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Associazione culturale Neoborbonica
L'orgoglio di essere meridionali

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Eroi
 

Le Due Sicilie hanno dato i natali ad innumerevoli nonchè illustri personalità, distintesi in campo artistico, letterario, scientifico e culturale.



Silvio Vitale PDF Stampa E-mail

Silvio Vitale

(1928-2005)

 

 

a cura dell'Istituto Storico dell'Insorgenza e per l'Identità Nazionale 

 

 

 

 

 

 

Se mi è lecito indulgere a qualche annotazione di carattere personale, terrei a dire che ho conosciuto il nome di Silvio Vitale fin dagli anni della giovinezza, quando la sua rivista L’Alfiere fu uno degli strumenti scelti dalla Provvidenza per propiziare la mia conversione culturale al cattolicesimo, prodromo di quella conversione della volontà e del cuore, che, grazie ad altre ‘agenzie’ e anche se sempre in fieri, seguì di lì a poco.

 

La struggente nostalgia che m’ispiravano, in sintonia fra loro, gli articoli della rivista e i racconti di Carlo Alianello (1901-1981) e il nome della rivista riprendeva quello del romanzo più celebre di Alianello  per tutto quel mondo che trovava il suo referente ultimo in una antica monarchia dove anche il re parlava napoletano e dove ancora regnavano la fede e il senso dell’onore, mi è rimasta impressa per sempre nella memoria.

 

E non solo come un luogo ove far ritorno per riposare lo spirito, ma come un robusto, ancorchè nebuloso, ‘luogo di bene’ cui ispirarsi, per esempio, per compiere meno peggio i doveri di padre. Una scena de L’Alfiere mi rimase con particolare forza nel ricordo: pochi giorni prima dell’ingresso di Garibaldi, il padre del protagonista, accomiatandosi dal figlio prima di raggiungere in esilio Roma, raccomanda al giovane come essenziale una cosa sola: ‘procura di non rimanere mai, neppure un’ora, in peccato mortale’. Ebbene questa nota, per quanto en passant, secondo cui l’anima è la cosa più preziosa che abbiamo, proprio perchè incastonata in quel contesto, si fissò e fermentò per il bene.

 

Questa nostalgia, in ultima analisi germinata su un fondo estetizzante, si tramutò tuttavia a poco a poco in nostalgia per i principi e per i valori di quel mondo, per quelle mete che vi si rinvenivano al di sotto, ossia la grande visione del cosmo, dell’uomo e della società umana che il cattolicesimo romano rifletteva, e che oggi, pur nelle mutate circostanze, ancora mi ispira.

 

Ebbi poi modo di godere dei numerosi prodotti editoriali scaturiti  quasi come figli intellettuali , uno dopo l’altro nel corso degli anni, dalla sua operosa fucina di studioso innamorato del passato della sua terra e dell’Italia: dalla Lettera del Principe di Canosa contro Pietro Colletta agli studi sullo stemma del Regno delle Due Sicilie.

 

Vitale fu senza dubbio un valido meridionalista, ma non un meridionalista dei tanti  da Fortunato, a Dorso, a Salvemini, a Gramsci  che dopo l’Unità si succedettero in quella che divenne a lungo andare una sorta di professione, quanto meno intellettuale: costoro - mi si passi la metafora -, contemplandone le rovine, sembrano lamentare le conseguenze del crollo del palazzo sui suoi abitanti, senza dolersi che il palazzo sia crollato o fatto crollare. Vitale ebbe invece sempre ben presente quanto fosse pesato sulle sorti del Mezzogiorno l’abbattimento manu militari, un giorno per l’altro, dell’antica monarchia e, soprattutto, la cancellazione dell’identità culturale napoletana e l’orgoglio di essere già nazione e Stato.

 

Solo poco tempo fa, nel febbraio del 2004, tuttavia, ho avuto modo di conoscerlo, per un?unica volta, di persona a Gaeta e poi di risentirlo più volte telefonicamente da Milano.

 

Ho così potuto in extremis, e del tutto nel senso pieno di quest’espressione, direi conoscerne ed apprezzarne i modi signorili ed il tratto affabile, che rivelavano in lui un plafond spirituale genuinamente nobile. Una serietà, una serenità, un senso della misura, un sostanziale affidamento alla Provvidenza della battaglia che aveva intrapreso fin dagli anni giovanili ed è proprio questa la quintessenza dell’umiltà, che scaturivano dalla sua fine cultura umana e dal suo profondo senso religioso, che trasfondeva in una schietta e saporita napoletanità.

 

Su questa base fu giocoforza instaurare con lui un subitaneo rapporto basato sulla simpatia e sul reciproco apprezzamento.

 

Dopo aver letto i miei poveri sforzi di dare una voce e una interpretazione del fenomeno dell’Insorgenza popolare italiana e aver sfogliato le raccolte di saggi di storia moderna e contemporanea che avevo pubblicato sotto l’etichetta di Annali Italiani, aveva pensato d’invitarmi al convegno che il movimento tradizionalista, di cui era parte, organizzava tutti gli anni a Gaeta per parlare dell’opposizione intellettuale anti-risorgimentale. In quella sede ho avuto modo di verificare quanto la sua apertura, la sua erudizione e la sua cultura fossero più vaste di quelle che trasparivano mediamente dagli altri interventi dei simpatizzanti e militanti neo-borbonici. Nel suo intervento Introduzione ad una rilettura del Risorgimento Vitale aveva infatti evidenziato una non comune conoscenza della storia italiana e dei suoi nodi e un eccellente dominio delle fonti, che rendevano la sua relazione più una lezione che altro.

 

Sul tema dell’intellettualità italiana anti-risorgimentale e su altri ancora era nato poi un colloquio e un confronto a distanza , lunghe telefonate tardo-pomeridiane, così come sulle sue più recenti pubblicazioni  che aveva voluto inviarmi in omaggio, cosa di cui lo ringrazio nuovamente nella certezza che la communio sanctorum e la buona educazione non finiscono con la morte. Soprattutto stava a cuore a Silvio il progetto di redigere un dizionario biografico degli storici e degl’intellettuali che avevano animato la cultura italiana nel periodo in cui in essa facevano irruzione le idee nuove, il diritto nuovo, la religione civile, ossia l’Ottocento e il Novecento. Parlava di questa idea con giovanile intraprendenza ed entusiasmo , in Silvio si poteva verificare quanto la fede conservi giovani! : mi disse che aveva raccolto negli anni un notevole materiale, naturalmente soprattutto sul Mezzogiorno, che sarebbe stato utile integrare con quanto ero riuscito a mettere assieme in un profilo della storiografia anti-risorgimentale pubblicato nel 2001 nel volume La Rivoluzione italiana. Storia critica del Risorgimento.

 

Purtroppo l’iniziativa  rimasta allo stato d’idea: ma, se Dio vorrà, nel futuro riprenderò questa idea, anche in omaggio alla sua memoria.

 

Della sua biografia umana e intellettuale non so molto di più di quello che è già apparso in altre memorie fatte di lui.

 

Era nato a Napoli nel 1928 e svolgeva la professione di avvocato civilista e di pubblicista. Da sempre schierato anche politicamente a destra è  stato consigliere comunale, consigliere regionale ed europarlamentare  aveva riscoperto fin da giovane la storia della sua città e dell’antico regno di cui era stata per settecento anni la capitale. Aveva contemporaneamente constatato quanto infelice fosse stato il destino del Regno e della Casa regnante, i Borbone-Napoli, in conseguenza dell’aggressione militare subita da parte del neonato Regno d’Italia nel 1860. A cent’anni dalla fine della monarchia borbonica, nel 1960, nasceva per opera di Vitale e di altri intellettuali meridionali, come Alianello, L’Alfiere, la rivista di studi storici e tradizionalistici destinata e durare fino a oggi e a influenzare in maniera forte la cultura italiana. Da esse nacque un movimento di opinione sempre meno affetto da nostalgie sentimentali e sempre più vicino a una forma di contro-cultura, da cui prenderanno le mosse diverse formazioni di azione civica e culturale, che costituiscono oggi quello che viene chiamato il movimento neoborbonico.

 

Anche a lui si deve la riscoperta di autori importanti nella polemica anti-unitaria, ma anche nella cultura alternativa e antagonistica a quella liberale che aveva fatto l’Italia e che, sebbene con minor fortuna rispetto al secolo XIX, allora, negli anni 1960, costituiva ancora parte non irrilevante della cultura egemone. Le voci del Principe di Canosa, di Monaldo Leopardi, di Giacinto de’ Sivo e di tanti altri, attraverso L’Alfiere e le altre pubblicazioni promosse dalla rivista, uscivano dalla polvere dei secoli e riallacciavano con il lettore tardo-novecentesco un dialogo tutt’altro che infecondo.

 

Ma non vi erano solo le voci dei ‘?padri’: anche studiosi contemporanei come lo spagnolo Francisco Elias de Tejada y Spìnola (1917-1978), un altro innamorato della napoletanità, filtrata dal suo amore per la Spagna o per le Spagne, le tante Spagne nella Penisola iberica, o quelle che nel mondo la storia aveva disseminato. Di Tejada Vitale aveva tradotto l’opera Nàpoles hispanico, di cui aveva potuto curare l’uscita di tre dei cinque volumi..

 

Così pure attraverso i periodici incontri degli scrittori e dei simpatizzanti della rivista a Gaeta, a Civitella del Tronto, a Napoli, le idee di questo gruppo di intellettuali uscivano dalle ‘sacrestie’ della cultura per diventare oggetti di dibattito civico e popolare e stimoli per un’azione civile meno subordinata alle ideologie imperanti.

 

Silvio Vitale ha legato la sua esistenza a questo sforzo per la riscoperta di un passato che si è voluto far passare troppo in fretta e perchè su questa base, su questo zoccolo di memoria si costruisse il futuro di Napoli, delle terre dell’antico regno e dell’Italia tutta: un futuro meno in contrasto con le radici partenopee e cristiane del suo popolo.

 

Antonio Capece Minutolo PDF Stampa E-mail

5 marzo 1768 -4 marzo 1838

Antonio Capece Minutolo nasce a Napoli il 5 marzo 1768 da una delle famiglie nobili più antiche del regno, che aveva signoria sul vasto feudo di Canosa, in Puglia, ed era ascritta al primo dei Sedili o circoscrizioni di Napoli, quello di Capuana. La cappella di famiglia, edificata nel duomo della città partenopea nel 764, con i ritratti di numerosi uomini politici, due cardinali e uno stuolo di guerrieri, testimonia la virtù della stirpe dei Capece Minutolo, che hanno servito per secoli il regno di Napoli e la Chiesa cattolica, senza essere contaminati da quel declassamento dell'aristocrazia feudale in nobiltà cortigiana, verificatosi sotto la spinta dell'accentramento burocratico e amministrativo.

Il giovane Antonio compie gli studi di filosofia a Roma, presso il Collegio Nazareno dei gesuiti, quindi il padre lo avvia alla carriera forense ma egli, pur distinguendosi nella trattazione delle cause criminali, sente che l'avvocatura non è la sua vocazione. Le "declamazioni dei falsi liberali e dei miscredenti" lo tentano in quegli anni, concretizzandosi nell'invito ad affiliarsi alla massoneria, ma non lo attirano nella rete, anzi lo inducono ad approfondire la conoscenza della teologia e del diritto pubblico della nazione napoletana. Nel 1795, con un'orazione su La Trinità, diretta a confutare i deisti, che postulano una religione naturale fondata sull'"unità" di Dio, e con una dissertazione accademica su L'Utilità della Monarchia nello stato civile, il giovane principe scende in campo per difendere la causa del trono e dell'altare, cui attentano le teorie degli illuministi e le realizzazioni della Rivoluzione francese.

Richiamandosi alla tradizione del regno di Napoli, egli ricorda che non può esservi vera monarchia senza corpi intermedi, il più importante dei quali è l'aristocrazia, e che la società ha una sua personalità specifica, pur nella sottomissione e nella fedeltà al monarca, il quale da parte sua è legittimo quando rispetta le leggi e le consuetudini della nazione. La monarchia feudale, quindi, è organicamente in rapporto con i ceti e con le comunità, e, all'esterno del regno, con il Papato e con l'impero. Nel 1796, con le Riflessioni critiche sull'opera dell'avvocato fiscale sig. D. Nicola Vivenzio intorno al servizio militare dei baroni in tempo di guerra, precisa il suo pensiero sui compiti della nobiltà nell'ora presente. In particolare, muovendo dalla considerazione che i feudi moderni non erano più concessi dal monarca in ricompensa di servigi ricevuti e in cambio del servizio militare prestato dai nobili, ma erano diventati corpi venali, che potevano anche essere acquistati, senza obblighi o vincoli connessi, egli ritiene priva di fondamento giuridico la pretesa del re d'imporre il servizio militare ai baroni; costoro, tuttavia, per il senso dell'onore e della fedeltà che li caratterizza, devono fornire denaro e soldati alla nazione quando questa è in pericolo. L'occasione di dare concreta esecuzione a queste affermazioni non tarda a presentarsi.

Onore della nobiltà napoletana

Nel novembre del 1798, all'approssimarsi dell'invasione dell'esercito rivoluzionario francese, Antonio Capece Minutolo recluta soldati a sue spese e incita la popolazione alla resistenza. Alla partenza della corte e di re Ferdinando IV di Borbone (1751-1825) per la Sicilia, viene nominato membro della Deputazione Straordinaria per il Buon Governo e per l?Interna Tranquillità, scontrandosi subito con Francesco Pignatelli, principe di Strongoli (1734-1812), vicario generale del regno. Il principe di Canosa, sulla base delle antiche consuetudini del regno, rivendica alla città di Napoli il privilegio di rappresentare la nazione in assenza del sovrano, come era già accaduto altre volte in passato; tuttavia il vicario il quale incarnava le tendenze assolutistiche, che miravano a rompere il rapporto organico fra monarca e società a svantaggio della seconda, concepita come una massa indifferenziata di sudditi si oppone alle richieste della municipalità, per di più accusando i rappresentanti della nobiltà di voler instaurare una "repubblica aristocratica", e conclude un armistizio con i francesi invasori.

La capitale è espugnata nel gennaio del 1799, dopo le gloriose "tre giornate", in cui i napoletani, soprattutto i lazzari, cioè il popolo minuto, si armano e resistono valorosamente ai giacobini stranieri e a quelli locali, i "collaborazionisti". Antonio Capece Minutolo è arrestato e condannato a morte senza processo.

La pronta reazione popolare, animata dal cardinale Fabrizio Ruffo (1744-1827), che alla testa dell'esercito della Santa Fede giunge in poco tempo alle porte della capitale, salva la vita all'intrepido aristocratico, il quale non sfugge però alla Giunta di Stato borbonica, che gli infligge "anni 5 di castello" per insubordinazione nei confronti del vicario regio. I repubblicani avevano punito in lui il realista e i realisti punivano l'aristocratico, cioè i due elementi che egli componeva armoniosamente nella sua persona. Alla condanna dei cavalieri napoletani segue lo scioglimento dei Sedili "l'atto più rivoluzionario compiuto dal dispotismo illuminato borbonico", secondo il giudizio dello storico Walter Maturi (1902-1961), che priva la nobiltà di ogni residua influenza politica e la nazione della sua rappresentanza.

Scarcerato grazie all'amnistia generale del 1801, il principe di Canosa può riprendere i suoi studi e, due anni dopo, dà alle stampe il Discorso sulla decadenza della Nobiltà, in cui individua la causa del declino di questo fondamentale ceto nella crisi del regime monarchico prodotta dalla dissennata politica di accentramento, che contribuisce a demolire la società tradizionale organica e cristiana. Nel 1806, di fronte alla seconda invasione francese, vuol prendersi con la Corte una "vendetta da cavaliere", mettendosi agli ordini del re e seguendolo in Sicilia. Questo atteggiamento conquista il sovrano, che gli affida il compito di difendere le isole di Ponza, Ventotene e Capri, gli unici territori non ancora caduti nelle mani dei francesi, e, dopo la Restaurazione, lo chiama a partecipare al governo.

Politico senza cedimenti

Ferdinando IV, ora Ferdinando I delle Due Sicilie, perde l'occasione per operare una restaurazione efficace, accontentandosi di quella politica di "conciliazione", cioè di compromesso con i vecchi rivoluzionari, favorita in Europa da Klemens Lothar Wenzel, principe di Metternich (1773-1859), e a Napoli da Luigi Medici, principe di Ottaiano (1759-1830), che ebbe più volte la direzione del governo. A nulla valgono gli accorti giudizi del principe di Canosa, il quale denuncia l'ambigua Restaurazione seguita al Congresso di Vienna (1814-1815) e tenta invano di mettere in guardia il sovrano contro l'operato delle forze sovversive, che continuano a cospirare nell'ombra. Nominato due volte ministro di polizia, nel 1816 e nel 1821, in entrambe le situazioni verrà sacrificato sull'altare del cedimento e del compromesso.

Durante le due brevi esperienze di governo il nobile napoletano cerca di condurre un'azione politica fondata sulla propaganda e sulla polemica, anche satirica, con l'ideale rivoluzionario. Si preoccupa di usare "il minimo della forza e il massimo della filosofia" e raccomanda un'intensa opera d'informazione sulle ideologie: "Dai pergami, sopra le scene dei teatri, nelle pubbliche piazze, nelle gazzette, da mille fogli periodici fare si doveva la guerra ai settari. Essi dovevano essere perseguitati dalla penna e non già dalla spada, col ridicolo e non col tuono serio: daì'comedianti e non dal carnefice. Unica loro pena esser doveva quella di essere esclusi perpetuamente da ogni carica". In quel periodo compone L'Isola dei Ladroni o sia La Costituzione Selvaggia, opera teatrale che costituisce esempio concreto della pratica polemica da lui auspicata. L'uso del teatro per la formazione di una corretta opinione pubblica a conferma della costanza della riflessione canosiana sulla prassi contro-rivoluzionaria sarà tema anche di una corrispondenza del 1833 con il conte Monaldo Leopardi (1776-1847), al quale propone di dedicarsi alla stesura di testi teatrali.

Guida della Contro-Rivoluzione in Italia

Accompagnando la sua azione politica istituzionale e quella propagandistica alla riflessione politico-religiosa, il principe di Canosa pubblica, nel 1820, la sua opera più nota, I Piffari di montagna, dove ribadisce le linee fondamentali del suo pensiero. Negli anni seguenti, percorrendo la penisola in esilio volontario, cerca di coordinare l'azione di quanti, laici e religiosi, intendono dare un carattere di maggiore profondità e incisività alla Restaurazione: fra questi, il padre teatino Gioacchino Ventura (1792-1861), il quale fonda a Napoli nel giugno del 1821 l'Enciclopedia Ecclesiastica e Morale, che vagheggia per prima una nuova forma di apostolato laicale; il marchese Cesare Taparelli d'Azeglio (1763-1830), che anima in Piemonte prima le Amicizie Cattoliche e poi il periodico l'Amico d'Italia; l'apologista modenese monsignor Giuseppe Baraldi (1778-1832), fondatore della rivista Memorie di Religione, di Morale e di Letteratura; il conte Monaldo Leopardi, il quale a Pesaro dà vita al periodico La Voce della Ragione, che aveva una tiratura di duemila copie, stupefacente per i tempi. Da questi cenacoli, però, non si sviluppa una struttura laicale organizzata, soprattutto a causa del persistente giansenismo e del regalismo diffusi presso il ceto colto, della tradizione giurisdizionalistica ancora viva nelle maggiori corti, in particolare a Napoli e a Torino, della diffidenza di alcuni monarchi verso gli esponenti della classe dirigente saldamente ancorati a princìpi contro-rivoluzionari. L'unico sovrano apertamente a favore delle posizioni legittimistiche è Francesco IV d'Asburgo-Este (1779-1846), duca di Modena, dotato di una forte personalità, nonchè di notevole chiarezza di vedute e di grande coerenza di princìpi. "E' forse l'unico Stato d'Italia scriveva il principe di Canosa nel 1822, in cui il buon partito della monarchia ha qualche energia, ed ove si parla e si scrive in favore della buona causa. Questo fenomeno assai singolare dipende dalla fermezza e decisione di cui si vede rivestito il cuore del sovrano, il quale non transige coi rivoluzionari, ma mostra intrepido loro il petto e il volto, perseguitando i nemici della religione e della monarchia".

Alla corte di Modena il principe di Canosa trascorre gli anni dal 1830 al 1834, collaborando a La Voce della Verità, diretta dallo storiografo Cesare Carlo Galvani (1801-1863), guardia d'onore di Francesco IV, e affrontando, fra i primi in Italia, la crisi di alcuni intellettuali cattolici, che apre la strada al liberalismo cattolico. Passa quindi nello Stato Pontificio, dove cerca di promuovere la costituzione di volontari armati legittimisti, e finalmente, nel 1835, fissa la sua dimora a Pesaro, dove si sente ormai "stanco lione" cui gli asini liberali avrebbero ardito tirare calci come nella favola di Esopo. Tuttavia, reagisce con il consueto vigore alle accuse mossegli, con la Storia del Reame di Napoli, da Pietro Colletta (1775-1831), contro il quale scrive un'Epistola in cui contrappone la verità dei fatti a una mendace storiografia e i suoi ideali incontaminati all'ipocrisia dei liberali. Dopo essersi battuto fino all'estremo, muore a Pesaro il 4 marzo 1838.

Carlo De Marco PDF Stampa E-mail

Nasce a Brindisi il 12 novembre 1711 uno dei principali artefici del cambiamento e del riformismo del governo borbonico di Ferdinando IV. Avviato ali studi dallo zio materno Antonio Booxich, vicario generale dell'Arcidiocesi, per poi completarli a Napoli, dove si stabilì. Qui divenne uno stimato giureconsulto del regno e a lui furono dati sin dal 1743 compiti di Auditore regio. Quando Carlo III divenne re di Spagna (1759) lasciando il trono al giovanissimo figlio Ferdinando, Carlo De Marco fu chiamato a far parte del Consiglio di Reggenza presieduto da Tanucci, occupandosi delle riforme che abolirono quasi del tutto il feudalesimo. Quando Ferdinando IV raggiunse la maggiore età e costituì il proprio governo, a Carlo De Marco fu affidato il ministero di Grazia e Giustizia e degli Affari ecclesiastici, un compito che tenne per quasi 30 anni, durante il quale abolì gabelle e pedaggi che gravavano sulla popolazione, ed avvio il programma di lavoro per la sistemazione del porto di Brindisi ridotto in palude. Quando il primo ministro Acton, successore di Tanucci, spinse il sovrano a combattere i rivoluzionari francesi, De Marco oltre a favorire utili consigli, mise a disposizione dell'erario 40mila ducati del proprio patrimonio per la causa. Ma nel 1799 il De Marco perse ogni bene e carica, sospettato presumibilmente di far parte del movimento giacobino. Morì da sconosciuto privato nel 1809.

dal sito "Bridisi attraverso la storia"

Benedetto Marzolla PDF Stampa E-mail

Nasce a Brindisi il 14 marzo del 1801 uno dei più illustri geografi e cartografi italiani del XIX secolo. Vivace e ingegnoso, con uno spiccato spirito di osservazione fin da giovane, Benedetto Marzolla si forma culturalmente dapprima al Collegio degli Scolopi per poi trasferirsi a Napoli (1819) per studiare ingegneria. Appena ventenne venne assunto in qualità di tenente ingegnere topografico nell'ufficio della Guerra del Regno delle Due Sicilie, dove presto si distinse ottenendo incarichi di prestigio da rappresentanti del Governo, tra questi i rilievi del Tavoliere di Puglia e della Carta Catastale del Regno (1854).
Entrò come membro in Commissioni ministeriali, Accademie e società inerenti le sue attività topografiche e statistiche e per le sue capacità ottenne onorificenze da Ferdinando II di Borbone e la stima di Nicola e Alessandro II di Russia. A sue spese fondò uno stabilimento cartografico che curò direttamente, realizzando le carte geografiche considerate tra le più ricche di dati e meglio impostate a livello europeo. Della sua produzione di grande rilievo, considerando i tempi ed i mezzi a disposizione, rimangono alcune opere molto importanti, come il grande dizionario geografico, storico e statistico del regno (1832), l'atlante corografico, storico e statistico del regno (1842), l'atlante geografico e statistico mondiale (1841/57). Morì l'11 maggio 1858 per apoplessia.
A lui è dedicato il Liceo Ginnasio della città di Brindisi.

dal sito "Bridisi attraverso la storia"

Luigi Corsi PDF Stampa E-mail

Figlio di un colonnello di cavalleria, nel 1821 era sottotenente di artiglieria partecipando alle vicende di quell'anno.

Nel 1829 era primo tenente e dopo un periodo di esperienza al neo nato stabilimento di Torre Annunziata venne scelto dal re Ferdinando II nel 1837 per dirigere una officina situata nello stesso palazzo reale dove furono costrite le prime macchine a vapore. Il laboratorio ebbe una grande richiesta di lavori tanto che Carlo Filangieri decise di fare costruire un apposito stabilimento alle falde del Vesuvio, l'opificio di Pietrarsa.

Il comando fu affidato a Luigi Corsi.

Fino al 1860 l'opificio ne resse le sorti con grande intelligenza ed estrema serietà.

Dal suo stabilimento uscirà tutto il materiale rotabile delle ferrovie napoletane, le locomotive a vapore, il ferro sul ponte Calore e tante altre commesse..

Entrati i garibaldesi a Napoli, Luigi Corsi resse il comando per pochi giorni e anche se invitato dal governo sardo a rimanere al suo posto, preferì dimettersi , non senza prima avere ricordato in una memoria allo stesso governo piemontese che la qualità dei prodotti di Pietrarsa era superiore a quella dei medesimi prodotti provenienti da altre parti d'Italia e dell'estero e che il costo superiore era dovuto alla necessità di mantenere in vita un industria giovane ma locale.

Non fu ascoltato e anche Pietrarsa venne smantellata e ridotta come fu per Mongiana , S. Leucio e Torre Annunziata.

Ai funerali del Colonnello Luigi Corsi che si era stabilito a Portici, vicino allo stabilimento,parteciparono tutti i suoi vecchi operai

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