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Aggiornamenti dal Golfo e dall'economia internazionale PDF Stampa E-mail

Il momento della verità

26 febbraio 2007 – Secondo lo statista democratico americano Lyndon LaRouche ci sono due elementi che stanno ad indicare come la situazione strategica sia ormai giunta al momento della verità.

Il primo è l'arrivo, nel Golfo di Oman, della squadra navale della portaerei USS Stennis, che va ad aggiungersi alla USS Eisenhower. A questo punto tutto è pronto per orchestrare un incidente premeditato alla “Golfo del Tonkino” che dia agli USA il pretesto per attaccare l'Iran. A tale rischio hanno fatto riferimento, tra gli altri, anche la BBC e il vice ammiraglio Patrick M. Walsh, capo del Comando centrale delle forze navali USA.

Il secondo elemento è la decisione presa la settimana scorsa dalla Banca del Giappone di aumentare i tassi d'interesse dallo 0,25% allo 0,50%. In tal modo il Giappone riduce i margini dello yen carry trade, il meccanismo che ha finora fornito alle banche e agli hedge funds abbondante liquidità da investire in altre monete. La riduzione della liquidità potrebbe avere effetti shock tali da grippare l'intero sistema.

Per questo, afferma LaRouche, è arrivato il momento della verità: c'è da chiedersi chi dominerà il sistema mondiale emergente da tale situazione: le tendenze repubblicane storicamente associate con il sistema americano di economia politica o l'oligarchia anglo-olandese? Quest'ultima soffre di divisioni interne: da una parte coloro che sono pronti a staccare la spina al sistema e distruggere gli stati nazionali, a cominciare dagli USA; dall'altro c'è chi teme che una mossa così drastica finirebbe per suscitare una reazione “rooseveltiana”, ovvero una svolta a favore di politiche dirigistiche negli USA, e preferisce pertanto smantellare il sistema in maniera più graduale e controllata.
Nello stesso Giappone LaRouche identifica due tendenze. Una è quella industriale, rappresentata da ambienti in cui ci si rende conto dell'importanza della forza lavoro specializzata per l'economia, che cerca un riorientamento del commercio e dei rapporti economici verso le potenze eurasiatiche, in particolare Russia, Cina e India, mentre le economie di Stati Uniti, Inghilterra ed Europa continentale continuano a scivolare nella crisi. L'altra tendenza è rappresentata da un raggruppamento attorno al sistema imperiale che è sotto l'influsso anglo-olandese dal 17mo secolo. Sono i circoli associati con la corrente industriale a rendersi conto che lo yen carry trade - l'apparato che mantiene artificialmente in vita il sistema anglo-olandese - ha un effetto distruttivo sull'economia industriale del Sol Levante. Questo spiega la decisione di aumentare i tassi e di condurre tale manovra nella maniera più graduale possibile per minimizzare gli shock.

Il rialzo giapponese potrebbe scatenare il crac sistemico

La grande stampa finanziaria ha cercato di minimizzare l'aumento di un quarto di punto percentuale del tasso di sconto giapponese lo scorso 21 febbraio. Qualche titolo, a cominciare dall'International Herald Tribune: “L'aumento dei tassi in Giappone difficilmente interromperà l'afflusso di yen all'estero” , e la Reuter: “Niente fine in vista per la febbre da yen carry trade”. Il Globe and Mail: “L'impennata dei tassi yen ha poco impatto sul carry trade”. Bloomberg cita il direttore dei cambi esteri di Scotia Capital: “Il carry trade è vivo e vegeto”.
Nel mondo bancario europeo invece c'è chi ha confidato all'EIR: “Nel sistema finanziario globale non c'è niente che alla fin fine non sia collegato a questo yen carry trade”. Un economista statunitense ha commentato la presa di posizione di LaRouche in questi termini: nel mondo, al di fuori del Giappone, ci sono investimenti tra i 500 e 600 miliardi di dollari che poggiano su questi yen presi a prestito col carry trade. Se lo yen comincia a risalire, l'effetto sarà molto maggiore dello 0,25%. La Federal Reserve avrebbe risposto alla situazione cominciando a pompare liquidità tanto che l'M3 (l'indicatore principale di tutto il denaro del sistema) dovrebbe crescere ad un tasso annuo dell'11% (diciamo dovrebbe perché, come noto, la Federal Reserve ha ritenuto opportuno sospendere la pubblicazioni di dati relativi all'M3).

A beneficiare del carry trade sono le grandi banche, gli hedge ed gli equity funds che da tempo accumulano piramidi di derivati su ogni aspetto del mercato. Per sopravvivere una bolla deve crescere, fare profitti, e per questo occorre un afflusso crescente di liquidità. Altrimenti la bolla fa “pop”. Al centro di questo marasma finanziario ci sono le banche inglesi, come ha detto chiaro e tondo un articolo dell'Economist di inizio febbraio. L'articolo prometteva il ritorno dell'imperialismo britannico fin dal titolo: “Britannia redux: un rapporto speciale dall'Inghilterra”. Spiegava che la City di Londra è il centro finanziario mondiale e del rinnovato impero britannico che ha assunto la forma della globalizzazione.

La City è affiancata dal Commonwealth, con le varie Bermuda, Bahamas e Cayman, in particolare queste ultime sono colonie della Corona Britannica e funzionano come capitale degli hedge funds. Secondo la Cayman Islands Monetary Authority (CIMA), 7.481 dei 9.000 hedge funds mondiali sono registrati nelle Cayman. I mercati cosiddetti “off-shore” non sottostanno ad alcuna supervisione o regolamentazione bancaria esercitata dalle banche centrali o dai governi. Nel 1993 fu approvato nelle Cayman il “Mutual Fund Law” che facilitava la registrazione degli hedge funds. Le Isole Caimane, che sono sempre state all'avanguardia della speculazione off-shore fin dalla creazione del mercato dell'eurodollaro, diventarono così un centro della “industria finanziaria”.

I piani di guerra nel Golfo Persico

La squadra navale della portaerei USS John C. Stennis si è ricongiunta alla USS Dwight D. Eisenhower nelle acque del Golfo Persico e secondo alcune informazioni anche la USS Nimitz sarebbe in viaggio verso la stessa destinazione. Fonti ufficiali USA sostengono che essa ha l'incarico di svolgere “operazioni marittime di sicurezza e operazioni di sostegno per le forze di terra impegnate in Afghanistan e Iraq”. E' invece evidente che l'unico obiettivo è l'Iran.

Il vice ammiraglio Patrick M. Walsh, comandante della Quinta Flotta nel Golfo Persico, ha spiegato il 19 febbraio di essere preoccupato dal pericolo di un “errore di calcolo. Sicuramente è ciò che cercheremo di evitare ... un errore che poi tracima in una guerra”. Poi Walsh si è premurato di scaricare eventuali responsabilità sull'Iran. Il colonnello in congedo dell'Air Force Sam Gardiner, esperto dell'Iran, ha spiegato il 21 febbraio: “Non credo che sia stata presa una decisione (da parte dell'amministrazione Bush) di prendere iniziative contro l'Iran, ma i preparativi sono giá stati fatti”. A tale proposito ha citato l'invio di tre unità anti-mine nel Golfo e l'annuncio che il Pentagono ha dato il 14 febbraio su un rincalzo di 1000 soldati ai 21.500 rinforzi decisi per l'Iraq. Si tratta di una cifra che corrisponde agli elementi necessari per eventuali operazioni speciali in Iran.
Il 20 febbraio la BBC ha citato “fonti diplomatiche” secondo cui il Comando Centrale in Florida avrebbe già selezionato gli obiettivi da colpire in Iran - basi aeree e navali, siti missilistici e centri di comando e controllo - e attende solo l'“innesco” per colpire. Tra i pretesti possibili ci sono conferme sugli arsenali nucleari o un attacco contro le forze USA nel Golfo attribuito agli iraniani. A rafforzare questa seconda ipotesi ci sono le storie sulle armi “made in Iran” impiegate contro i soldati USA in Iraq. Defense News ha pubblicato il 21 febbraio un servizio intitolato “Analisti affermano che la guerra USA in Iran sarà navale e aerea”. L'attacco “arriverà probabilmente dall'aria. Ondate di missili cruise ed aerei USA carichi di armi intelligenti si riverserebbero sull'Iran dal mare in pochi giorni. La difesa aerea iraniana riuscirà forse ad abbattere alcuni jet tattici d'alta quota della Marina o dell'Aviazione prima di essere individuata e distrutta”. Così “gli USA si assicurerebbero decisamente il primo round”.

Una denuncia ufficiale di questi piani è stata fatta dal ministro degli Esteri Russo Sergei Lavrov, che ha accusato gli USA di celare il vero obiettivo (l'attacco contro l'Iran) dietro la decisione di inviare rinforzi in Iraq. In un'intervista rilasciata al settimanale Al-Watan Al-Arabi, anche Lavrov ha subito indicato il rischio di un “piccolo incidente” che può condurre a “conseguenza imprevedibili”. Egli ha quindi denunciato il pericolo che gli USA possano utilizzare le forze stanziate in Iraq per colpire Siria o Iran. “Una escalation del conflitto e le sue ripercussioni in Iraq comporta inevitabilmente conseguenze catastrofiche, non solo per il Medio Oriente”, ha ammonito Lavrov aggiungendo: “Sono convinto che a Washington lo capiscano”. Egli ha quindi spiegato: “Inoltre noi crediamo fermamente che la forza multinazionale in Iraq debba agire esclusivamente secondo il mandato del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, nel quale non è prevista nessuna operazione al di fuori del paese”. I russi hanno anche cercato di ridimensionare le speranze degli USA e dell'Inghilerra di inasprire le sanzioni quando l'ambasciatore all'ONU Vitaly Churkin ha ricordato ai colleghi che l'obiettivo non è l'inasprimento delle sanzioni ma di risolvere il problema per via diplomatica.

Tratto da Movimento internazionale di solidarietà

www.movisol.org

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