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Chi di speranza campa disperato muore PDF Stampa E-mail
di Nicola Zitara

Siderno, 16 ottobre 2006

Non è questione d’essere pessimista, è la realtà. Che è questa: il Sud dello Stato italiano (ed è stupido considerarlo il Sud d’Italia) è già morto. E’ un cadavere che puzza orrendamente. Né il governo romano potrebbe risuscitarlo, anche se volesse. Solo Cristo, calato in questa terra di miscredenza, riuscirebbe a metterci mano. Tutto è perduto, in primo luogo l’onore.

Al posto del Signore, su questo immane Disastro è planato l’economista politicizzato Romano Prodi. Non ha portato doni. E’ arrivato a Locri in veste di Noè, per salvare il bestiame che pascola abusivamente sul fondo. Dacché l’Italia fu fatta a onta dei suoi uomini migliori, viscide serpi lattare ingrassano succhiando l’ultima stilla di latte dalle smunte mammelle di un popolo truffato, oppresso, irriso, beffato - gente che ormai vive la vergogna dell’appartenenza. Ciascuno dei masnadieri lucra milioni ogni anno, qualcuno centinaia di milioni. Sono la ricompensa del servizio che essi rendono a Roma, ossia alla Toscopadana.

Ora, se fossero soltanto ladri, il Disastro non avrebbe le attuali dimensioni. Il fatto è che, oltre a essere ladri, hanno l’animo del lacchè. Aggiungono alla ladroneria il servilismo, e all’ignoranza la mistificazione. Fedeli discepoli di Edmondo De Amicis e del suo “Cuore” razzista, tanto a rigo. In questa masnada regge la prima fila il giornalismo accattone. Viene subito dopo il corpo dei giannizzeri dell’Italia una e indivisibile, con l’accessorio di bellure storiche sparse per tutta la Toscopadana e di brutture storiche sparse, sin dall’origine dei secoli, per l’intero Paese Sudicio. 

Essi forgiano, nelle università, acuminate bugie e denigrazioni. A loro servizio lavorano centinaia di editori, i quali distribuiscono a pagamento splendide Bibbie di menzogne toscopadane. Le baionette dei bersaglieri? Belle. Lucenti. Valorose. Ma chi infilzarono quei prodi soldati all’origine delle italiche glorie? Non francesi, non tedeschi, non turchi, ma cafoni meridionali. Stesso discorso per la sciabola sguainata del Padre della Patria, che galoppa su cavalli marmorei per tutte le piazze d’Italia. Chi trafigge detto augusto cadetto dei Savoia, se non dei villici disarmati? 

Quante forche ha fatto erigere il Re Galantuomo a Sud del Tronto e del Garigliano? 

La truffa era nel suo sangue bastardo. La cosa va raccontata ai Nordici e principalmente ai Sudici. Il ramo in trono di casa Savoia si stava estinguendo per mancanza di eredi maschi. Designato a subentrare come prossimo re era Carlo Alberto, del ramo cadetto dei Carignano, una schiatta di morti di fame. Ma la cosa non era certa perché il nostro Tentenna, nel 1821, aveva trescato con i cartisti. Il re in carica lo spedì in esilio a Firenze. 

Qui la sia famigliola fu allietata dalla nascita di in erede maschio. Ma il bambino morì in un incendio. Carlo Albero comprò il neonato di un macellaio e lo mise al suo posto. Che Vittorio Emanuele II non fosse figlio di Carlo Alberto si vede a occhio nudo guardando i loro ritratti. L’uno lungo e allampanato, torturato dal cilicio che si portava sotto gli abiti, l’altro basso e tondo, sempre a pascere con puttane. Certo un bambino vale un altro e un cretino vale quanto un altro cretino. Solo che il nostro cretino, era un cretino d’animo perfido e di costumi volgari. Un presuntuoso che pretese dagli italiani immiseriti un appannaggio maggiore di quello di cui godeva al tempo la Regina Vittoria, sovrana del Regno Unito e imperatrice delle Indie, regnante su un quinto dell’intero orbe terracqueo.

Re, ministri, parlamentari, banchieri, industriali, capi massoni e principi della Chiesa vengano alla sbarra della storia. Le loro imprese sono segnate a lettere di fuoco sulle carni di sette generazioni di sudici. E andiamo a qualche particolare. Solo qualcuno. La mafia è cresciuta in misura elefantiaca. Ad alimentarla è stato il voto di scambio - il legame tra il deputato e il capobastone - ma la colpa, affermano gli illustri, è solo della mafia. 

Gli altri, i deputati e i ministri, sono pulitissimi, immacolati. Di colpevoli c’era uno solo, Andreotti. Poi si sono vergognati di così pacchiana versione dei fatti, e l’hanno assolto. E non perché Andreotti fosse alieno agli abbracci e allo scambio di baci, ma perché c’erano anche De Gasperi, Saragat, La Malfa – solo per citare le cariatidi della democrazia resistenziale. E l’avvenente sottosegretario Lupis a quale formazione apparteneva? Il nome dell’uomo di La Malfa non lo ricordo, ma anche lui “batteva” a voti per conto del Capo. E perché dimenticare Mancini e Misasi, e la Cassa di Risparmio ridotta a botteghino del lotto delle ‘ndrine?

Una persona in visibile malafede, che scrive sul Quotidiano, afferma che il sottoscritto ha detto che Cavour impedì alla mafia di fondare a Napoli una banca d’emissione (di cartamoneta). La vicenda è venuta alla luce ad opera di Domenico Demarco, uno dei più titolati storici italiani degli Anni Cinquanta e seguenti. (Una pagina di storia bancaria italiana: la espansione territoriale della Banca Nazionale Sarda e i tentativi di soppressione del Banco di Napoli - settembre 1860 – aprile 1863 - Archivi storici delle aziende di credito, Volume I. Editi da “Associazione Bancaria Italiana”, Roma 1956). Il patriota Nicola Nisco scrive al suo amico e padrone, il ministro Benso di Cavour, che si sono presentati a lui i migliori imprenditori napoletani i quali, considerato il fatto che il Regio Banco delle Due Sicilie era stato bloccato dal governo sabaudo, proponevano di fondare una banca con 25 milioni di lire-oro di capitale, del tutto simile alla Banca Nazionale sarda (di Genova e Torino).

Erano questi uomini il meglio dell’imprenditoria napoletana, che peraltro era la più avanzata e ricca d’Italia. Fra loro, parecchi industriali stranieri, a cui Ferdinando II concedeva larghi sussidi e prestiti personali, per portare avanti la prestigiosa industria napoletana del tempo (il Piemonte acquistava a Napoli le locomotive ferroviarie). Nascosto fra loro c’era probabilmente don Carlo Rothschild, e quindi i suoi fratelli di Londra, Parigi e Francoforte, con i quali il Rothschild napoletano era in società. Dopo l’affronto, preferì andarsene, sebbene i suoi figli fossero naturalizzati napoletani e sebbene si fosse fatto costruire una bella villa a Riviera di Chiaia, oggi museo sotto altro nome.

Il blocco del Banco delle Due Sicile contribuì fortemente a distruggere l’economia napoletana. I suoi depositi ascendevano a quattro volte tutta la raccolta delle numerose banche italiane e le sue operazioni attive (prestiti) erano almeno tre volte quelle della Banca di Genova e Torino.

Per tema di non avere più una banca dietro le spalle, gli operatori napoletani chiedevano di creare una banca simile a quella che Cavour aveva chiuso. Ma non ebbero il permesso dal famelico Conte, in quanto sia il Tesoro torinese sia la Banca sabauda erano sull’orlo del fallimento, e mai si sarebbero rifatte se non si fossero fottuto l’oro e l’argento dell’Italia restante. Sicuramente la mafia non c’entrava. In primo luogo la mafia era un associazione a delinquere di poveri contadini delle province di Trapani e Palermo. A Napoli c’era la camorra che, inspirata dai soldi di Cavour e da don Liborio Romano, era divenuta la guardia d’onore di Garibaldi e la vera polizia di Napoli.

Il mio falsificatore la mafia la troverà, invece, negli amorosi rapporti che essa oggi intrattiene con le banche del nobile paese unito. Banca UE di Francoforte benedicente.

Ma torniamo a noi. Un uomo è stato ammazzato a Locri. Un uomo politicamente non significante persino in una regione in cui il livello di preparazione politica degli eletti è alquanto modesto. Delitto di mafia? E’ possibile. Però non dobbiamo dimenticare che il voto di scambio, qui, è quasi una regola, e che lo scambio avviene tra canditati e mafia. E anche che, a Locri, questa quasi regola ha gli stessi anni dell’Ospedale.

Prodi è venuto a Lori per mortificare la barbarie o per rassicurarla? Stato, mafia, banche, capitalisti, lavoro in nero, concorrenza alla Cina, delocalizzazioni, borsa di Milano, globalizzazione, speculazione finanziaria, Padoa-Schipa, Banca Europea fanno mucchio. I ponti come dormitorio e il caro affitti ai pensionanti. Diminuisce il salario/crescono i profitti e le rendite.

La crisi dell’occupazione e il crollo dei salari, degli stipendi e delle pensioni nasce dall’INCONTRO tra l’alto livello storico dei salari europei e il basso livello storico dei salari extraeuropei (Arthur Lewis, premio Nobel credo 1979). Detto incontro era sicuramente governabile. 

Si è preferito invece che avvenisse senza mediazioni. Perché? 

Perché non è stato l’Est europeo e non è stata la Cina ad avviare la concorrenza all’Europa, ma sono stati i capitalisti europei e americani che hanno impiantato le loro fabbriche fuori dei loro rispettivi continenti, al fine di produrre a bassi costi ciò che rivendevano in Occidente a prezzi centuplicati.

Adesso, questi stessi colendissimi signori impediscono ai loro governi di frapporre anche un minimo di tariffa confinaria alle merci exreacomunitarie ed extramericane, altrimenti i loro investimenti esteri sarebbero fregati.

Qualunque spiegazione diversa da questa è una solennissima bugia per ingannare i poveri fessi che vanno a votare e a tenere alto questo catorcio di democrazia. Se questo inganno non finisce, si ripeterà la Marcia su Roma di mussoliniana memoria, con identiche marce su Parigi, Berlino e Madrid. Infatti le fregature non sono solo italiane. Tutte le regioni deboli delle grandi potenze industriali sono in crisi. Il malessere viaggia da Lione a Marsiglia, da Siviglia a Granada, da Palermo a Napoli, da DusseldÙrf a Lipsia.

Comunque, parole! Simili movimenti ci sono passati sulla testa da sempre, come dire dal tempo delle Crociate a oggi. Potremmo, forse, difendere i lavoratori con una coraggiosa azione sindacale, ma so che non lo faremo. Milano non vuole, e Roma nemmeno. E’ bene, però, ricordare che non siamo più al tempo in cui il “quarto stato” era escluso dalla partecipazione al benessere. La stessa mafia, al 90 per cento, è proprio esclusione dal benessere, esclusione dal giudizio critico, dalle decisioni politiche. 

Oggi la democrazia si fonda sull’organizzazione politica e sindacale del lavoro subalterno. La Borsa di Milano la insidia, le grandi banche la insidiano, la insidiano i Prodi, i Tronchetti-Provera, il Corriere della Sera. Tale realtà ha bisogno di servitori vili, persino di servitori malandrini. I nostri governatori, consiglieri, onorevoli, senatori mangiano. E mangiando oliano il comando milanese. I ragazzi di Locri forse si faranno uccidere, ma non credo che sarà la mafia a farlo. La mafia uccide soltanto dove scorre l’euro.

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