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L'orgoglio di essere meridionali

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Nessuna occasione per Napoli dopo il saccheggio PDF Stampa E-mail
Corsi e ricorsi.
Nessuna occasione per Napoli dopo il saccheggio. Le amministrazioni locali impotenti perché colluse, colluse perché impotenti, si trovano, fin dall'alba della nuova era (dal 1860 in poi), incastrate in un disegno politico nazionale ed internazionale dove il Sud Italia e la sua ex capitale, devono essere sfruttate e ridotte a mere colonie di un Nord Italia, subordinato a sua volta, a Francia ed Inghilterra che liberatesi  del Regno delle Due Sicilie, hanno potuto spadroneggiare in lungo e in largo, imponendo modelli politici ed economici spietati ed aggressivi.
Inutile, quindi, continuare a prendersela ingenuamente con le amministrazioni locali.
I corsi ed i ricorsi storici dimostrano che la matrice, la vera causa del problema, è sempre la stessa.
Ovunque si rivolge l'attenzione, la storia è sempre quella di cui sopra.
Un esempio? Vogliamo parlare di Bagnoli? Le presunte occasioni mancate di Bagnoli?
Bene, Bagnoli è un quartiere di Napoli, pertanto non sarebbe potuto sfuggire in alcun modo al triste destino della città e del Sud.
Come? Semplice, già agli inizi del '900, quando il triangolo Torino, Milano, Genova, prosperava, Napoli doveva fare i conti con quel poco che era rimasto (sopravvissuto al saccheggio) e con  i "nuovi fatti" che mentre arricchivano le città del triangolo industriale, costituivano piaghe destinate, inesorabilmente, ad incancrenire sempre più la realtà partenopea e meridionale.
I "nuovi fatti" erano i problemi che prima dell'unità d'Italia, la capitale del Regno delle Due Sicilie, non aveva, ne cito solo alcuni: "Disoccupazione, emigrazione, malavita organizzata con relative collusioni delle amministrazioni locali, etc etc."
In questo contesto determinato dai fatti del 1860, per Napoli, il '900, il secolo delle grandi occasioni, si apre invece con un mare di problemi da dover subire e non poter risolvere.
Torno a Bagnoli. Le due leggi speciali varate tra il 1904 ed il 1908, in teoria, molto in teoria, avrebbero potuto rappresentare una occasione per il complesso industriale napoletano già esistente (non ancora a Bagnoli). Invece, si subì il condizionamento dei gruppi di pressione settentrionali e stranieri, gli unici in grado di condizionare realmente le decisioni del governo. Per intendersi, l'industria pesante nordista e le grandi banche, nordiste. Il destino economico di Napoli, si lega perciò alle scelte della classe dominante, anche sul terreno della politica estera: entra in crisi nei periodi di pace che precedono e seguono l'impresa di Libia; s'impenna dopo l'intervento della guerra mondiale; si ritrova all'indomani di Vittorio Veneto, stremata ed impossibilitata a riconvertire il proprio apparato produttivo.
In termini industriali, il disegno si realizza attraverso un processo di concentrazione che viene attuandosi nello stesso periodo soprattutto nei tre settori fondamentali: metalmeccanico, elettrico e tessile. Quando si è discussa la legge del 1904, gli esponenti della Camera di commercio hanno battuto sul tasto delle forniture di ferro. L'articolo 17 del provvedimento è stato elaborato perciò in modo da garantire che il maggior quantitativo di minerale da estrarre nelle miniere toscane sia destinato, fino ad un massimo di 200.000 tonnellate, alle imprese meridionali, anzi "a preferenza" a quelle napoletane. A sollecitare la misura sono stati in particolare due imprenditori locali; Carlo Batocchi e Teodoro Cutolo, cointeressati nella Società ferriere italiane, grossa impresa che progetta l'ampliamento dei suoi altiforni di Torre Annunziata per produrre acciaio a ciclo integrale.
La concorrenza è nordica e non c'è partita!
Il gruppo Terni che è il concessionario dei giacimenti elbani  e gode del sostegno dei due poderosi istituti bancari (la Commerciale ed il Credito Italiano), risponde fulmineamente costituendo nel 1905 la Società anonima Ilva ed impiantando uno stabilimento a Bagnoli, non ancora servita dal raccordo ferroviario ma prospiciente il mare.
Alle Ferriere italiane non resta che accettare le condizioni dettate dall'Ilva con un "accordo".
Si costituisce così una sorta di trust che gradualmente estende il proprio controllo in campo metalmeccanico inglobando le Officine meccaniche, in cui è confluita la Guppy-Hawtorn e la Metallurgica Corradini. L'Ilva fagocitando le realtà imprenditoriali locali creò un polo tanto forte da esigere che lo Stato provvedesse alla costruzione del molo sulla costa di Bagnoli, all'allacciamento con la rete ferroviaria, di questa nuova zona industriale, e che confermasse il vincolo sulla destinazione del ferro elbano. Preoccupazioni di ordine ecologico, in questo momento, non ne nutriva nessuno, tanto meno l'opposizione: ci vorrà un mezzo secolo per valutare in tutta la sua gravità il danno che la caotica crescita industriale ha provocato nell'ambiente, senza risolverne a fondo i problemi socio-economici.
Intanto il gruppo s'irrobustisce ulteriormente nel 1911, allorché le maggiori imprese siderurgiche nazionali, eccezion fatta per l'Ansaldo di Genova - che ha usufruito senza acquistarli, di macchinari, tecnologie e professionalità specialistiche di Pietrarsa a Portici (NA) a cui son stati sottratti ma che a sua volta non le ha vendute - scelgono l'Ilva come società mandataria per sfruttare le agevolazioni fiscali della legge speciale per Napoli!
La costituzione di una Società ferro e acciaio consentirà presto allo stesso gruppo di assicurarsi anche il monopolio del mercato tra i grossisti interessati all'acquisto dei laminati in ferro e acciaio.
La scelta di Napoli è suggerita dalle agevolazioni fiscali, dal basso costo della forza lavoro e da una disciplina instaurata in fabbrica, dai padroni nordisti, particolarmente severa, per ottenere ed ottenendo, dalle maestranze, il massimo rendimento.
Agli operatori locali non resta che subordinarsi, piegarsi, al grande giro di affari sostenuto dai finanziamenti del Credito italiano e dalla Banca commerciale. Banche che prima dell'annessione del Regno delle due Sicilie, erano poca cosa a confronto del ben più ricco Banco di Napoli.
La stessa fonte alimenta un altro grosso trust che gli industriali privati del settore elettrico impiantano in città ai primi del 1914, bruciando sul tempo l'operazione avviata dalla legge del 1904 in chiave pubblica. Sulla base dell'articolo 25 che garantisce al Comune la concessione a titolo gratuito e perpetuo della forza idraulica del fiume, si dovrebbe costituire quell'ente autonomo del Volturno a cui è demandato il compito istituzionale di calmierare il mercato energetico; ma l'ente funzionerà soltanto a partire dal 1917, quando già da cinque anni, la Società meridionale di elettricità, massima impresa locale del settore, avrà condotto al termine un imponente elettrodotto che dal secondo salto del Pescara arriva fino alle rive del golfo.
Nel 1914 la Sme ha assorbito anche le due maggiori erogatrici di energia, la Napoletana imprese elettriche e la Generale d'Illuminazione, con l'avallo della Commerciale, della Bastoni e dei gruppi svizzeri che la controllano. Il gioco è fatto, il "risorgimento economico-industriale di Napoli" è vincolato alla solida ipoteca della mano privata nordista, che si estende anche nel campo tessile.
Nel 1913 dalla fusione tra la Ligure-napoletana e la Roberto Wenner genera un nuovo colosso - Le Manifatture cotoniere Meridionali -  che si affretta ad entrare con altre aziende nell'Istituto cotoniero nazionale, per assicurarsi una parte dei premi statali di esportazione con cui il cartello si difende dalla concorrenza straniera. Società di assicurazioni, compagnie di navigazione (di cui avevamo il primato) aziende editoriali (compreso Il Mattino), grosse imprese commerciali completano il quadro di un'economia in espansione che vede i suoi esponenti di maggior spicco i fratelli Ascarelli, Enrico Arlotta, Achile Minozzi, Giorgio Peirce, legati alla grande borghesia del nord e attestati su posizioni politiche moderate, più raramente di cauto fiancheggiamento ai partiti radicalsocialisti, sui quali pesa l'influenza della massoneria.
Nel censimento del 1911, Napoli figura al quinto posto nella classifica per numero di addetti in imprese industriali, dopo Milano, Torino, Genova, Como. In realtà una miriade di aziende tra Napoli, San Giovanni a Teduccio, Torre Annunziata e Castellammare di Stabia, si sono dovute sottrarre al censimento per sopravvivere al regime fiscale, particolarmente pesante per un territorio già provato dal saccheggio subito.
Il grande capitale finanziario e industriale nelle mani dei nordisti, che determina la dinamica dello sviluppo, ha tutto l'interesse di sfruttare un mercato lavoro depresso senza creare un adeguato mercato di consumo, che ne eleverebbe il potere contrattuale, anche perché sollecitato in direzione tutt'affatto diversa dalla logica della produzione bellica.
Le forze di governo da cui dipendono sovvenzioni, agevolazioni legislative e commesse, in assenza di un reale interesse per i problemi meridionali, continuano ad utilizzare a Napoli i partiti, e non solo i partiti, come cinghie di trasmissione della strategia ministeriale, nel quadro di un disegno che strumentalizza (speculando su i problemi della città) le condizioni disastrose in cui versa la ex capitale del Regno Duosiciliano, - anche per puntellare la piattaforma elettorale di Giolitti- .
Una terza legge speciale, richiesta con forza della disperazione, nel marzo del 1910, nonostante le minacce di un grande sciopero (sempre minacce della disperazione), si dovrà attendere ancora per un altro anno. Di li a poco .la prima guerra mondiale, dove Napoli manderà a morire i suoi figli.
Antonio Avano - 01/03/07  -
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