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GLI ARABI E LE DUE SICILIE PDF Stampa E-mail

In questi tempi di conformismo culturale, mi accorgo che anche tra noi neoborbonici, parlare di arabi, Islam e cristianità genera tensioni, equivoci e visioni della storia e della realtà, fortemente influenzate da impostazioni terzomondiste ed antioccidentali. 

Eppure per i nostri padri, ed i padri dei nostri padri, il rapporto con il mondo arabo, ed in genere con gli “stranieri”, non era soggetto ad alcuna ambiguità. La vita nel Regno delle Due Sicilie, scorreva seguendo scelte chiare ed inequivocabili sul piano sociale, diplomatico, giuridico ed economico.

Saltimbanchi di varia estrazione, oggi si prodigano per farci digerire la storiella della contaminazione culturale e di un “meridione” da sempre “aperto” allo straniero nella continuità di una tradizione “mediterranea”.

Politici, romanzi, saggi, spettacoli, musica etnica contaminata da ritmi tradizionali e suoni arabi, favolette inculcate nella mente dei nostri figli da solerti maestre, trasmissioni televisive “popolar-buoniste” propagandano l’ennesima truffa ai danni della nostra storia.

Se qualcosa è stampato a lettere di fuoco nella memoria dei popoli meridionali, è la secolare diffidenza, a volte aperta avversione, per i “saracini”, i “barbareschi”, gli “infedeli”, i “marocchini”, gli arabi.

Parliamo del terrore, della morte e della povertà che l’Islam ha portato per mille anni sulle nostre terre e la risposta che le popolazioni del meridione hanno dato nel corso dei secoli a questa pestilenza.

Si badi bene che ciò di cui trattiamo non è rinchiuso in uno spazio lontano nel tempo, quasi che “li turchi” siano una specie di “orco” delle favole per spaventare i bambini. Il rapporto di depredazione stabilito dall’Islam con le nostre terre ha avuto una sua conclusione solo poco più di vent’anni prima della conquista sabauda delle Due Sicilie. Non ultimi si ricordano ancora i misfatti compiuti dalle truppe marocchine durante la compagna d’Italia degli eserciti alleati, al termine del secondo conflitto mondiale.

Il Regno delle Due Sicilie non fu un appendice del mondo arabo; felice tra nacchere e narghilè, esso fu uno stato occidentale, cattolico, pienamente inserito nel contesto europeo, nei valori e nell’organizzazione del mondo a cui apparteneva. Il rapporto con gli arabi delle coste Mediterranee fu di costante diffidenza, spesso sfociato in aperto conflitto armato.

Sentiamo spesso, nei programmi dei due schieramenti politici che si contendono le spoglie della penisola Italica, storielle sulla vocazione commerciale del Sud verso il mondo arabo. Ebbene tale ipotesi storicamente non fu mai presa in considerazione dal Regno delle Due Sicilie. I rapporti commerciali con i paesi africani rivieraschi erano quasi vicino allo zero in quanto, giustamente, considerati “incivili”, vale a dire con un basso sviluppo sociale ed una scarsa capacità di assorbimento delle merci napoletane. Pertanto, lo sforzo diplomatico e commerciale, oltre i tradizionali mercati su cui già operava il Regno (Nord Europa, Inghilterra, Francia, Spagna, Stati Uniti, Impero Austriaco, Prussia, Russia, ecc.), alla fine degli anni trenta dell’ottocento, l’attenzione fu rivolta ad Oriente ed alle Indie, considerate terre ricche di materie prime e potenzialmente soggette a sviluppo commerciale.

Si tentò la costituzione di una “compagnie delle Indie”, sul modello olandese e inglese, mentre la marina mercantile iniziò viaggi regolari dai porti del Regno alle Indie, Madagascar, Giappone ed isole dell’Oceano Indiano portando la bandiera delle Due Sicilie in posti remoti del pianeta. I porti furono ristrutturati, con grande spesa: venne riorganizzata e ammodernata la rete dei fari marittimi e si studiò l’ampliamento del porto di Brindisi ed il suo collegamento ferroviario diretto con la Capitale al fine di trasformare, lo scalo marittimo pugliese, in porta d’Oriente delle Due Sicilie.                                   

I rapporti diplomatici intrattenuti con la Sublime Porta di Costantinopoli furono appunto finalizzati, prima al contenimento degli atti di pirateria delle Reggenze Berbere del Nord Africa e, successivamente, all’ampliamento verso oriente della rete commerciale napoletana.

Altra vulgata che spesso si ode è la storiella sulla tradizionale ospitalità dei meridionali.

Ebbene chi si è minimamente interessato di cose del Sud, sa bene che la nostra gente è molto poco disposta a cedere il proprio modo di essere per favorire lo “straniero”. Quello che invece si è da sempre verificato, è il cosiddetto fenomeno socio-antropologico della “napoletanizzazione”. Vale a dire gli stranieri che, per un motivo o per un altro si sono stabiliti a Napoli e nel Regno, hanno finito per assumere la lingua, i costumi e la mentalità napoletane, napoletanizzandosi appunto. Insomma Napoli fagocita le differenze, non si adegua, non apre sguaiati spazi a culture aliene, chi voleva lavorare e vivere era accolto, anche favorito, ma nel nostro alveo culturale, nelle nostre tradizioni e nelle nostre leggi. Ed in questo quadro,nel corso dei secoli, spagnoli, portoghesi, francesi, arabi, hanno ceduto parte delle loro cultura, accolta nella nostra, ma solo se non confligente con la tradizione del Sud.

ALCUNE NOTE STORICHE SU SUD E ARABI    

  

L’inizio del terrore, proveniente dal mare, coincise con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente. Ad una prima fase in cui i bizantini si organizzarono per predare le coste della nostra penisola, saccheggiando e riducendo in schiavitù uomini e donne da rivendere agli arabi, seguì l’orda islamica sulle ali della guerra santa agli infedeli.

L’Islam dopo aver ultimato la conquista militare dei paesi arabi “infedeli”, dell’africa e dell’India, rivolse la sua  attenzione ai paesi dei “Rumi”, come essi chiamavano i romani.

I missionari-guerrieri dell’Islam si fecero precedere dai Saraceni che continuarono le loro incursioni anche quando la conquista delle terre Rumi fu ultimata.

Ma chi erano i Saraceni? Erano bande armate, senza alcuna cultura, tribù nomadi e ribelli che nulla avevano in comune con la cultura araba più raffinata. Erano sanguinari predoni, e la loro prima impresa fu condotta nell’estate del 652 in Sicilia sotto il comando di Mu’awiyâh ibn Hudayg, condottiero che aveva conosciuto personalmente il Profeta ed aveva combattuto la guerra santa in Nubia ed Egitto.

Questa prima spedizione aprì la strada alla conquista araba della Sicilia ed al lungo tormento delle popolazioni delle nostre terre.

Dei lunghi secoli di terrore, ricordiamo l’anno 930 allorché i saraceni sbarcano alla foce del Sele, attaccarono e distrussero Paestum, antica città greca, famosa per le sue rose e per la sua florida agricoltura. La città non risorse mai più. La popolazione superstite, per sfuggire ad altre possibili incursioni, provenienti anche dalla vicina Agropoli, divenuta base Saracena, fuggirono sui monti e fondarono una città di nome Capaccio, oggi conosciuta come Capaccio Vecchia. Il territorio fertile di Paestum, abbandonato, divenne luogo di malaria.

L’8 maggio del 954 attaccarono Gerace, in Calabria, la strage fu enorme così come il bottino, i massacri continuarono in tutta la Calabria, in Sicilia, Puglia, Abruzzi e Campania.

Neanche la conquista normanna fermò la pirateria araba, che anzi, annidatasi sulle coste del nord africa creò le sue munite basi da dove partiva per predare le navi e le coste dell’occidente cristiano.  

Nel 1270, il flagello aveva assunto proporzioni tali da coinvolgere l’intera Europa. Luigi IX  di Francia organizzò una spedizione contro la base di Tunisi conclusasi con la vittoria delle armi angioine. Tuttavia nonostante la dura sconfitta, le incursioni ripresero con maggiore virulenza. Gli arabi predavano beni, e riducevano in schiavitù gli uomini, le donne e bambini per utilizzali nei lavori di cava , nei campi o nelle botteghe. La filosofia dei seguaci del Profeta era quella di costringere al lavoro gli infedeli riservando per loro i piaceri della vita, insomma un sistema economico fondato esclusivamente sul lavoro coatto e di cui non potevano fare a meno.

I cristiani catturati, a seguito delle incursioni, venivano ridotti in schiavitù e tenuti prigionieri a Tunisi, Algeri, Tripoli e Orano. Essi vivevano in prigioni luride ove scoppiavano di frequente epidemie pestilenziali.  Delle terribili condizioni di vita di questa umanità dolente ci rimangono le cronache degli ordini religiosi che si occupavano di riscattare gli schiavi.

Difatti, per gli arabi un cristiano poteva essere liberato solo se pagava un riscatto, o se scambiato con un mussulmano prigioniero degli infedeli.

I riscatti, per l’esosità delle cifre richieste, erano fuori dalla portata dei poveri marinai o contadini meridionali catturati in mare o sulle coste delle nostre terre. L’unica speranza erano appunto gli ordini e i banchi sorti per riscattare i “captivi”. Tra gli schiavi famosi riscattati ricordiamo Miguel de Cevantes, catturato in mare mentre, mutilato di una mano alla battaglia di Lepanto, tornava in Spagna, proveniente da Napoli.

Alla fine del 1200 gli arabi iniziarono a stipulare trattati di non aggressione con i cristiani, in cambio di forti somme di denaro ed istituzionalizzando le trattative per i riscatti dei cristiani ridotti in schiavitù. Tuttavia questi trattati spesso rimanevano lettera morta e le incursioni continuavano.

Un periodo che vide l’impennata delle azioni piratesche fu quello tra il 1470 ed 1500. Nessuna nave, nessun paese costiero era al sicuro. Commerciare divenne oltremodo difficile e pericoloso. Migliaia di uomini e donne del Regno di Napoli e Sicilia finirono nelle segrete barbaresche o morirono durante le spietate incursioni. Un tormento che durò sino al 1840, regnante Ferdinando II di Borbone, quando la Francia iniziò la conquista coloniale dell’africa debellando militarmente la pirateria.

Il Regno delle Due Sicilie e gli arabi.

Sin dalla nascita del Regno la questione araba e della pirateria fu una vera emergenza nazionale. La principale via commerciale, il mare, era insicura  e le popolazioni rivierasche erano preda dei barbareschi.

L’unica possibile risposta fu quella di organizzarsi per dare una dura ed efficace risposta militare. Carlo di Borbone iniziò l’armamento e l’organizzazione di una marina da guerra regnicola, rese efficiente e rapido l’avvistamento costiero e la trasmissione degli ordini tramite un sistema articolatissimo di segnalazioni ottiche. La marina mercantile, nei primi anni di regno, fu autorizzata ad armarsi ed, al naviglio migliore, furono concesse patenti di “Corsa” per attaccare, predare e catturare gli infedeli mussulmani.

Furono istituiti i bagni di pena, sotto la responsabilità della marina militare, ove confluivano tutti gli arabi catturati e sottoposti ad un duro regime di schiavitù.

Gli schiavi furono addetti ai remi a bordo delle “galere” della marina napoletana o utilizzati nelle “petriere” o per lavori di pubblica utilità così come già si utilizzavano i galeotti condannati ai lavori forzati. Alla loro sorveglianza erano addetti gli “agozzini” mentre, dei cappellani militari detti “catechisti delli schiavi” avevano il compito di tentare la conversione dei prigionieri mussulmani.

Inizialmente si stipularono trattati con la Sublime Porta Ottomana da cui dipendevano le reggenze barbaresche di Algeri, Tripoli Tunisi e Salè (Marocco) nel tentativo di scambiare la libertà di commerci marittimi con ingenti somme di denaro versate ai turchi. Tuttavia le Reggenze sin dai primi anni del XVIII secolo si erano rese di fatto indipendenti sfuggendo quindi a qualsiasi possibilità di controllo.

La situazione per il giovane Regno delle Due Sicilie, nonostante la via diplomatica tentata, era oltremodo difficile. Il naviglio mercantile continuava ad essere predato così come le nostre coste. Nel 1736 i barbareschi arrivarono ad attaccare persino all’interno del Golfo di Napoli, catturando alle bocche di Capri 11 persone imbarcate su tartane trasportanti sale ed alcuni pescatori di Santa Lucia. Agli inizi di maggio del 1736 partì la prima crociera di vigilanza. Furono inviate in Adriatico e in Sicilia squadre di galeotte con l’ordine di pattugliare le coste delle Due Sicilie. Il primo successo, per le armi napoletane, fu conseguito il 16 ed il 30 agosto 1736 quando, le galeotte comandate dal Capitano di Bonito, attaccarono e catturarono navi turche nel golfo di Catanzaro, riducendone in schiavitù gli equipaggi.              

Con il trascorrere degli anni, il varo di moderne unità da caccia e da battaglia, l’efficienza della sorveglianza marittima delle Due Sicilie, raggiunse livelli di eccellenza, dando la necessaria sicurezza militare al commercio marittimo ed alle attività commerciali dei litorali. La bandiera delle Due Sicilie venne riconosciuta e rispettata in tutto il Mediterraneo. Il 4 settembre del 1741, la fregata San Carlo giunse a Napoli, proveniente da Costantinopoli, trasportando quattro magnifici cavalli, dono del sultano al giovane e risoluto sovrano delle Due Sicilie.

I successi conseguiti, non furono mai considerati definitivi e l’organizzazione militare divenne sempre più stringente per rintuzzare gli attacchi dei turchi. Le scorrerie e gli attacchi alle unità napoletane continuavano. Gli scontri con le unità berbere non si contavano, tutti sanguinosi con perdite da entrambe le parti. Degli ufficiali delle Due Sicilie, che si distinsero per perizia e coraggio, si ricorda il mitico Capitan Martinez, vero terrore dei Turchi. Tra le imprese di questo ufficiale ricordiamo lo scontro avvenuto il 15 aprile 1752 nelle acque di Zante.

Quattro sciabecchi napoletani intercettarono uno dei bastimenti arabi che avevano terrorizzato i naviganti e le popolazioni costiere: il Gran Leone. Era uno sciabecco del Bey di Algeri armato con 16 cannoni e 230 uomini di equipaggio.

Dopo un inseguimento ci fu un primo scontro di artiglieria molto duro. Gli algerini respinsero l’assalto. L’indomani, era il 16 aprile 1752, dopo un ulteriore duello di artiglieria, lo sciabecco fu seriamente danneggiato e l’equipaggio decimato. Martinez condusse i Napoletani all’arrembaggio. La nave barbaresca affondò e 109 “infedeli” furono uccisi mentre i restanti furono ridotti in schiavitù. La parte napoletana accusò 7 morti e 58 feriti, tra cui lo stesso Martinez.

Carlo promosse Martinez al grado di “Capitano di Nave” per l’abilità ed il coraggio dimostrati in battaglia.   

La sequela dei combattimenti è lunghissima, tanti gli uomini che si distinsero per il loro coraggio, tra essi anche il futuro ammiraglio Caracciolo.

Molte le azioni compiute dalla Marina contro le reggenze barbaresche del nord africa. Operazioni di bombardamento o di semplice dimostrazione di forza militare, spesso condotte di concerto con altre potenze navali come la Spagna, il Portogallo e gli Stati Uniti.

Le ultime azioni contro le reggenze barbaresche che ricordiamo furono condotte nel 1833 e nel 1834.

Il 23 marzo 1833, fu decisa un’ azione navale congiunta Sardo-Napoletana, contro il Bey di Tunisi, per riparare ad una offesa arrecata alla bandiera Sarda.

Una divisione napoletana, comandata dal Capitano di fregata Marino Caracciolo di Torchiarolo, composta dalla fregata Regina Isabella, dalla corvetta Cristina e dai brigantini Principe Carlo e Zefiro lasciò Napoli il 28 marzo e dopo una sosta a Palermo, si unì, nelle acque di Tunisi, il successivo 10 maggio, alla squadra sarda comandata dal contrammiraglio Giorgio de Viry.

L’azione si concluse felicemente con la resa del Bey che tributò gli onori dovuti alla bandiera sarda.

Il successivo 17 novembre il Capitano Marino Caracciolo ritornò a Tunisi, quale plenipotenziario del Re delle Due Sicilie, ottenendo un trattato di libero commercio secondo il quale la bandiera napoletana era considerata “nazione favorita”.

Ultimo episodio del 1834 vide contrapposti gli interessi napoletani a quelli del sultano del Marocco. Note del servizio segreto napoletano informavano che il sultano stava armando alcune unità corsare per intercettare i traffici marittimi. Del resto il Marocco continuava ad insidiare più o meno apertamente la libertà di commercio delle Due Sicilie. Il 13 maggio 1834 una divisione napoletana, sotto il comando del Retro Ammiraglio Staiti e formata dalla fregata regina Isabella, dalla corvetta Cristina e dalla goletta Lampo, partì da Napoli per effettuare una dimostrazione preventiva di forza militare innanzi le coste marocchine.

Giunti a Gibilterra il Retro Ammiraglio Statiti informò il console napoletano presso la corte del sultano che il governo delle Due Sicilie non accettava le esose condizioni del Marocco e proponeva un nuovo trattato commerciale da stipularsi immediatamente. Nel contempo la fregata regina Isabella raggiunse le coste del Marocco, si portò all’altezza di Selè, ed iniziò manovre navali con brandeggio dell’artiglieria.                

Il Sultano accettò le proposte del governo delle Due Sicilie stipulando un trattato di libero commercio il 25 giugno del 1834.

Con la conquista coloniale del nord africa cessarono gli atti di pirateria.

Il regno delle Due Sicilie non fu mai interessato ad avventure coloniali e proseguì nella sua politica di sviluppo commerciale ed industriale.

La fine della pirateria barbaresca, nel solo periodo di esistenza degli ordini e dei banchi per il riscatto degli schiavi, si conta che furono liberati più di un milione di cristiani, senza contare coloro che non poterono mai essere riscattati, quelli che morirono nelle carceri arabe, e coloro che persero la vita a seguito delle violenze barbaresche.

Questa narrazione, forse pedante, ha giocoforza tralasciato gli orrori della dominazione araba in Sicilia, i costi economici che le nostre terre hanno sopportato, o il genocidio dei cristiani Armeni, su cui vi sollecitiamo ad informarvi, ed i tanti aspetti della storia mediterranea che hanno visto l’Islam fonte di sofferenze, terrore e sottosviluppo.  

Vogliamo dunque riflettere sulla nostra storia? Sulla matrice culturale e politica di un certo Islam? Sugli interessi delle lobby terzomondiste? Da quale parte dobbiamo stare? Ed infine quale è il limite concreto che la nostra società non può e non deve oltrepassare?    

Giovanni Galatola 

 

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