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L'orgoglio di essere meridionali

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Risorgimento



Giorgio Ascarelli PDF Stampa E-mail

GIORGIO ASCARELLI,

 “IL MITICO PRESIDENTE”

 

 

In questo momento, così difficile nella storia del Club Azzurro, ci sembra d’obbligo ricordare Giorgio Ascarelli, l’Uomo che più di tutti s’impegnò per costituire l’allora Associazione Calcio Napoli e che, forse, è stato il più grande Presidente della nostra squadra del cuore. 

 

Nato, ovviamente, a Napoli nel quartiere Pendino da famiglia di origine ebrea di facoltosi commercianti del settore tessile, comincia ad appassionarsi di calcio assumendo la gestione dell’Internaples, rilanciando la squadra a livello Regionale. 

 

Fra le altre iniziative, riuscì ad assicurarsi il futuro allenatore del famoso “quinquennio” juventino (1930 – 1935) periodo nel quale i Bianconeri per cinque volte consecutive diventano Campioni d’Italia. L’Internaples nel Torneo Regionale del 1926 mette a segno la bellezza di 130 gol, disponendo in attacco di giocatori del calibro di Attila Sallustro e di Giovanni Ferrari, futuro Campione del Mondo. 

 

Il 1° Agosto 1926, dopo aver superato dissapori e divergenze di varia natura, Ascarelli riunisce il Consiglio dell’Internapes proponendo di cambiare la denominazione del Club in Associazione Calcio Napoli, mantenuta fino al 1964, quando fu costituita la Società Sportiva Calcio Napoli.  

 

Dopo un primo Campionato di assestamento Ascarelli, al termine del 1926, è costretto a dimettersi da faide di carattere politico e razziale. 

 

Passano due anni, durante i quali si alternarono alla guida della Società diversi timonieri, e il posto di Presidente è nuovamente suo. Immediatamente, si trova di fronte ad un grave problema gestionale. Per essere ammesso al neonato Campionato a girone unico, a carattere Nazionale (siamo nel 1929), il Napoli deve affrontare in uno spareggio la Lazio a Milano, il 23 giugno.  

 

Dopo un combattuto 2 a 2 epicamente raccontato, sotto forma di passa-parola, da Michele Buonanno segretario del Napoli testimone oculare all’Arena di Milano e da Felice Scandone che riportava ad una folla enorme le notizie ricevute da Milano affacciandosi al balcone della sede  di piazza San Ferdinando del giornale “Mezzogiorno Sportivo”, Ascarelli convinse il Segretario della Federazione Gioco Calcio ad evitare un secondo spareggio. 

 

Leandro Arpinati, allora Segretario della Federazione, decise così di “allargare” la Serie A a diciotto squadre, includendo anche la Triestina, oltre naturalmente il Napoli e la Lazio. In quella occasione, Ascarelli promise di costruire un Napoli competitivo, degno dell’importanza della città e della “nuova “ serie A. 

 

Il Presidente mantiene le promesse fatte, cominciando a fare del Napoli un Club calcistico con organizzazione d’azienda, con tanto di bilancio e con Stadio proprio ( il primo e l’ultimo posseduto dal Napoli). Infatti, nel Febbraio del 1930 - esattamente il giorno 23 – fu inaugurato  al Rione Luzzatti lo Stadio voluto dal Presidente, con ben 10.000 posti, ospitando un incontro con la Juventus che terminò in parità, 2 a 2. 

 

All’inizio di quella stagione, Ascarelli aveva convinto il famoso allenatore inglese, William Garbutt, a stabilirsi a Mergellina e, inoltre, acquistò validissimi elementi, come il portiere Cavanna ed il cannoniere Vojiak. Il Napoli si classificò al quinto posto, ma il Presidente non visse la gioia di vedere la conclusione di quel Campionato. 

 

A neanche 36 anni, soltanto diciassette giorni dopo l’inaugurazione dello Stadio (si chiamò Vesuvio), una peritonite fulminante stroncò la giovane vita del “ mitico “ Presidente. Era il 12 marzo del 1930!  

 

Immensa fu la folla che accompagnò per l’ultimo viaggio l’Uomo che Giuseppe Pacileo definì come “Colui che ha portato in soli cinque anni il Napoli dall’età del Bronzo a quella del Rinascimento”. 

 

Forse (…ma sarebbe meglio dire senza forse), con Lui alla guida il nostro amato Ciuccio avrebbe potuto festeggiare con mezzo secolo di anticipo la conquista dello Scudetto. 

 

Ah, se il Napoli trovasse oggi un altro Giorgio Ascarelli!

 

 

 

Emanuele Orofino

Ettore Fieramosca PDF Stampa E-mail
ETTORE FIERAMOSCA

Ettore Fieramosca nacque a Capua 1476 (?) e morì a Valladolid (Spagna) nel 1515.
Nel 1492 entra al servizio della corte aragonese come paggio e vive con uno stipendio mensile di 10 ducati.
Ancora giovanissimo, nel 1494, riceve il comando di un contingente di balestrieri a cavallo con la quale combatté, per Ferdinando II, contro Carlo III.
Ettore seguì Ferdinando II anche nell'esilio e fu al suo fianco durante l'assedio di Gaeta; nel 1497 era nelle Marche. Combatté a Fermo dove, con il fratello Guido, difese eroicamente il castello di Offida minacciato da Oliverotto da Fermo. Era il 1498 quando riceve in feudo, dal re di Napoli, il castello di Caspoli. Nello stesso anno ritorna a combattere i fermani per conto del signore di Ascoli Piceno Astolfo Guiderocchi. Nell’occasione viene accolto con tutti gli onori a Ripatransone. Nel 1501 si distingue nell’azione offensiva al castello di Calvi dove si sono asserragliati dei nemici. Poi, passato alla difesa di Capua agli ordini di Fabrizio Colonna, alla caduta della città, viene catturato. I francesi gli sequestrano la rendita della gabella nuova di Capua ed i feudi di Rocca d’Evandro e di Camino.
Nell’anno successivo Fieramosca contrasta i francesi in Puglia tra Andria, Trani e Barletta agli ordini di Prospero e Fabrizio Colonna e combatte nella battaglia di Cerignola al fianco di Andrea da Capua.
Agli inizi del 1503, mentre si trovava tra gli assediati nella città di Barletta, partecipò al famoso duello tra cavalieri italiani e francesi passato alla storia coma la Disfida di Barletta.
In sintesi gli eventi della Disfida. Il duca di Nemours, a causa della cattiva stagione, decise di raggiungere i quartieri d'inverno. Ma la ritirata delle truppe del generale francese verso Canosa avvenne in modo disordinato e con lentezza. Questo stato di cose indusse Diego di Mendoza e Prospero Colonna, con il sostegno di alcune schiere spagnole e italiane, ad assalire la retroguardia francese; i moltissimi prigionieri presi nell’azione furono condotti a Barletta.
Tra questi c’era Charles de la Motte, un orgoglioso cavaliere, il quale, in un banchetto, accusò gli Italiani di essere vili privi di coraggio.
Le oltraggiose parole del francese rappresentano l’antefatto di quella famosa sfida. Spagnoli e Francesi stipularono una breve tregua e stabilirono che il combattimento si sarebbe svolto fra tredici italiani contro altrettanti Francesi. Il 13 febbraio del 1503 i due eserciti si schierarono tra Barletta, Quadrata ed Andria, luogo scelto per lo scontro, per assistere alla sfida che doveva essere all'ultimo sangue. Chi veniva messo fuori dal campo doveva dichiararsi vinto e non poteva più tornare a combattere; ognuno, prima dell’inizio del combattimento doveva depositare presso i giudici cento scudi d'oro quale riscatto nel caso rimanesse vinto e prigioniero. Nessun francese, poiché convinti della vittoria, versò la somma del riscatto.
I tredici cavalieri italiani erano: Ettore Fieramosca da Capua, Giovanni Capaccio con Giovanni Brancaleone ed Ettore Giovenale da Roma, Marco Carellario di Napoli, Mariano da Sarni, Romanello da Forlì, Ludovico Aminale da Terni, Francesco Salamone e Guglielmo Albimonte, siciliani, Miale da Troia Riccio da Parma e Fanfulla da Lodi.
La sfida, combattuta accanitamente da entrambe le parti, finì con una strepitosa vittoria italiana. Dei francesi uno venne ucciso, gli altri dodici, in grande difficoltà, uno dopo l'altro si arresero tutti agli italiani e fatti prigionieri. Poiché i vinti non avevano versato la somma stabilita per il riscatto, dovettero seguire i vincitori. Tra i prigionieri c’era anche il La Motte. Dell'avvenimento venne realizzata una cronaca coeva che ora si conserva in soli due esemplari, di cui uno è gelosamente custodito a Capua nella Biblioteca del Museo Campano. L'episodio della disfida di Barletta venne idealizzato nel 1833, a fini patriottici, da Massimo D’Azeglio nel romanzo Ettore Fieramosca.
La vittoria degli Italiani fu di buon augurio per le armi spagnole, le quali, giunta la primavera, ripresero con successo l'offensiva. Ettore Fieramosca, dopo la vittoria, ebbe il titolo di Conte di Miglionico. Inoltre, il re Ferdinando il Cattolico da Medina del Campo gli conferma i feudi di Migliano Monte Lungo, Rocca d’Evandro, Camino e Camigliano, la gabella nuova di Capua ed altri privilegi fiscali in più riceve la signoria di Acquara.
Il cavaliere capuano, oltre ai privilegi, guadagnò anche un duraturo odioda parte dei francesi tant’è che quando questi ultimi, nel 1805, occuparono il Napoletano, distrussero il monumento che, a Barletta, ricordava la vittoria degli Italiani. Il monumento che fu poi restaurato nel 1846.
Fieramosca, comunque, continua la sua attività di condottiero e, sempre nel 1503, rientra in Capua con 500 cavalli e scaccia i francesi di Ivo di Allègre e di Antonello da San Severino, inoltre, nella valle del Garigliano, riconquista Rocca d’Evandro e Camino, occupate da Federico di Monforte. Nel 1507, con la pace di Blois, è costretto a restituire Rocca d’Evandro e Camino al Monforte, la contea di Miglionico al principe di Bisignano Bernardino da San Severino; in cambio gli viene proposta la signoria di Civitella del Tronto negli Abruzzi. Ettore non accetta e viene imprigionato dal re di Spagna. Alla fine, comunque, cede ricevendo a titolo di compensazione per i beni perduti 600 ducati. In seguito, per necessità e costretto a vendere Camigliano. Dice la leggenda che fosse caduto in disgrazia per aver amato la figlia del re e che, imprigionato, fosse stato poi liberato per intercessione di lei e mandato in esilio.
Nel 1510, cerca di passare al soldo dei veneziani ma le trattative falliscono per le sue richieste ritenute esose (chiede una condotta di 100 uomini d’arme e di 100 cavalli leggeri nonché il comando dell’artiglieria ed una compagnia di 150 cavalli leggeri per i due fratelli Guido e Cesare).
Nel 1514 si trasferisce in Spagna dove, a Valladolid, nel gennaio del 12505 muore.
Delle spoglie mortali di Ettore Fieramosca non si hanno tracce. Nell’abbazia di Montecassino, a destra dell'altare maggiore, Isabella Castriota, vedova di Guido, aveva fatto erigere un sepolcro monumentale degno del marito, morto nel 1532, condottiero e capitano, che ne perpetuasse il ricordo e nel quale fosse anch'essa sepolta dopo la morte, che avvenne quattordici anni più tardi ed è in questa tomba che, per molto tempo, si è creduto che fosse sepolto Ettore.
A creare confusione sono le due iscrizioni che si trovano Sul sarcofago. La prima scritta, che esprime il dolore di Isabella Castriota è la seguente:

DVM FACIO INFELIX AETERNO FUNERA FLETV
CREVERUNT LACRIMIS HAEC MONUMENTA MEIS
QVEIS NISI MOLLISSEM TRISTISS[IMA]. CORDA RIGEREM
IPSA ETIAM HEIC TOTO CORPORE FACTA SILEX
e, tenendo conto che si tratta di latino del Cinquecento, la traduzione potrebbe essere:

MENTRE, INFELICE, PORTO IL LUTTO CON PIANTO SENZA FINE
QUESTO MONUMENTO SI ACCRESCÉ CON LE MIE LACRIME E,
SE CON ESSE SE NON AVESSI
RESO MOLLI I MIEI TRISTISSIMI SENTIMENTI,
ANCHE IO STESSA SAREI IRRIGIDITA QUI,
DIVENUTA PIETRA CON TUTTO IL CORPO.
La seconda, invece, dice quanto segue:
VIDO FERAMOSCAE
MENN. REGULO Q.C.V. FER.D.T.SEP.
ISABELLA CASTRIOTA
CONUGI CARISS. F.
V.A.LII.M.VIL.D.VI.H.IX.
H.M.H.N.S.
e si leggeva per tradizione in questo modoì:
VIDO FERAMOSCAE MENNENSIO REGULO,
QUI CUM UNIVERSA FERAMOSCARUM DOMO TANDEM SEPULTUS.
ISABELLA CASTRIOTA CONJUGI CARISSIMO FECIT
VIXIT .ANNS QUINQUAGINTADUOS, MENSES SEPTEM, DIES SEX, HORAS NOVEM.
HOC MONUMENTUM HEREDES NON SEQUNTUR.
Che tradotto diventava:
ISABELLA CASTRIOTA FECE [QUESTA TOMBA] AL CARISSIMO CONIUGE
GUIDO FIERAMOSCA MENNENSIO REGOLO, CHE È [QUI] SEPOLTO
INSIEME CON TUTTA LA CASATA DEI FIERAMOSCA.
VISSE CINQUANTADUE ANNI, SETTE MESI, SEI GIORNI E NOVE ORE.
NESSUN EREDE SEGUE A QUESTO MONUMENTO. (*)

Guido, quindi, era l'ultimo Fieramosca e la casata si estingueva con lui.
Il Caravita interpretò, però, il Q.C.V.FER.D.T. SEP. In questo modo:
QUO CUM UNA FERAMOSCARUM DOMUS TOTA SEPULTA EST.
Una costruzione sintattica insolita con la posposizione del cum (con) al quo (quale) e quindi si avrebbe:
CON IL QUALE TUTTA INSIEME ED INTERA
È STATA SEPOLTA LA CASATA DEI FIERAMOSCA
Facendo intendere oltre a Guido ed Isabella fossero lì sepolti gli altri membri della famiglia. Di conseguenza, poiché Guido era morto senza eredi, gli altri avrebbero dovuto essere i fratelli, Ettore, Alfonso e Porzia.
Durante i bombardamenti della II guerra mondiale il sarcofago fu colpito e spaccato a all'interno furono rinvenuti solamente due cadaveri, uno dei quali femminile, evidentemente Isabella. Le spoglie mortali di Ettore Fieramosca, quindi, non sono mai state in quella tomba.
Un altro enigma è legato alla spada di Ettore Fieramosca.
Tra le armi esposte nel Museo Nazionale di Capodimonte a Napoli, c'è una spada che reca inciso un nome famoso: "ETTORE FIERAMOSCA DI CAPUA". Tale spada, a parere degli esperti, però, non appartenne mai al celebre cavaliere di Capua.
Il nome inciso sull'arma, infatti, sarebbe opera recente e, probabilmente, successiva all'uscita del romanzo di Massimo D'Azeglio. Inoltre, nel XVI secolo, si sarebbe detto verosimilmente " Ettore Fieramosca da Capua" piuttosto che "di Capua" com’è scritto sulla spada e, poi, come era solito far , il nome sarebbe stato scritto in latino. Oltre a ciò gli esperti asseriscono che i caratteri si presentano irregolari nella forma e nella disposizione e, cioè, difformi da quelli, perfetti ed armoniosi, che venivano allora ripresi da antiche iscrizioni classiche.
Comunque la fabbricazione della spada la si può far risalire ai primi decenni del '500 e, pertanto, si potrebbe accettare che quell'arma fosse appartenuta ad Ettore Fieramosca solo negli ultimi anni della sua vita.
Altra spada ritenuta essere di proprietà di Ettore è quella che si trova al fianco della statua del fratello Guido nella tomba di quest’ultimo a Montecassino, ma è stato assodato che si tratta di una riproduzione.
Anche a Roma c’è qualcosa che ricorda il condottiero capuano: la torre Fieramosca.
La casa-torre nell'angolo tra piazza S. Cecilia e piazza dei Mercanti in Roma viene detta, infatti, di Ettore Fieramosca. L’attribuzione, però, è fantasiosa e nasce da una scena dell'Ettore Fieramosca di D'Azeglio. In realtà l'edificio fu di proprietà dell'Ordine degli Umiliati, che nel Trecento si stanziò nel convento annesso a S. Cecilia, svolgendovi attività relative alla lavorazione della lana.

(*) da un articolo di Umberto Maria Milizia

Lucio Barone PDF Stampa E-mail
La scomparsa di un acceso meridionalista
Barone, giornalista e uomo di cultura
sempre originale e “fuori dal coro”
Era il 1977 quando l’ho conosciuto, quando ho cominciato a scrivere per il suo “Il Lavoro Tirreno”. Era un po’ la “terza via” della stampa locale, schiacciato dai veterani “Il Castello” di Mimì Apicella e “Il Pungolo” di Filippo D’Ursi. E il giovane Lucio Barone, in effetti, scelse di mettere in piedi un giornale diverso.
Possiamo dire che era un’espressione giornalistica più compiuta rispetto agli altri due, con un taglio più professionale. E, soprattutto, aveva la pretesa di uscire fuori dai confini cittadini, di proporsi come testata a diffusione provinciale. Non possiamo dire che l’impresa riuscì pienamente, nel senso che Il Lavoro Tirreno non “sfondò” come Lucio avrebbe voluto, perché il suo grande impegno non trovava uguale riscontro in altrettante risorse su cui contare, ma è certo che seppe tessere pazientemente una rete di rapporti e contatti che gli consentirono di tirar fuori per molti anni dall’off-set pagine sempre stimolanti e provocatorie di politica, cultura ed economia. Il termine “controgiornale” l’ho sentito pronunciare per la prima volta da lui, a significare un metodo di fare giornalismo che mostri sempre l’altra faccia della notizia, gli aspetti che il senso comune del mestiere spesso trascura, ma che è lì a chiedere considerazione e rispetto. Un metodo che non bisognerebbe mai tralasciare.
Il suo pallino era quello di realizzare un quotidiano. Ne parlava con convinzione già molti anni prima dell’avvento di altri quotidiani provinciali che si sono posti come alternativa al “Mattino” e al vecchio “Roma”. L’idea poteva sembrare balzana per chi conosceva gli indici di lettura della provincia, le scarse risorse economiche e i non potenti agganci politici di cui avrebbe potuto disporre, per di più in un’epoca in cui non esisteva ancora l’editoria elettronica che semplificava i processi. Ma Lucio era capace di convincere della bontà dell’idea gli interlocutori che gli stavano vicino e che avevano stima della sua iniziativa e conoscenza dell’ambiente. Ed io ero tra quelli. Poi, per la verità, la possibilità di realizzarla rimase solo un fatto teorico, preso come era da mille altre imprese, tutte originali, tutte faticose e di difficile impatto nella realtà sociale che lo circondava, dalla ceramica all’impegno meridionalista, all’amore per la poesia, alla ricerca di storia locale che lo portò fra i primi a produrre per la sua Mitilia una raccolta di foto d’epoca di Cava e Vietri ed a pubblicare a fascicoli (anche questa una novità) un prezioso dizionario della lingua napoletana curato da Domenico Apicella.
Con lui ho conseguito la tessera di pubblicista e come me decine di altri cavesi. Sapeva centellinare consigli sul “mestiere” sempre appropriati, come quando, con grande delicatezza, a fronte della mia giovanile e ingenua imperizia con cui soccombevo all’arroganza di qualche politico locale in alcune interviste televisive, mi diceva, senza riferirsi in maniera diretta al fatto specifico, che bisogna stare sempre attenti a non vanificare in pochi minuti davanti alle telecamere l’immagine di ironia e concretezza costruita negli anni attraverso la penna. Capii il messaggio e compresi che, almeno in quel momento, la televisione non era il mio mezzo.
L’altro suo grande amore, su cui per un po’ l’ho seguito, era la ceramica. Era l’85 quando caricava sulla sua macchina i maestri ceramisti Carrera e Autori e correva nel Cilento, a Camerota, a tenere un corso di ceramica teorico-pratico nell’ambito di un progetto di sviluppo economico della zona. Lui teneva lezioni sulla storia dell’arte della terracotta e i due maestri addestravano i giovani interlocutori al tornio e nella decorazione. Ma si sentiva davvero in paradiso quando soggiornava a Villa Guariglia, in tutte le estati in cui riuscì ad organizzare nei meravigliosi giardini la Rassegna internazionale. Col suo consueto spirito battagliero mi annunciò qualche tempo fa che avrebbe dato una sonora lezione ai vietresi che si mostravano insensibili al suo impegno per promuovere l’arte della ceramica. E portò la rassegna a Cava, a S. Maria del Rifugio. Poi, anche qui, il rapporto con l’amministrazione comunale si è deteriorato fino a portarlo a un eclatante sciopero della fame davanti al Comune. Ma lui era sempre pronto a ripartire e l’avrebbe fatto, se ne avesse avuto il tempo, con l’entusiasmo e la voglia di lottare di sempre.
Come quando appresi con stupore che era candidato a sindaco di Napoli alla guida di Alleanza meridionale. Erano le elezioni del 1997, quelle della riconferma di Bassolino, e Lucio si propose per la poltrona di primo cittadino partenopeo. « È per darci una visibilità politica – si giustificò - che ci siamo lanciati in questa avventura. E non ci costa nulla, non sperpereremo denaro in campagna elettorale, in quanto faremo conoscere le nostre idee solo attraverso i mass media che ci ospiteranno», aggiunse con il consueto senso pratico.
L’avventura per lui entusiasmante nel movimento meridionalista ha caratterizzato il suo impegno politico dopo la caduta della Dc, nella quale era stato militante, quasi sempre in opposizione al leader cittadino Eugenio Abbro. Una volta che lo stuzzicai su questa sua nuova avventura che lo aveva portato a contatto anche con movimenti borbonici, mi spiegò: «Come esponente della Dc, avevo sempre manifestato le mie convinzioni fortemente meridionaliste. Quando il partito si è frantumato ed è scomparso, mi sono sentito libero di seguire la mia vocazione, impegnandomi nell’ambito di questo movimento in cui credo». Era un sostenitore di un forte federalismo: «Napoli deve essere capitale morale e politica di una confederazione arbitra del proprio destino. In una visione nazionale unitaria, su questo non devono crearsi equivoci. Napoli capitale rifiuta di essere portata per mano. Nell’Italia unita dovrà essere costruito un ordinamento fortemente confederale, anche più accentuato che negli Stati Uniti. Alla Stato centrale dovrà restare solo la politica monetaria, la difesa e la politica estera».
Concludo con due ultimi ricordi personali: quando gli annunciai di aver trovato lavoro a Roma. Lessi sul suo viso il piacere immediato della bella notizia, subito dopo turbato dall’inquietudine; e sinceramente disse: «Sono contento per te… certo, questa terra perde un altro giovane che le sarebbe stato utile».
E poi, quella volta in cui mi spiegò di aver già lottato contro il tumore e di esserne uscito: «Per il momento ce l’ho fatta, ma è stato un periodo difficile». E subito dopo a raccontarmi di altre sue idee e iniziative, perché non concepiva di rimanere fermo, come mero osservatore, perché doveva sempre impegnarsi in nuove avventure. Sempre originali, sempre fuori dal coro.
Non ci vedevamo più tanto spesso, ma Lucio Barone già mi manca.
Enrico Passaro

Panorama Tirreno, febbraio 2005

“La sofferenza degli altri è nostra sopportabile sofferenza”

Lucio Barone
E’ questo l’ultimo articolo che Lucio Barone ha scritto su Fermento, mensile dell’arcidiocesi Amalfi-Cava nel numero di agosto/settembre.

Mentre il treno correva veloce nella notte e nei vagoni regnava sovrano il silenzio, mi si affollavano mille pensieri nella mente: ero in attesa di giungere alla meta con gli altri 500 e più malati e fedeli tutti insieme guidati dal nostro pastore, l’ecc.mo Arcive-scovo Grazio Soricelli in un pellegrinaggio di fede e di speranza alla volta di Lourdes, ai piedi dei Pire-nei, dinanzi alla magica e miracolosa grotta dove Maria, figlia e madre di Dio, si manifestò più volte alla ignara Bernadette riaffermando la sua immacolata concezione e il desiderio di essere lì, in quel posto eccelso e prescelto, ricordata ai posteri e a quanti avessero voluto ricorrere al suo misericordioso ed infinito patrocinio. Anche noi ricorrevamo fiduciosi alle sue braccia immense che portano grazie - come cantava S. Alfonso Maria de’ Liguori - (Maria de la grazia, ca ‘mbraccie puorte grazie...). E quando le tenebre della notte si squarciarono in un’alba radiosa ci ritrovammo nella valle benedetta a vivere la nostra esperienza di cristiani credenti e devoti: una esperienza unica,irripetibile, piena di emozioni continue, dalla via Crucis alla fiaccolata, alla messa internazionale, alla messa alla grotta, alla immersione nella gelida acqua che sgorga copiosa ai piedi della grotta, alle folle oceaniche che si accalcano da tutto il mondo in questo luogo di fede.Una settimana quella di Lourdes, dove l’animo si è rasserenato, dove la sofferenza degli altri è diventata nostra sopportabile sofferenza, dove la nostra sofferenza si è annullata dinanzi alla terribile condizione di tanti ammalati martoriati nel corpo, assistiti amorevolmente dai volontari UNITALSI, maschi e femmine che - bisogna dirlo - si sono spesi al massimo per tutti, anche nell’assicurare nelle ore della calura che hanno accompagnato il viaggio di andata, l’acqua fresca, refrigerio indispensabile per superare le angustie di un percorso alquanto lungo e non proprio agevole. E siamo ai ricordi dopo il ritorno sereno al luogo di partenza. Un bagno di fede, di amore, di autentica cristianità, dove la preghiera si è aperta al perdono per tutti,anche per i nemici; una sensazione di benessere, di serenità che accompagnerà il nostro fragile ed incerto cammino futuro.Tutto sommato questa esperienza tutta quanta vissuta dai pellegrini dell’Arcidiocesi di Amalfi-Cava de’ Tirreni è stata una esperienza fortemente positiva, salvifica, piena di grazia inferiore che squarcia il cuore alla meditazione ed al pensiero dell’aldilà,nel nome di maria Vergine e Madre.

Panorama Tirreno, febbraio 2005

Masaniello PDF Stampa E-mail

Napoli 1620-1647,

soprannome di Tommaso Aniello, fu pescivendolo ma, soprattutto, un agitatore politico molto popolare sia tra le classi umili sia tra i borghesi.    

 

Nacque il 29 Giugno 1620 da Francesco, il cui cognome era D'Amalfi, e da Antonia Gargani, e si dedicò all'attività di pescivendolo aiutando il padre. Notato da alcuni borghesi ostili al governo spagnolo, Masaniello fu ritenuto l'uomo ideale a capeggiare una rivolta e a farsi interprete delle volontà popolari.

 

Il 7 luglio 1647 il popolo napoletano, già esasperato per l'eccessivo carico di tasse applicate dal viceré Rodrigo Ponce de Leòn, insorse in Piazza del Mercato contro l’aumento del prezzo della frutta al grido di “Viva il re di Spagna, mora il malgoverno”.

 

 L'ira popolare si abbatté contro nobili e borghesi e furono commessi ogni sorta di delitti; per i rivoltosi,  riuniti in un Comitato Rivoluzionario che si insediò nella Chiesa del Carmine, il re impersonava ancora la giustizia e i ricchi l'arbitrio. 

 

 

 Gruppi di “lazzaroni”, guidati da alcuni capi tra cui il nostro Masaniello invasero la reggia, devastarono gli uffici daziari bruciandone i registri e aprirono le carceri. Masaniello, consigliato dal borghese Giulio Genoino, spinse il viceré duca d'Arcos a concedere a Napoli una costituzione popolare ispirata ai capitoli di Carlo V e redatta dallo stesso Genoino. Infine il capo dei rivoltosi fu nominato “Capitano generale del fedelissimo popolo”.

 

 Da quel momento la sua fortuna iniziò a diminuire. Probabilmente iniziò a dar segni di squilibrio mentale, quasi inebriato del potere, e ordinò provvedimenti ed esecuzioni arbitrarie scontentando il popolo e i benestanti: la sua breve esperienza rivoluzionaria si concluse nove giorni dopo l'inizio dell'insurrezione, il 16 luglio, quando venne decapitato nella Chiesa del Carmine da alcuni insorti che, brandendo la sua testa in cima ad una picca, ne trascinarono il corpo per l’intera città, prima di darlo in pasto ai cani.

 

 

Il giorno dopo i suoi seguaci ne raccolsero i resti che furono portati in trionfo a furor di popolo, con gli onori militari dovuti ad un generale. Le spoglie furono quindi sepolte nella Chiesa del Carmine.

 

 Successivamente la città cadde in uno stato d’anarchia, contrassegnato da un lato dagli scontri tra quei ceti borghesi che si erano uniti ai rivoltosi e la nobiltà napoletana, e dall’altro dalle contrapposte mire egemoniche sul Regno di Napoli da parte della Francia (che proclamò un’effimera repubblica capitanata dal duca di Guisa) e della Spagna.

 

Quest’ultimo paese riuscì a ristabilire l’ordine vicereale sulla città insorta il 6 aprile 1648. Guisa venne catturato ed i capi ribelli giustiziati.

 

 

Masaniello, nella breve ma intensa storia del suo regno, cercò di fare molto per  il popolo che amava tanto. Quel popolo che lo aveva voluto a corte, poco più tardi lo condannò girandogli le spalle proprio nel momento del bisogno, quando ormai impazzito per "le bevute di Roserpina (un potente allucinogeno)"era destinato a morte sicura, quello stesso popolo lo piangerà amaramente quando si rese  conto di aver perso un punto di riferimento, una guida.

Molto popolare sia tra le classi umili sia tra i borghesi, cavalcò e capeggiò la rivolta contro nobili e borghesi. L'occasione della rivolta fu data da una nuova gabella sulla frutta fresca. Fu assassinato nove giorni dopo l'inizio della rivolta. I mandanti e l'assassino rimangono ignoti, molto probabile che fu volontà della nobiltà, che vide nell'allontanamento dei borghesi da Masaniello l'occasione per liberarsi di un popolano divenuto invadente e scomodo.  La sua morte verificatasi in circostanze misteriose, ma voluta a tutti i costi non fu inutile specialmente e paradossalmente oltre i confini del regno di Napoli e oltre i confini d'Italia.

 

Masaniello fu precursore di un processo di rivoluzione, il suo mito attraversò  Francia Inghilterra e Polonia. Tommaso Aniello d'Amalfi nasce a Napoli il 29 giugno del 1620 in vico rotto al mercato  da Francesco d'Amalfie e  Atonia (Antonietta) Gargani Masaniello lo abbiamo visto ritratto o disegnato in svariati modi, nessuno sa veramente quale fosse la sua vera figura, il suo vero volto.

 

Molto probabile, che la descrizione corrisponda a quella di un uomo di bassa statura, con  carnagione bruna, con baffi appena accennati  e capelli castani, di classica tipologia mediterranea per intenderci. Di professione pescivendolo dotato di intelligenza, ma di scarsissima cultura, umile nello spirito e nel vestire.

Sempre scalzo con il suo berretto rosso, camicia e calzoni di tela.

Si aggirava a piazza mercato dove esercitava la sua attività che il padre anch'egli pescivendolo gli aveva insegnato e tramandato.

Vivere in quel tempo era dura, ed in un contesto dove la miseria era evidente e generale, dopo aver convogliato a nozze con la bellissima Bernardina Pisa,  per rendere la vita più agiata alla sua amata si diete al piccolo contrabbando con i nobili spagnoli che spesso non lo pagavano. Scoperto dai gabellieri fu incarcerato subendo con la moglie maltrattamenti e dure mortificazioni. In carcere Masaniello meditò vendetta, ma non  la consumò mai, nemmeno quando arrivò al potere.

La sua voglia di dignità e libertà, i suoi nobili intenti conditi da un alto senso di altruismo presero il sopravvento……. 

 

 

L'ultimo giorno del suo regno (e' il 16 Luglio, giorno della festa del Carmine), Masaniello affacciandosi alla finestra di casa sua, pronuncio' uno dei suoi ultimi discorsi. ""Popolo mio....", così iniziava sempre, "ti ricordi, popolo mio, come eri ridotto..."

Descrivera' tutti i vantaggi ottenuti con il suo governo. I privilegi, le gabelle tolte. Ma sa benissimo che presto verra' ucciso, ed e' proprio questo il rimprovero. Vigilare sulle liberta' ottenute. In questo discorso si vede un Masaniello ridotto pelle ed ossa, gli occhi spiritati. Qualcosa e' cambiato nel suo fisico, qualcosa di grave. E questo qualcosa riprendera' possesso della sua coscienza e lo portera' a concludere il discorso in maniera farneticante, compie gesti insulsi, si denuda, tanto che il popolo venuto ad ascoltarlo, lo fischiera' e lo deridera'. Corre verso la chiesa del Carmine. Si porta sul pulpito, ma la sua mente e' sempre piu' annebbiata. Verra' portato in una delle stanze del convento. Ma il suo nemico Ardizzone con dei suoi compari lo trovano e lo uccidono con 5 archibugiate. Uno di loro, Salvatore Catania, gli stacchera' la testa con un coltello e la portera' al Vicere' come prova. Il corpo fu gettato nelle fogne. Ma il popolo si rese conto presto di aver perso un capo, un riferimento, la guida che aveva dato la vita per loro : si sentirono soli. I resti mortali di Masaniello verranno ricomposti e degnamente sepolti nella chiesa del Carmine. Ma verranno, dopo circa un secolo, tolti e dispersi da Ferdinando IV per timore che il mito di Masaniello potesse rinascere. I nemici o coloro che lo vollero morto moriranno tutti. Da Genoino a Maddaloni. La rivolta verra' sedata con l'arrivo di Giovanni D'Austria. La moglie Bernardina, rimasta sola, per mangiare si diede al mestiere piu' vecchio del mondo: prostituta in un vicolo del Borgo S.Antonio Abate. Quì verra' piu' volte picchiata a derubata dai soldati spagnoli suoi clienti. Morira' di peste nel 1656.

Cio' che resta di Masaniello e' una lapide nella chiesa del Carmine, una statua nel chiostro ed una piazzetta a suo nome formata da un palazzone in cemento armato. Interessante l'ipotesi di Ambrogio da Licata secondo cui i resti di Masaniello siano poco distanti dalla chiesa: nel porto a circa 10 metri di profondita' proprio sotto un silos. Il mito di Masaniello attraversera' tutta l'Europa, dall'Inghilterra alla Polonia e sara' sempre sinonimo di liberta' .

Silvio Vitale PDF Stampa E-mail

Silvio Vitale

(1928-2005)

 

 

a cura dell'Istituto Storico dell'Insorgenza e per l'Identità Nazionale 

 

 

 

 

 

 

Se mi è lecito indulgere a qualche annotazione di carattere personale, terrei a dire che ho conosciuto il nome di Silvio Vitale fin dagli anni della giovinezza, quando la sua rivista L’Alfiere fu uno degli strumenti scelti dalla Provvidenza per propiziare la mia conversione culturale al cattolicesimo, prodromo di quella conversione della volontà e del cuore, che, grazie ad altre ‘agenzie’ e anche se sempre in fieri, seguì di lì a poco.

 

La struggente nostalgia che m’ispiravano, in sintonia fra loro, gli articoli della rivista e i racconti di Carlo Alianello (1901-1981) e il nome della rivista riprendeva quello del romanzo più celebre di Alianello  per tutto quel mondo che trovava il suo referente ultimo in una antica monarchia dove anche il re parlava napoletano e dove ancora regnavano la fede e il senso dell’onore, mi è rimasta impressa per sempre nella memoria.

 

E non solo come un luogo ove far ritorno per riposare lo spirito, ma come un robusto, ancorchè nebuloso, ‘luogo di bene’ cui ispirarsi, per esempio, per compiere meno peggio i doveri di padre. Una scena de L’Alfiere mi rimase con particolare forza nel ricordo: pochi giorni prima dell’ingresso di Garibaldi, il padre del protagonista, accomiatandosi dal figlio prima di raggiungere in esilio Roma, raccomanda al giovane come essenziale una cosa sola: ‘procura di non rimanere mai, neppure un’ora, in peccato mortale’. Ebbene questa nota, per quanto en passant, secondo cui l’anima è la cosa più preziosa che abbiamo, proprio perchè incastonata in quel contesto, si fissò e fermentò per il bene.

 

Questa nostalgia, in ultima analisi germinata su un fondo estetizzante, si tramutò tuttavia a poco a poco in nostalgia per i principi e per i valori di quel mondo, per quelle mete che vi si rinvenivano al di sotto, ossia la grande visione del cosmo, dell’uomo e della società umana che il cattolicesimo romano rifletteva, e che oggi, pur nelle mutate circostanze, ancora mi ispira.

 

Ebbi poi modo di godere dei numerosi prodotti editoriali scaturiti  quasi come figli intellettuali , uno dopo l’altro nel corso degli anni, dalla sua operosa fucina di studioso innamorato del passato della sua terra e dell’Italia: dalla Lettera del Principe di Canosa contro Pietro Colletta agli studi sullo stemma del Regno delle Due Sicilie.

 

Vitale fu senza dubbio un valido meridionalista, ma non un meridionalista dei tanti  da Fortunato, a Dorso, a Salvemini, a Gramsci  che dopo l’Unità si succedettero in quella che divenne a lungo andare una sorta di professione, quanto meno intellettuale: costoro - mi si passi la metafora -, contemplandone le rovine, sembrano lamentare le conseguenze del crollo del palazzo sui suoi abitanti, senza dolersi che il palazzo sia crollato o fatto crollare. Vitale ebbe invece sempre ben presente quanto fosse pesato sulle sorti del Mezzogiorno l’abbattimento manu militari, un giorno per l’altro, dell’antica monarchia e, soprattutto, la cancellazione dell’identità culturale napoletana e l’orgoglio di essere già nazione e Stato.

 

Solo poco tempo fa, nel febbraio del 2004, tuttavia, ho avuto modo di conoscerlo, per un?unica volta, di persona a Gaeta e poi di risentirlo più volte telefonicamente da Milano.

 

Ho così potuto in extremis, e del tutto nel senso pieno di quest’espressione, direi conoscerne ed apprezzarne i modi signorili ed il tratto affabile, che rivelavano in lui un plafond spirituale genuinamente nobile. Una serietà, una serenità, un senso della misura, un sostanziale affidamento alla Provvidenza della battaglia che aveva intrapreso fin dagli anni giovanili ed è proprio questa la quintessenza dell’umiltà, che scaturivano dalla sua fine cultura umana e dal suo profondo senso religioso, che trasfondeva in una schietta e saporita napoletanità.

 

Su questa base fu giocoforza instaurare con lui un subitaneo rapporto basato sulla simpatia e sul reciproco apprezzamento.

 

Dopo aver letto i miei poveri sforzi di dare una voce e una interpretazione del fenomeno dell’Insorgenza popolare italiana e aver sfogliato le raccolte di saggi di storia moderna e contemporanea che avevo pubblicato sotto l’etichetta di Annali Italiani, aveva pensato d’invitarmi al convegno che il movimento tradizionalista, di cui era parte, organizzava tutti gli anni a Gaeta per parlare dell’opposizione intellettuale anti-risorgimentale. In quella sede ho avuto modo di verificare quanto la sua apertura, la sua erudizione e la sua cultura fossero più vaste di quelle che trasparivano mediamente dagli altri interventi dei simpatizzanti e militanti neo-borbonici. Nel suo intervento Introduzione ad una rilettura del Risorgimento Vitale aveva infatti evidenziato una non comune conoscenza della storia italiana e dei suoi nodi e un eccellente dominio delle fonti, che rendevano la sua relazione più una lezione che altro.

 

Sul tema dell’intellettualità italiana anti-risorgimentale e su altri ancora era nato poi un colloquio e un confronto a distanza , lunghe telefonate tardo-pomeridiane, così come sulle sue più recenti pubblicazioni  che aveva voluto inviarmi in omaggio, cosa di cui lo ringrazio nuovamente nella certezza che la communio sanctorum e la buona educazione non finiscono con la morte. Soprattutto stava a cuore a Silvio il progetto di redigere un dizionario biografico degli storici e degl’intellettuali che avevano animato la cultura italiana nel periodo in cui in essa facevano irruzione le idee nuove, il diritto nuovo, la religione civile, ossia l’Ottocento e il Novecento. Parlava di questa idea con giovanile intraprendenza ed entusiasmo , in Silvio si poteva verificare quanto la fede conservi giovani! : mi disse che aveva raccolto negli anni un notevole materiale, naturalmente soprattutto sul Mezzogiorno, che sarebbe stato utile integrare con quanto ero riuscito a mettere assieme in un profilo della storiografia anti-risorgimentale pubblicato nel 2001 nel volume La Rivoluzione italiana. Storia critica del Risorgimento.

 

Purtroppo l’iniziativa  rimasta allo stato d’idea: ma, se Dio vorrà, nel futuro riprenderò questa idea, anche in omaggio alla sua memoria.

 

Della sua biografia umana e intellettuale non so molto di più di quello che è già apparso in altre memorie fatte di lui.

 

Era nato a Napoli nel 1928 e svolgeva la professione di avvocato civilista e di pubblicista. Da sempre schierato anche politicamente a destra è  stato consigliere comunale, consigliere regionale ed europarlamentare  aveva riscoperto fin da giovane la storia della sua città e dell’antico regno di cui era stata per settecento anni la capitale. Aveva contemporaneamente constatato quanto infelice fosse stato il destino del Regno e della Casa regnante, i Borbone-Napoli, in conseguenza dell’aggressione militare subita da parte del neonato Regno d’Italia nel 1860. A cent’anni dalla fine della monarchia borbonica, nel 1960, nasceva per opera di Vitale e di altri intellettuali meridionali, come Alianello, L’Alfiere, la rivista di studi storici e tradizionalistici destinata e durare fino a oggi e a influenzare in maniera forte la cultura italiana. Da esse nacque un movimento di opinione sempre meno affetto da nostalgie sentimentali e sempre più vicino a una forma di contro-cultura, da cui prenderanno le mosse diverse formazioni di azione civica e culturale, che costituiscono oggi quello che viene chiamato il movimento neoborbonico.

 

Anche a lui si deve la riscoperta di autori importanti nella polemica anti-unitaria, ma anche nella cultura alternativa e antagonistica a quella liberale che aveva fatto l’Italia e che, sebbene con minor fortuna rispetto al secolo XIX, allora, negli anni 1960, costituiva ancora parte non irrilevante della cultura egemone. Le voci del Principe di Canosa, di Monaldo Leopardi, di Giacinto de’ Sivo e di tanti altri, attraverso L’Alfiere e le altre pubblicazioni promosse dalla rivista, uscivano dalla polvere dei secoli e riallacciavano con il lettore tardo-novecentesco un dialogo tutt’altro che infecondo.

 

Ma non vi erano solo le voci dei ‘?padri’: anche studiosi contemporanei come lo spagnolo Francisco Elias de Tejada y Spìnola (1917-1978), un altro innamorato della napoletanità, filtrata dal suo amore per la Spagna o per le Spagne, le tante Spagne nella Penisola iberica, o quelle che nel mondo la storia aveva disseminato. Di Tejada Vitale aveva tradotto l’opera Nàpoles hispanico, di cui aveva potuto curare l’uscita di tre dei cinque volumi..

 

Così pure attraverso i periodici incontri degli scrittori e dei simpatizzanti della rivista a Gaeta, a Civitella del Tronto, a Napoli, le idee di questo gruppo di intellettuali uscivano dalle ‘sacrestie’ della cultura per diventare oggetti di dibattito civico e popolare e stimoli per un’azione civile meno subordinata alle ideologie imperanti.

 

Silvio Vitale ha legato la sua esistenza a questo sforzo per la riscoperta di un passato che si è voluto far passare troppo in fretta e perchè su questa base, su questo zoccolo di memoria si costruisse il futuro di Napoli, delle terre dell’antico regno e dell’Italia tutta: un futuro meno in contrasto con le radici partenopee e cristiane del suo popolo.

 

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