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Gibson torna in Lucania sulle tracce dei briganti PDF Stampa E-mail
Il Ritorno di un grande attore, regista, Kattolico:

Gibson torna in Lucania sulle tracce dei briganti

Quasi in incognito, il regista di The Passion torna sui luoghi del suo ultimo film. Con un nuovo interesse, però: raccontare la «resistenza stracciona» contro il Regno d’Italia

di Enzo Natta
Messaggero di S. Antonio,
a. CVIII, n°1232, ottobre 2006

Cappello calcato in testa e grandi occhiali scuri, come se non volesse farsi riconoscere. Mel Gibson è stato visto aggirarsi negli stessi luoghi in cui ha girato The Passion. Altri lo hanno scorto confuso tra la folla nel parco della Grancia, a una quindicina di chilometri da Potenza, mentre assisteva allo spettacolo La storia bandita, che rievoca le imprese dei briganti contro l’occupante piemontese.

Dietro tanta riservatezza c’è probabilmente un vecchio progetto già accarezzato dopo Braveheart e il Patriota: una storia legata al brigantaggio meridionale che – con la sua epopea di guerra di popolo alimentata da spinte indipendentiste – si inserirebbe nella stessa linea ideologica dei due films precedenti. In più, c’è chi giura di aver visto fra le mani di Mel Gibson un libro che non lascerebbe alcun dubbio sulla sua presenza in quei luoghi, né sulla natura delle sue ricerche: La guerra ‘cafona’ di Salvatore Scarpino (Boroli editore). Se, poi, si vuol dar credito anche a voci che circolavano sul set di The Passion, in tutta questa storia entrerebbe anche Carmine Crocco. Chi era costui?

La Questione meridionale in origine

Con un’ideale macchina del tempo torniamo al 1861. Il 14 febbraio la fortezza di Gaeta si è arresa e Francesco II, l’ultimo re borbone, si è rifugiato a Roma. Mentre la Nord i giornali inneggiano alla nascita del Regno d‘Italia, nel Sud un’armata stracciona si sta radunando nel bosco di Lagopesole, vicino a Potenza, per continuare la guerra contro i “liberatori”. La voce corrente è che stiano per arrivare austriaci, spagnoli e soldati pontifici. Tutti alleati contro gli invasori “sardogaribladeschi”.

Alla testa di quei cafoni eccitati e vocianti c’è Carmine Crocco, ex mandriano, ex sottufficiale dell’esercito borbonico, sulle prime sedotto ma presto deluso dalla rivoluzione mancata di “Gariblado”. Crocco è un capo naturale e d’istinto si è messo alla guida di quella masnada, un po’ per spirito di rivincita, un po’ per accampare meriti quando “Franceschiello” sarà rimesso sul trono di Napoli.
Ripacandida, Ginestra, Rapolla.

L’armata di Crocco libera i primi paesi che incontra sulla strada e le sue file s’ingrossano fino a raggiungere i duemila uomini. Al fianco di Crocco c’è un altro personaggio che entra nella leggenda dei cantastorie: Ninno Nanco, anche lui diventato brigante per una questione d’onore, come può essere quella di una sorella insidiata da qualche signorotto.

Al loro seguito, un’accozzaglia mal assortita: ladri di passo che attendevano il viandante in qualche remota contrada; scorridori di campagna, braccio armato di qualche nobile per “accarezzare le spalle” a fittavoli insolventi; fattori disonesti e vicini scomodi. Ma ci sono anche legittimisti vicini ai Borboni, militari, sbandati, braccianti delusi da riforme non attuate, visto che i demani regi, e con essi i beni della Chiesa, sono stati venduti per pochi spiccioli a nobili e borghesi che già li sfruttavano da tempi immemorabili.

[…]


Una guerra vinta male

A sconfiggere la resistenza borbonica concorsero varie cause. Indubbiamente una dura repressione che nulla aveva da invidiare ai metodi delle SS, ma anche la corruzione, i tradimenti e soprattutto l’attendismo di quanti (la maggior parte) si misero alla finestra per osservare l’evolversi della situazione e decidere, a cose fatte, da che parte schierarsi. Il bilancio di questa guerra (Denis Mack-Smith non esita a definirla una “guerra civile”) fu pesante e doloroso: vi furono impegnati 120.000 soldati, più della metà dell’esercito sabaudo e vi morirono più uomini che in tutte le guerre del Risorgimento. E non sempre in battaglia.
[…]


«I briganti non potevano che perdere, ma i loro avversari potevano vincere meglio» è l’amaro commento con cui Salvatore Scarpino chiude La guerra ‘cafona’.


A far perdere meglio quei briganti ci penserà Mel Gibson?



Memento:

L’opinionista del Sunday Times, Cosmo Landesman, a proposito del film The Passion di Mel Gibson, scrive che: «fin dai tempi di Voltaire, noi laicisti abbiamo preso in giro la Religione e insultato la Fede dei credenti. Siamo talmente abituati a cristiani sdolcinati che quando si presenta sulla scena un uomo dalla fede robusta e vigorosa come Mel Gibson, ci mettiamo a parlare in tono solenne di antisemitismo, del pericolo della Destra cristiana e della rivoltante religiosità di George W. Bush. Siamo onesti: quando si tratta di The Passion, il problema non è l’antisemitismo, sono i cristiani e le loro certezze che non possiamo sopportare»


http://vandeano2005.splinder.com

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