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Home arrow Storia arrow Due Sicilie: cenni sulla resistenza borbonica arrow La fortezza che si battè contro i cannoni rigati di Cialdini

La fortezza che si battè contro i cannoni rigati di Cialdini PDF Stampa E-mail

I fiumi come le montagne hanno costituito da sempre luogo privilegiato della storia che tante volte ha avuto questi siti come tragici sfondi. Il Garigliano ha visto lungo le sue rive affollarsi eserciti disparati in rotta od in avanzata. Nel 1860 i resti dell’armata borbonica traversano il fiume così caro ai romani per raggiungere la fortezza di Gaeta dai cui spalti si svolgerà l’ultima e cavalleresca resistenza dei soldati di re Francesco. L’esito della battaglia del Volturno pur senza risvolti strategici per i borbone ha mostrato il coraggio e l’aggressività di un esercito che da mesi era costretto alla ritirata.

L’attacco lungo la linea dei monti Tifatini per un momento ha distrutto le difese e le certezze dei garibaldesi, mettendo a rischio la vittoria del generale nizzardo. Solo l’inadeguatezza dei comandanti borbonici impedisce di imprimere una svolta diversa al corso degli avvenimenti.

Rimasti sulle stesse posizioni di partenza i napoletani si trovano esposti all’arrivo di un nuovo e più potente esercito, quello regolare piemontese, sceso in campo per cogliere il successo definitivo dalle Marche tolte al Papa .

Si decide di ripiegare verso nord, oltre la linea del Garigliano, in vista della fortezza di Gaeta, tradizionale baluardo della monarchia gigliata.

L’esercito borbonico non sfrutta il fiume che oggi fa da confine tra Lazio e Campania. Timidi tentativi di trinceramento a Traetto, l’odierna Scauri, sono scoraggiati dai bombardamenti navali della flotta piemontese. Quest’ultima, rafforzatasi con le prede belliche dei vascelli napoletani catturati alla fonda,  non ha nessun ostacolo a scorazzare in vista della costa. I francesi, che s’erano impegnati a pattugliare il basso Tirreno per impedire ogni manovra della marina sarda ai fianchi dello schieramento napoletano, hanno lasciato il campo, seguendo evidentemente un protocollo d’intesa che prevedeva mano libera ai sabaudi anche in mare. 

Il Garigliano quindi non costituirà una linea di difesa come è accaduto nella storia ma semplicemente un fiume da attraversare in ritirata utilizzando quel meraviglioso ponte che collegava le due sponde. Francesco II è troppo gentiluomo per usare i sistemi della guerra moderna, ancora una volta evita la tattica della terra bruciata o delle piccole “Stalingrado”. Scauri avrebbe potuto trasformarsi in un bastione di macerie da difendere corpo a corpo. Ma il piccolo re non vuole angustiare il popolo con sacrifici come è successo a Santa Maria C.V., a Capua e come succederà a Formia e Gaeta. Una visione cavalleresca che cozza con lo spirito ottusamente militarista degli invasori che non arretrano di fronte a bombardamenti indiscriminati, esecuzioni e rappresaglie.  

Nonostante tutto la ritirata si svolge oltre il fiume con fermezza ed ordine, vengono rintuzzate le puntate delle avanguardie nemiche ed una massa notevole di uomini di vari reggimenti napoletani si dirige verso Gaeta mentre la retroguardia blocca l’avanzata piemontese. Ancora una volta l’armata denigrata dalla propaganda mostra una tempra salda con i suoi fanti, i suoi artiglieri ed i suoi cavalleggeri che fanno miracoli di eroismo in questo finale di storia a senso unico. Il Garigliano rappresenta il crepuscolo dell’esercito di Franceschiello e del suo breve regno, uno scenario tragico sul cui sfondo si staglia la sagoma massiccia di Gaeta. La fortezza si batterà contro i cannoni rigati di Cialdini,contro le malattie e la fame per mantenere alto l’onore della bandiera. Un assedio che è simbolo di resistenza e che appartiene tutto al popolo meridionale.

Neoborbonici "Terra di Lavoro"

 
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