannome
di "Re Bomba", perché ordinò il bombardamento
dell'inerme città di Messina.
Non meno pesante, infine, risulta essere l'epiteto "borbonico"
usato ancora oggi dalla maggioranza degli italiani,
quando si intende far riferimento a una condizione o a una
situazione negativa. Così, per esempio, si sente parlare spesso
il "politico", l'"intellettuale" o il semplice "uomo della
strada" di un sistema istituzionale, di un apparato statale, di
un funzionamento del Paese "di tipo borbonico". Tutto ciò
che da noi non va bene, è squinternato o è arretrato, insomma,
viene bollato con l'aggettivo, infamante: "borbonico".
Come se l'inefficienza amministrativa, lo sfascio istituzionale,
il degrado politico-sociale, l'incapacità o la disonestà della
nostra mai lodata abbastanza Intelligencjia fossero determinati
da una perenne e perniciosa emanazione ectoplasmatica
riconducibile a dei "cattivi" soggetti quali siete stati e apparite
tuttora voi, piuttosto che da chi, ai giorni nostri, si è accollato
(con generosità e altruismo encomiabili) l'onere de "lo
comune incarco". Come se a voi, pessimi soggetti, non fossero
succedute, nel tempo, un'altra dinastia reale e una forma
istituzionale di tipo repubblicano. La quale ultima, a dire il
vero, avrebbe più motivo di gettare discredito sulla Casa
regnante a cui è stata "preferita" (in seguito a un "trasparentissimo"
e "ineccepibile" REFERENDUM) che su di voi.
Ma i pregiudizi, soprattutto nell'italica TERRA FELIX,
sono difficili da rimuovere. E così succede che mentre
fior di delinquenti del presente, o di un passato prossimo,
non vengono minimamente additati alla cosiddetta
"opinione pubblica", eventi e personaggi di un passato
remoto, morto e sepolto, continuino a suscitare l'attenzione
e lo sdegno dei nostrani "opinionisti", "tribuni" e
"censori", che scrivono e parlano di tutto e di più; a proposito
e a sproposito. E riguardo a voi, cari Borboni, mi
sembra che i più parlino a sproposito. Ma - che volete? -
ogni epoca ha la classe "intellettuale" che si merita! Perciò
oggi, nella nostra "civile" e "colta" Italia, accade di sentir
parlare in termini lusinghieri di qualche farabutto al cui
soldo stanno masnade di legulei, Azzeccagarbugli, mezzibusti
e pennivendoli che gli consentono di farsi beffe
della Legge "uguale per tutti", e di udire parlare in modo
a dir poco discutibile dei Borboni. I quali, per loro sfortuna,
non esistendo più come incarnazione del potere,
non hanno la possibilità di prezzolare le persone che contano,
tra i plasmatori dell'"opinione pubblica".
A difendere quelli come voi, tutt'al più, può provare
qualche "non allineato" alla "cultura" imperante; qualche
poveraccio intellettualmente poco dotato; qualche trascurabile
elemento ancora capace di indignarsi di fronte
al sistematico procedere secondo due pesi e due misure;
qualche professore di provincia, che come tale non può
avere una visione allargata e aperta, all'interno del nostro
vastissimo panorama culturale; qualche retrogrado,
insomma, che nessuno esiterebbe a definire, come minimo,
nostalgico e, peggio ancora, anacronistico prodotto
di una subcultura grazie al cielo praticamente estinta.
A levare un grido (peraltro flebile) di dissenso, nell'immenso
mare del conformismo dilagante, può provare
soltanto un disgraziato anonimo tra gli anonimi che, in
quanto tale, non avrà alcuna speranza di far udire la propria
voce nel chiassoso e rissoso mondo del cosiddetto
"villaggio globale"; nel quale ha più modo di farsi sentire
e notare "ogne villan che parteggiando viene" che una
persona fondamentalmente schietta (a cui, però, difettano
parentele o amicizie che contano, nonché bècera supponenza).
Quindi, cari Borboni, dovete rassegnarvi a rimanere
collocati tra i "cattivi". Mi dispiace per voi, ma in tale
maniera va questo mondo che, a distanza di tanti anni,
continua a vedere in voi il male per antonomàsia.
Ma è veramente così? Davvero il nome "Borboni" può
essere inteso come l'equivalente della malvagità, della
negatività, dell'inaffidabilità? Davvero un'intera dinastia
non ha prodotto nulla di meritevole e di positivo?
Davvero tra di voi non c'è stato un solo (uno solo, chiedo!)
monarca capace, umano, giusto? E davvero in altre
dinastie o in altri sistemi istituzionali non sono presenti
figure storicamente e umanamente discutibili? Ecco, cari
"cattivi" di turno: partiamo da tali domande e proviamo
a ripercorrere, per quanto possibile, i momenti più significativi
e della vostra affermazione come Casa regnante e
dell'affermazione di altri soggetti politici, nel complesso
panorama politico che ha caratterizzato l'odierna Italia
da quasi trecento anni in qua. Così, forse, avremo modo
di vedere fino a che grado arrivasse la vostra "cattiveria" e
fino a che punto la "bontà" degli altri.
Cominciamo dal giorno in cui, quindici giorni prima
della battaglia di Bitonto (25 Maggio 1734), che lo vide
trionfare sugli austriaci e conquistare anche la Sicilia,
Don Carlos di Borbone entrò in Napoli (egli venne riconosciuto
come Re di Napoli e Sicilia dai Trattati di
Vienna del 1735). Era il 10 Maggio del 1734 e, a quel
che tramandano le cronache, fu accolto da una folla
festante e inneggiante, poiché dopo più di duecento anni
di asservimento a Stati stranieri (alla Spagna e, dal 1707,
all'Austria), nasceva un nuovo Regno indipendente e
tutto italiano. Il Re, che assunse il nome di Carlo III, non
perse tempo nel riorganizzare su basi moderne il nuovo
Stato a cui aveva dato vita. E per far ciò si circondò dei
più valenti e rinomati esperti e intellettuali dell'epoca.
Venne così avviata una politica di riforme che avrebbero
dovuto portare il Regno napoletano al livello delle maggiori
potenze europpee di allora.
Nel 1741 stipulò con la Santa Sede romana un concordato
in seguito al quale sottopose a tassazione alcune
proprietà del clero. Subito dopo mise mano al sistema
fiscale, con l'intento di modernizzarlo e renderlo più
rigoroso e allo stesso tempo equo. Dette così vita al cosiddetto
Catasto Onciario o "Carolino", che per quei tempi
costituì una rivoluzione. Infatti il calcolo dell'imponibile,
che fino ad allora era stato effettuato tenendo presente
il valore delle proprietà, veniva ora effettuato sulla rendita
delle proprietà e sul reddito derivante dalle varie attività
lavorative. Con questo nuovo strumento di esazione
il Re intendeva perseguire un duplice obiettivo: dotare il
Regno di un sistema fiscale non contestabile e promuovere
una politica antifeudale e giurisdizionalista[2] grazie
alla quale, oltre a eliminare (o per lo meno ridurre) i privilegi
della nobiltà e del clero, che ancora in quel
momento godevano dell'esenzione dalle imposte e di
altri svariati diritti, si tendeva a rafforzare il potere centrale.
Purtroppo né i feudatari né la Chiesa, i quali avevano
ancora un enorme potere, si mostrarono molto propensi
a rinunciare ai loro secolari privilegi e quindi a
seguire il monarca nella sua opera riformatrice.
Re Carlo, inoltre, nel 1752 varò un nuovo codice che
avrebbe dovuto mettere ordine nel caotico sistema legislativo
fino allora vigente, e mostrò attenzione anche nei
confronti del sistema giudiziario, preoccupandosi nel
contempo di non rivoluzionare l'antico assetto sociale del
Regno. Egli vi stava comunque promuovendo riforme,
progresso, crescita civile e culturale.
Ma proprio nel bel mezzo di tanto fervore riformistico
intervenne un fatto destinato a pesare terribilmente sul
futuro del Regno. Il 10 agosto del 1759, infatti,
Ferdinando VI di Spagna morì senza lasciare un erede. A
succedergli sul trono di Madrid fu chiamato Carlo, che
lasciò lo scettro di Napoli nelle mani del figlio terzogenito
Ferdinando (1759-1825). Il quale, non avendo allora più
di otto anni, venne affidato a un Consiglio di Reggenza tra
i cui membri spiccava l'abile Primo Ministro Bernardo
Tanucci. Questi si incaricò di proseguire nella strada intrapresa
da Carlo III e il Regno conobbe il giustamente famoso
periodo del "riformismo borbonico". Che fino agli
eventi rivoluzionari del 1799 continuò a essere favorito
anche da Ferdinando (noto come Ferdinando IV prima e
come Ferdinando I delle Due Sicilie dal 1814 in poi); un
sovrano passato alla storia con il nomignolo di "Re lazzarone",
per via della sua scarsa cultura e dei suoi costumi
popolani, che lo portavano a prediligere l'uso del dialetto
napoletano e ad avere un contegno affatto privo di etichetta.
Questo Re, tradizionalmente dipinto come "volgare,
ignorante, fanatico e reazionario"[3], tra le altre iniziative
intraprese fondò la Borsa di Cambio, promosse il commercio,
diminuì consistentemente le tasse dirette e indirette,
obbligò la Magistratura a motivare le proprie sentenze
(il che, data l'epoca, non è poco!).
Ma questo Re, purtroppo, è anche colui che, grazie alla
sua debolezza, rese possibile l'infame e orrendo eccidio dei
Martiri della Repubblica Partenopea del '99. Un eccidio
che peserà in perpetuo su di lui, offuscando quel po' di
buono che ha fatto; sebbene i veri responsabili di quella
nefanda pagina della storia dell'Italia preunitaria siano fon-
damentalmente da individuare nella sua perfida moglie
austriaca e nel governo inglese, interessato più che mai,
allora, a perseguire una politica antifrancese e a esercitare
la sua nefasta influenza sulla Sicilia, considerata una piazzaforte
strategicamente decisiva per il dominio del
Mediterraneo. Fu per questo che il "grande" ammiraglio
Horatio Nelson, venendo meno a ogni sentimento di
umanità e misericordia e al codice d'onore fece impiccare
come un volgare bandito (arrivando perfino a ordinare di
gettarne il cadavere in mare, come estremo segno di
disprezzo) l'Ammiraglio Francesco Caracciolo che, confidando
nel senso dell'onore del suo non altrettanto nobile
e onorevole "collega", si era spontaneamente consegnato a
lui, piuttosto che accettare la via di fuga generosamente
offertagli dal Cardinale Ruffo. Fu per questo, e per la crudele
caparbietà della regina Carolina (la quale perseguiva
una politica filoaustriaca e filoinglese, secondo quanto le
veniva pressantemente sollecitato da Vienna; e la quale,
soprattutto, era la sorella di Maria Antonietta, la regina
decapitata dagli odiatissimi repubblicani francesi); fu per
questo che 118 tra le persone più rappresentative del panorama
politico, civile e culturale del Regno, vennero condotte
al macello.
Ma alla fine la colpa di questa vile condotta e il sangue
grondante dai corpi di quelle vittime ricaddero su
Ferdinando (che pure - intendiamoci- aveva recitato la sua
parte, sebbene più da gregario), e non su chi aveva abilmente
manovrato affinché si compisse il massacro. E di conseguenza,
a essere contrassegnata dal marchio dell'ignominia
restò la Real Casa di Borbone; Che comunque (e questo è
necessario rimarcarlo) rappresentava pur sempre lo Stato
contro il quale avevano cospirato e fatto la guerra, alleandosi
con una potenza straniera, i fautori della repubblica giacobina
partenopea. E, se mai ce ne fosse bisogno, vale la pena
di far presente che, dal punto di vista del legittimo governo,
essi si erano macchiati del reato di alto tradimento. Reato per
il quale tanti altri Stati reputati più "liberali" e "civili" di
quello borbonico, non hanno esitato, nel corso della penosa
e contraddittoria storia umana, a mandare al patibolo tanta
gente. Vale, infine, anche la pena di sottolineare, come non
mancò di fare già allora in un suo lucidissimo saggio l'intellettuale
napoletano Vincenzo Cuoco, che la "rivoluzione del
'99" fu promossa da una ristretta cerchia di borghesi, se così
vogliamo definirli, i quali non seppero né poterono farsi
intendere dal popolo, quanto mai alieno dal compiere azioni
"sovversive" dell'ordine costituito; e soprattutto ostile,
ostilissimo, nei confronti dello straniero invasore che minacciava
la sua Patria, la sua Religione, il suo Re. E ciò è tanto
vero che l'esercito francese non solo incontrò una fiera e fortissima
resistenza da parte dell'intera popolazione del Regno,
ma anche da parte dei cosiddetti "lazzari" napoletani, che
lasciarono sul campo ben diecimila di loro, prima di capitolare
e quindi di consentire l'entrata in città dell'odiato aggressore.
A ciò si aggiunga che furono proprio i popolani napoletani
a invocare a gran voce la pena di morte per i giacobini
"traditori", una volta che la Corte, tornata da Palermo, si
insediò nuovamente nella capitale. Dunque dov'era il cosiddetto
malcontento dei sudditi di Sua Maestà il "Re lazzarone"?
La verità, mi sembra, è che il popolo, nella sua quasi
totalità, stava con la Corona. Eccome se ci stava! Che poi,
come già detto sopra, Re Ferdinando IV contasse meno del
due di coppe, di fronte alla moglie austriaca e agli Inglesi; e
che si sarebbe potuta usare più clemenza nei confronti degli
insorti; beh, questo è un altro discorso. Ma tale considerazione
si potrebbe fare a proposito di tantissimi governi di
ogni epoca. E in maniera particolare intorno a quello che nel
1860, raccogliendo il "grido di dolore" delle genti meridionali
e accorrendo "generosamente" a "liberarle", si sostituì ai
Borboni "oppressori". Esso si rese protagonista di tante e tali
azioni improntate a liberalità, umanità e clemenza, nei confronti
di chi gli opponeva resistenza, che in seguito si adoperò
a far sì, e con la massima cura, che i libri di storia patria
non ne facessero menzione alcuna. Ciò, naturalmente, per
eccessiva modestia; perché gli atti di generosità e carità verso
il prossimo vanno compiuti senza menarne vanto. Un esempio
per tutti è costituito da quanto avvenne nell'estate del
1861 in Basilicata, Puglia e Campania, regioni in cui tantissimi
centri abitati avevano apertamente espresso la loro ostilità
nei confronti dei conquistatori subalpini che imponevano
tasse, balzelli e coscrizione obbligatoria a tutto spiano. Le
milizie del "re galantuomo", che intanto aveva provveduto a
dichiarare lo stato d'assedio da quelle parti, dettero vita a una
delle più violente, orrende e sanguinose repressioni che
l'Italia ricordi. Repressioni di fronte alle quali le vigliaccate
rimproverate a voialtri "cattivi" di Borboni erano robetta da
dilettanti del terrore. In un paese della provincia di Potenza,
Ruvo del Monte, i bersaglieri savoiardi, non trovando traccia
dei "briganti" che avrebbero dovuto annidàrvisi, per rappresaglia
trucidarono l'inerme popolazione e, non contenti,
diedero fuoco ad abitazioni e campi. E meno male che gli ex
"oppressi" delle province meridionali erano diventati a tutti
gli effetti "Fratelli d'Italia"!, altrimenti chissà cosa sarebbe
seguito ancora.
Le truppe dei subalpini riversarono la propria insensata
ferocia anche sulle pacifiche e inermi popolazioni di Puglia
e Campania (in particolare nel Beneventano e in Irpinia),
senza mostrare pietà nemmeno per donne, vecchi e bambini.
I paesi di Pontelandolfo (BN) e Casalduni (BN),
nell'Agosto di quell'anno furono rasi al suolo e gran parte
della loro popolazione venne passata per le armi per ordine
dell'"eroico" generale Cialdini; quello stesso grande
stratega che dimostrò tutto il suo valore e la propria capacità
nel corso della cosiddetta terza guerra d'indipendenza.
Un altro esempio, stavolta inerente al civilissimo e progredito
XX secolo, e più precisamente agli odierni maestri
di "democrazia", che vanno sotto il nome di statunitensi, è
costituito dalla pena di morte inflitta a due sfortunati
coniugi[4] di quelle amene contrade negli anni '50, in pieno
clima di caccia alle streghe, o maccartismo che dir si voglia.
Costoro, accusati di spionaggio a favore dei comunisti dell'allora
Unione Sovietica, dopo un discutibile e sommario
processo, che suscita forti dubbi ancora oggi, vennero condannati
per alto tradimento e "giustiziati" senza tanti complimenti.
Nessuno, che io sappia, ha mai apertamente
definito "criminale" un apparato statale come quello che
rese possibile una tale esecuzione (anche se l'anno in cui i
due coniugi furono giustiziati il pittore italiano Renato
Guttuso ne fece un ritratto a matita che intitolò Julius ed
Ethel Rosenberg, mentre il cantautore americano Bob
Dylan per loro compose la canzone dal titolo: Julius and
Ethel).
Ma per voialtri Borboni non c'è giustificazione che
tenga. Anche se le responsabilità di certe tragedie (che in
ogni caso non dovrebbero mai accadere) sono state di singoli
esponenti della Casata non importa: morte e ignominia
ai Borboni e gloria imperitura a quei governi che
hanno salvaguardato la sicurezza nazionale "giustiziando"
"briganti" e "spie".
Secondo i più, Francesco I (1825-1830), succeduto a
Ferdinando, sarebbe il peggiore dei Borboni, quello che
ha lasciato il più cattivo dei ricordi. Durante i suoi cinque
anni di "tirannia", infatti, pare che corruzione, scandali,
aggiustamenti di sentenze e vendita di impieghi
pubblici fossero all'ordine del giorno. Per non parlare
della severa censura imposta agli scritti dei maggiori pensatori
dell'epoca; molte opere dei quali, addirittura, vennero
dichiarate fuori legge. E sì che al tempo in cui era
stato luogotenente in Sicilia aveva concesso all'isola, nel
1812, una Costituzione nei confronti della quale la tanto
decantata Costituzione Albertina dei Savoia, promulgata
trentasei anni più tardi, non era poi granché. Con essa
veniva applicato il principio della divisione dei poteri
legislativo, esecutivo e giudiziario; il Parlamento acquisiva
un ruolo di primo piano. Erano inoltre riconosciuti i
diritti dell'uomo e la libertà di stampa; e si abolivano il
sistema feudale e la tortura. Vabbè che egli fu indotto a
tale passo dagli Inglesi, la cui influenza a Corte (attraverso
l'operato di Lord Bentinck) non era trascurabile; tuttavia
resta il fatto che la concesse, passando per un simpatizzante
dei cosiddetti liberali. Anzi, fino al 1825, anno
della sua incoronazione a Re delle Due Sicilie, non sembrò
essere ostile a una possibile monarchia di tipo costi-
tuzionale. Le cose cominciarono a cambiare dopo la sua
ascesa al trono, poiché l'Austria, avendo occupato lo
Stato militarmente dal 1820 (in seguito ai moti carbonari
di quell'anno), lo costrinse a perseguire una politica
tutt'altro che liberale. Tale linea, tuttavia, servì per ottenere,
nel 1827, il più volte richiesto allontanamento dell'esercito
austriaco, la cui presenza si era rivelata perniciosa
per l'economia del Regno. Nonostante ciò, egli nell'insediarsi
volle dar prova di generosità, concedendo
l'amnistia ai soldati condannati per diserzione e riducendo
la maggior parte delle condanne al carcere. Nel 1827,
in occasione della nascita del figlio, Re Francesco I provvide
ad amnistiare anche coloro i quali erano stati condannati
per reati politici.
Sotto di lui la flotta, che era una delle migliori
nell'Europa del tempo, venne accresciuta e potenziata e
l'industria manifatturiera si arricchì con la nascita di una
fabbrica di panni in cui ebbe modo di lavorare tantissima
gente (e tra questa anche i carcerati, che avevano così
modo di riscattarsi ed emendarsi attraverso un'occupazione
onesta).
Probabilmente sia i motivi sopra ricordati, sia alcuni
moti insurrezionali, peraltro immediatamente repressi
perché non avevano avuto la necessaria adesione popolare,
determinarono in lui quel cambiamento che, alienandolo
sempre più dalla politica attiva (la quale potrà anche
essere stata gestita da alcuni elementi corrotti, incapaci e
immorali - ma quale tipo di governo non annovera individui
di tal fatta? -), diede luogo al periodo forse più
controverso (ma non certo completamente negativo)
della dominazione borbonica.
Quando nel 1830 gli successe il giovane figlio
Ferdinando II (1830-1859), all'orizzonte si stava addensando
un'altra tempesta rivoluzionaria; che però il nuovo
monarca dimostrò di saper affrontare e controllare.
Egli dette prova di saggezza e lungimiranza, avviando un
vasto programma di riforme, dando impulso a tante opere
pubbliche, rimettendo ordine nell'amministrazione statale,
abolendo delle tasse impopolari e, non ultimo, usando clemenza
nei confronti dei cosiddetti liberali. Non si può negare
che, in tale periodo, il Regno non risentisse positivamente
di tale indirizzo politico.
Il progresso a Napoli si manifestò attraverso l'illuminazione
a gas delle sue vie e con l'inaugurazione, nel 1839,
del primo tratto ferroviario italiano, che collegava Napoli
a Portici. Nel 1856, nel corso della conferenza di Parigi, il
Regno delle Due Sicilie fu premiato per essere uno dei
Paesi più industrializzati dell'epoca, preceduto solo da
Inghilterra e Francia.
Cominciò progressivamente a diffondersi la speranza che
questo Re volesse trasformare la monarchia da assoluta in
costituzionale. E questo soprattutto quando, nel 1848, concesse
la Costituzione. Ma disgraziatamente fu proprio in tale
anno che il sovrano si mutò da progressista e riformista
quale era stato fino allora in reazionario e tirannico.
Nel gennaio del 1848, infatti, in Sicilia scoppiò una
rivolta autonomista. "Ferdinando [...] volle fare un atto di
coraggio e di sfida: lui che fino a quel momento era rimasto
estraneo al generale movimento riformista inaugurato da
Pio IX, scavalcò tutti gli altri sovrani italiani e concesse la
costituzione d'un colpo solo, mettendo fra l'altro in imbarazzo
il Papa, il Granduca di Toscana, i Duchi di Parma e
Modena e Carlo Alberto a Torino, i quali, dopo questa
mossa, furono costretti, uno dopo l'altro, a concedere
anch'essi la costituzione. A questo punto era chiaro che l'equilibrio
e l'ordine stabiliti a Vienna nel 1815 erano venuti
meno; inoltre una rivoluzione era scoppiata anche a Vienna,
e Metternich era uscito di scena; approfittando di ciò, i
milanesi il 18 marzo erano insorti cacciando gli austriaci e
chiedendo a tutti i sovrani italiani di combattere insieme
contro gli Asburgo per l'indipendenza italiana. Per altro,
dopo varie esitazioni, Carlo Alberto era effettivamente
entrato con il suo esercito in Lombardia e marciava contro
il "Quadrilatero" austriaco. Insomma, era giunto il momento
di mettere in pratica " [5] il programma neoguelfista propugnato
da Vincenzo Gioberti nel suo libro: Del primato morale,
civile e politico dell'Italia, che tanto era piaciuto a
Francesco II.
"Pio IX era pronto, ed inviò delle truppe non per attaccare
ma a difesa dello Stato Pontificio, ed anche il
Granduca di Toscana inviò i suoi uomini. Ferdinando,
dinanzi ad una vera ed effettiva unità degli italiani per l'indipendenza
non si tirò indietro, ed inviò l'esercito a combattere.
È il momento magico della storia d'Italia! Tutti
uniti per l'indipendenza, secondo però gli obiettivi del
neoguelfismo, vale a dire un'Italia confederale e cattolica, e
pertanto monarchica e legittimista. Il problema però è che
non tutti la pensavano in tal maniera... Anzitutto i democratici,
che ovunque, e specie a Firenze, Roma e Napoli
miravano al progetto mazziniano di sovversione repubbli-
cana dell'ordine tradizionale; e poi Carlo Alberto, che in
maniera ogni giorno più evidente conduceva la guerra isolatamente
ed evidenziando le sue reali intenzioni, che non
erano certo quelle neoguelfe, bensì più semplicemente
quelle di realizzare l'antico sogno di Casa Savoia, l'annessione
della Lombardia e se possibile del Veneto. A questo
punto Ferdinando, fiutato il vento, cambiò nettamente
atteggiamento (nel frattempo, anche Pio IX ritirava le sue
truppe, sia perché oramai era evidente che a Roma si preparava
il colpo di stato mazziniano, sia perché da Vienna
giungevano minacce di scisma qualora il Papa non avesse
smesso di fare guerra all'Impero cattolico, e Pio IX, per
quanto amasse l'Italia, era anzitutto il Pontefice di tutti i
cattolici del mondo prima che il sovrano di uno Stato italico):
mediante un colpo di forza, prima ritirò la costituzione,
onde evitare che il governo gli sfuggisse definitivamente
di mano e finisse in quelle mazziniane (come stava
accadendo a Roma e Firenze), pericolo effettivo che varie
rivoluzioni locali nelle provincie meridionali del Regno
stavano chiaramente evidenziando; poi ritirò i suoi soldati
dal fronte, visto che farli morire per dare la Lombardia
a Carlo Alberto (e non per fare la Confederazione
Italiana) non aveva alcun senso; infine riconquistò manu
militari la Sicilia, ponendo fine ad ogni disordine e velleità
rivoluzionaria e sovversiva, e dimostrandosi uomo di
carattere come pochi l'Italia aveva conosciuto".[6]  E nel
riconquistare MANU MILITARI la Sicilia non si fece scrupolo
di ordinare alla sua flotta il bombardamento di
Messina, il quale gli valse il nomignolo poco onorevole di
"Re Bomba". Non si ritenne, invece, di affibbiare lo stesso
soprannome (chissà perché?) al "re galantuomo" dopo
che la regia flotta "italiana", per domare una rivolta scoppiata
a Palermo nel 1866 (a causa di una drammatica
situazione economica che aveva prodotto circa quindicimila
disoccupati) bombardò altrettanto ferocemente la
città; nella quale, tra l'altro, dilagarono quattromila soldati,
con il compito di porre fine alla "ribellione". Ma che
volete: i criminali sono sempre quelli che perdono le guerre,
mica chi le vince!?...
È per questo che, all'indomani del secondo conflitto
mondiale ci fu (e giustamente!) un "processo di
Norimberga" contro i criminali di guerra; mentre nessuno si
è mai sognato neanche per scherzo di proporre la celebrazione
di un eventuale "processo di Hiroshima e Nagasaki".
Comunque sia, cari Borboni, voi eravate e restate dei
"cattivi"; e tutto il resto non conta. Come non conta il
fatto, secondo quanto ha avuto modo di rilevare lo storico
Luigi Blanch, che a Ferdinando II i suoi sudditi (ai quali
egli si preoccupò sempre di alleviare sofferenze e disagi)
fossero molto attacati. E come non conta il giudizio di
Niccolò Tommaseo, il quale ebbe a descrivere Francesco II
come il migliore dei Principi italiani.
Sì, tali giudizi (e il fatto che egli facesse costruire strade,
ponti, porti, ospizi; o che favorisse opere di bonifica e
nascita di istituti bancari) non contano granché, di fronte
al fatto che questo "cattivo soggetto" si riprendesse il potere
assoluto facendo reprimere i moti siciliani, bombardare
Messina, affollare le carceri di "patrioti" e accrescere il
numero dei profughi.
Se poi tra gli incarcerati andiamo a considerare alcuni
tra i più illustri intellettuali napoletani come Francesco De
Sanctis, Luigi Settembrini, Carlo Poerio, le cui vicende
umane e personali suscitarono lo sdegno generale dell'opinione
pubblica italiana ed europea, si potrà ben vedere
quanto sia difficile togliere dal groppone del sovrano borbonico
il pesante fardello dell'ignominia di cui è stato gravato
insieme alla sua dinastia. Cosa che invece non è avvenuta
per i sovrani savoiardi, perché essi si sono guardati
bene dall'imprigionare, "giustiziare" e perseguitare i nemici
del loro Stato. Fortunatamente per loro un Santorre di
Santarossa, un Giuseppe Mazzini, un Giuseppe Garibaldi,
tanto per citare qualche nome, non ebbero mai a patire
persecuzioni da parte dei "liberali" sovrani subalpini.
Garibaldi, per esempio, non fu mai costretto a riparare in
esilio, per evitare la condanna a morte che pendeva sul suo
capo. E Mazzini e i suoi amici potevano liberamente circolare
nel Regno di Sardegna, per esporre tranquillamente
il proprio pensiero!
Ma queste sono considerazioni oziose e di poco conto,
di cui non merita nemmeno fare il benché minimo cenno.
Come non merita ricordare che il "cattivo" e "retrogrado"
Ferdinando II, nel 1838, aderì agli accordi franco-britannici
contro la tratta degli schiavi.
Esattamente un secolo dopo, invece, un altro re (grazie
a Dio non più dell'esecranda dinastia borbonica) aderì, firmandole,
alle ignobili leggi razziali con le quali l'Italia
scrisse una delle pagine più sòrdide e vergognose della sua
storia.
E l'Italia repubblicana, dal canto suo, non fu da meno,
visto che non si fece scrupolo di vendere (e sottolineo ven-
dere!) tanti tra i suoi "cittadini" (tutti facenti parte del
cosiddetto "ceto meno abbiente", naturalmente, poiché è
più facilmente riducibile in schiavitù); non si fece scrupolo
di vendere, dicevo, "carne proletaria" al governo belga
per una manciata di carbone! In pratica, con la scusa della
"ricostruzione" del Paese, il neonato e illuminato governo
repubblicano nel 1946 stipulò con il Belgio un accordo in
base al quale, per ogni poveraccio che inviava a rischiare la
pelle nelle miniere valloni e fiamminghe, l'Italia riceveva
una certa quantità di carbone a basso costo. Nei manifesti
che i governi amici del popolo facevano attaccare sui muri
dei tanti miseri centri abitati, per allettare quei cittadini di
nome, ma schiavi di fatto, era scritto che in Belgio li aspettavano
un lavoro sicuro, un buon trattamento economico,
un futuro roseo. Venivano, invece, scrupolosamente taciuti
i pericoli, le malattie respiratorie, i terribili disagi che il
lavoro nelle miniere comportava. Tragedie come quella di
Marcinelle, nelle cui miniere l'8 Agosto del 1956 perirono
262 lavoratori, tra i quali 136 italiani, mostrarono in tutta
la loro cruda evidenza cosa realmente si celasse dietro il
dolce e ammaliante canto delle sirene governative.
Ma lasciamo stare le miserie del periodo repubblicano,
delle quali non riesco a far menzione a causa di un violento
senso di nausea che mi aggredisce brutalmente ogni
volta che me ne balena in mente qualcuna, e torniamo a
occuparci di quel re "soldato" che, tra le altre belle iniziative
del suo regno, può vantare due assurde, anacronistiche
e crudeli campagne coloniali (come quelle che già
aveva tentato di fare, coprendosi di "onore", anche il
padre; quello che premiò con la medaglia d'oro l'umano
ed eroico generale distintosi nel 1898 per aver fatto can-
noneggiare la povera e inerme gente scesa in piazza pacificamente
per chiedere pane!). Torniamo a parlare, dicevo,
di quel monarca che può gloriarsi di aver dato luogo
all'aggressione e all'occupazione di altre Nazioni sovrane
(atto, questo, di cui quei "cattivi" dei Borboni non si sono
mai resi protagonisti durante la loro "tirannia"), nelle
quali si ebbero feroci e spietate repressioni dei locali movimenti
di Resistenza.
E i meriti di costui non si arrestano certo con tali
imprese, giacché con il proprio comportamento rese possibile
l'ascesa al potere di un partito antidemocratico e
liberticida e, cosa ancora più degna di lode, il suo consolidamento
nella scena politica italiana. Consolidamento
grazie al quale il Paese conobbe prima il totalitarismo e poi
la follia della guerra. È rimasta famosa la frase con cui il
savoiardo liquidò i delegati dei partiti democratici che,
all'indomani dell'inaudita aggressione (in pieno giorno) e
uccisione di uno degli esponenti più in vista tra i difensori
della democrazia, erano andati a trovarlo nella sua tenuta
di caccia di San Rossore, per chiedergli ufficialmente di
revocare l'incarico di Primo Ministro al responsabile di
un'ondata di illegalità e intimidazione mai conosciute
prima di allora, nella millenaria e civilissima storia della
nostra penisola.
Questo grande sovrano, di fronte a tale richiesta, il cui
accoglimento tanti lutti e rovine avrebbe potuto risparmiare
al suo popolo, ebbe cuore di rispondere, secco secco,
come se non avesse udito l'angosciata invocazione: "Mia
figlia, stamattina, ha ucciso due quaglie!". Agli esterrefatti
componenti della delegazione non restò altro che andarsene
via mestamente.
L'ultimo "cattivo" dei Borboni fu Francesco II (1859-
1860), chiamato irridentemente "Franceschiello".
Quell'incapace che, fortunatamente per noi posteri,
perse il Regno a opera di Garibaldi e Vittorio Emanuele
II di Savoia.
Questo giovincello ventitreenne non fu della stessa
stoffa del padre, il quale se fosse restato in vita non avrebbe
certamente reso la vita facile all'esercito invasore.
Questo è poco, ma sicuro.
Ma il figlio, inesperto, debole, politicamente isolato,
non potè far altro che lasciare il campo al "conquistatore";
al cui fianco, intanto, s'erano messe la mafia e la
camorra. Ebbe però modo di scrivere una bella pagina
militare, riscattando così il proprio operato, in occasione
dell'assedio di Gaeta. Quando, l'11 Febbraio del 1860,
egli si arrese, abbandonò il Regno con grande dignità,
salutato dal grido di: "Viva 'o Rre!" dei suoi soldati e
dalle salve di fucile del nemico, che gli riconobbe l'onore
delle armi. Quanta differenza tra questa partenza e
quella (se così la vogliamo definire) che ottantatré anni
dopo, nel 1943, fornirà un ulteriore pretesto (abilmente
strumentalizzato) ai fautori della repubblica, per sbarazzarsi
dell'istituzione monarchica!
Mi fermo qui, odiatissimi e vituperati Borboni, poiché
da un lato mi pare di avervi detto (seppur in maniera
essenziale) quanto mi premeva, dall'altro non mi va di parlare
di ciò che è avvenuto in Italia dalla definitiva partenza
(questa altrettanto dignitosa di quella di Francesco II di
Borbone) dell'ultimo Savoia.
No, credetemi! Vi ho già parlato del mio violento senso
di nausea. E poi, a volte è meglio non sapere. È meglio, per
voi, non sapere in quale invidiabile stato oggi versano i
vostri ex sudditi e le loro terre. È meglio non sapere di corruzione,
scandali, stragi, piduisti; di mestieranti della politica,
sprechi di pubblico denaro, intollerabile pressione
fiscale, compensi miliardari e pensioni d'oro a pochi privilegiati
e miseri "trattamenti di quiescenza" a persone che
hanno grondato sudore e sangue per una vita; di Pil, DEFICIT,
inflazione, stagflazione, costo della vita; di precariato,
co.co. pro., co.co.co., coccodè, quaqquaqquà, flessibilità,
cassa integrazione, mobilità, delocalizzazione; di bancarotte
fraudolente, crack, bond, imbrogli, imbroglioni e furbetti
del quartiere; di "questioni meridionali", surrettizie
"questioni settentrionali", federalismi, devolution, secessionismi;
di Pacs, Dico, laici, laidi; di partiti, movimenti,
alleanze, case, poli, unioni, ulivi, querce, margherite, rose;
di risse mortali negli stadi, nelle discoteche, nelle strade,
nei bar, nei condomìni, nelle famiglie; di malasanità, maleducazione,
malcostume; di Tangentòpoli, Vallettòpoli,
Calciòpoli; di talk show, reality show, tv trash; di cialtronerie,
volgarità e corbellerie di ogni tipo e natura in gran
parte responsabili della forse irrefrenabile e irreversibile
deriva di quella società "libera", "democratica", "giusta",
"solidale" per il cui avvento Mazzini e i suoi seguaci si sono
incessantemente e indefessamente adoperati; e che oggi,
suppongo, sarebbero felicissimi di vedere in che modo è
stata realizzata!
No, preferisco non andare oltre. Ritengo che siate stati
puniti abbastanza, per la vostra "cattiveria"; e mi sembra
giusto non infliggervi altri tormenti e motivi di rimpianto,
nel farvi toccare con mano come hanno ben operato, dopo
di voi, i saggi, onesti, capaci, giusti e lungimiranti uomini
di istituzioni e governi che, fortunatamente per noi, vi
hanno soppiantato; mostrando al mondo intero, sbalordendolo
e suscitando in esso viva e incondizionata ammirazione
(se non invidia), com'è che si guida una nazione
verso destini alti, fulgidi e radiosi.
Senza rancore.
Gabriele Falco
NOTE

[1] - Giovanni Tessitore: L'utopia penitenziale borbonica. Dalle pene corporali a quelle
detentive, Milano, Franco Angeli, 2002.

[2] - Con il termine giurisdizionalismo (o anche "regalismo") viene indicata una particolare
linea politica, sviluppatasi prevalentemente nel XVIII secolo, tendente all'affermazione
della giurisdizione statale o laica su quella ecclesiastica, che nel periodo
considerato godeva di ampia autonomia.

[3] - Dal "Sito della Real Casa di Borbone", Storia e documenti (http://www.realcasadiborbone.
it/ita/archiviostorico/index.htm).

[4]  - Si tratta di Ethel e Julius Rosenberg, accusati di cospirazione, processati e condannati
e "giustiziati" nel 1953.

[5]  - Dal "Sito della Real Casa di Borbone", Storia e documenti (http://www.realcasadiborbone.
it/ita/archiviostorico/index.htm).

[6]  - Dal "Sito della Real Casa di Borbone", Storia e documenti (http://www.realcasadiborbone.
it/ita/archiviostorico/index.htm).
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