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Brigantaggio

Con il termine "Brigantaggio" la storiografia risorgimentale ha da sempre indicato e descritto quel movimento di liberazione popolare che si lev? spontaneamente nel Sud d'Italia all'indomani della spregiudicata Unit? realizzata dai Savoia. Per molti anni i briganti sono stati considerati alla stregua di comuni criminali, anarchici e sanguinari, quando avrebbero dovuto ricevere tutt'altre considerazioni.

Chi lotta e muore sotto una bandiera, difendendo la propria nazione dall'invasore nel nome del suo Re legittimo non pu? essere considerato che un patriota ed eroe cui devono essere rivolte soltanto parole d'elogio.

Questa sezione si propone l'obiettivo di contribuire alla restituzione della dignit? a quelle centinaia di migliaia di briganti che furono barbaramente trucidati dall'invasore piemontese attraverso una breve panoramica storica sul Brigantaggio, una rassegna di documenti e testimonianze dell'epoca e una galleria fotografica, piccola ma efficace.



Cosimo Giordano PDF Stampa E-mail

CAPORAL COSIMO

di Luisa Sangiuolo

da: "Il Brigantaggio nella Provincia di Benevento 1860-1880" De Martino, Benevento, 1975

I.

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Proclama di Chiavone PDF Stampa E-mail

PROCLAMA

DEL COMANDANTE IN CAPO

ALL'ARMI! ALL'ARMI! ALL'ARMI!?

di Antonio Ciano - "I SAVOIA E IL MASSACRO DEL SUD" - Grandmel?, ROMA, 1996

[?] Il piemontese nemico del nostro Re, della nostra Monarchia, delle nostre leggi, nemico del patrizio, del borghese, del contadino, nemico di tutti gli ordini militari civili e religiosi; il piemontese che arde citt?, scanna i fedeli a Dio ed al loro sovrano, fa macello di sacerdoti, svelle dalle loro chiese i vescovi, e per sospetti caccia nelle carceri, negli ergastoli e negli esilii quanti non vede piegar la fronte all'idolo d'ingorda e bugiarda rivoluzione, il piemontese che copre con l'orgoglio la sua nudit?, e che si gloria di non sentir piet? nello sgozzar vecchi, vergini, pargoletti, n? ritrosia nel dar di piglio nella roba altrui o pubblica o privata; il piemontese che profana le nostre donne ed i nostri templi, ubriaco di libidine, fabbro di menzogna e d'inganni, schernitore di vittime da lui tradite: il piemontese fugge dinanzi allo scoppio dei nostri moschetti rugginosi; e nelle citt? dov'egli avea fondate le case di prostituzione ed il servaggio, ormai sventola il vessillo della libert? e della indipendenza del Regno al grido di viva Francesco II. La bandiera del sovrano ? gi? inalberata in Sora.

Popoli degli Abruzzi, delle Puglie, delle Calabrie, dei Principati, all'armi! Sopra i gioghi degli Appennini, ciascun macigno ? fortezza, ciascun albero ? baluardo. Ivi il nemico non potr? ferire alla lontana coi proiettili dei cannoni rigati, n? con l'unghie dei cavalli. Combattendo uomo con uomo, egli che non ha fede in Dio e in Ges? Cristo, ne pu? avere carit? de' fratelli, dovr? soccombere al fremito del nostro coraggio, alla forza dei petti devoti alla morte per una causa che merita il sacrificio della vita. All'armi! Le falci, le ronche, i massi valgono nelle nostre mani pi? che le baionette e le spade.

Un milione di anime oppresse si confortano con un grido alla pugna; sessantamila dei nostri stendono le braccia dalle carceri verso di noi; le ombre di diecimila ci dicono vendicateci.. Corriamo dai boschi alle citt?, dalle province a Napoli.

L'arcangelo San Michele ci coprir? col suo scudo, la Vergine Immacolata col suo manto, e faranno vittoriosa la bandiera che appenderemo in voto nel tempio. Il piemontese che ci deride, svilisce, conculca, tiranneggia, spoglia, e uccide con l'ipocrita maschera della libert?, ritorni nei suoi confini tra il Po e le Alpi. Ritorni a noi quel Sovrano che Iddio ci ha dato, e lo fe' generare nelle viscere di una madre santa, e crescere in virt? candido come il giglio, che adorna il borbonico stemma.

Francesco II e Sofia, ed i Reali principi c'insegnarono come si debba star saldi ed intrepidi nella battaglia. Vinceremo. I potenti dell'Europa compiranno l'opera nostra rimenando la pace all'Italia; ed il nostro regno all'ombra della religione cattolica e del papato, si riabbellir? di quella gloriosa borbonica dinastica che ci sottrasse ai duri ceppi dei piccoli tiranni, e ci diede ricchezza e franchigia vera, e la indipendenza dallo straniero. All'armi!

Il Comandante in capo CHIAVONE

Luigi Riccardi Ajutante

Luigi Alonzi detto Chiavone PDF Stampa E-mail

Luigi Alonzi detto Chiavone

?? Chiavone, il cui vero nome era Luigi Alonzi, era nativo di Sora. Il nonno era stato luogotenente del famoso Mammone. Era stato Guardia Nazionale nel suo paese, che abbandon? all'arrivo dei piemontesi ritirandosi a Casamari. Successivamente, torn? a Sora da trionfatore.

Dopo la vittoria di Bauco (Bovelle Ernica), continu? a combattere contro i piemontesi del colonnello Quintili, e si rifugi? nello Stato Pontificio. Era un contadino, ma non aveva mai perduto la vocazione militare. Si fece fare un'uniforme da generale, con galloni d'oro, bottoni, speroni, e scudiscio.

Della sua banda, alcuni indossavano uniformi francesi comprate nel ghetto di Roma, altri indossavano l'uniforme da cacciatori dell'esercito Borbonico, altri vestivano semplicemente da contadini, da ciociari. Esercitava un vero fascino.

L'abbigliamento era pittoresco: cappello di feltro nero con piuma bianca, tunica nera serrata alla vita da sciarpa di seta rossa, spadone alla castigliana. Non era malvagio, annota Monnier, ma poneva a riscatto i proprietari e speculava sul re che serviva. Aveva molta simpatia per Garibaldi, specialmente quando questi si irritava con i piemontesi, e come Garibaldi, sapeva ben utilizzare il pittoresco per guadagnare popolarit?.

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Si autonomin? Luogotenente Generale

di Ludovico Greco - "PIEMONTISI, BRIGANTI E MACCARONI " Guida, Napoli, 1975

Ad ogni viaggio cresceva: in grado. Si nomin? dapprima capitano, poi colonnello, poi generale, poi luogotenente generale. Tutte le sue fanfaronate non erano ingenuit?, ma artifizi. Inviava intimazioni ai Piemontesi per mostrarle poi ai comitati borbonici.

Evidentemente egli ne imponeva, a coloro che gli davano delle piastre, perch? null'altro ha fatto se non che raccoglier bottino. Temeva le palle: lo ripeto, non era n? un partigiano, n? un brigante. Partigiano ? un eufemismo, brigante un'iperbole.

Non era che uno speculatore, che poneva a riscatto i proprietari e che sovra tutto speculava sul re che serviva. Alla perfine non era malvagio. Gli si condussero un giorno due carabinieri piemontesi: non li impicc?, anzi li colm? di cortesie, e offr? loro anche del caff?, che mand? a rubare nel paese vicino. Bevuto che ebbero il caff?, propose loro di arruolarsi al servizio di Francesc? II o del Papa. Dietro il rifiuto di essi, li lasci? liberi, ritenendo le loro uniformi.

All'indomani rientrarono a Sora vestiti da contadini, latori di una carta preziosa, di cui non riproduco l'ortografia: "A tutte le autorit? civili e militari. Lasciate passare questi due contadini" Firmato Il generale CHIAVONE.

Gli atti di crudelt? commessi dalla sua banda non sono a lui imputabili. Io non conosco che una sola esecuzione da esso ordinata. Avea rubato de' muli a un proprietario: offr? di rendergli contro una somma di danaro: il proprietario non invi? la somma. Allora egli riun? un consiglio di guerra. I muli condannati a morte subirono immediatamente la pena.

I chiavonisti tirarono sopra di essi 17 volte, gridando ad ogni scarica Viva Francesco II, Viva Chiavone! La mania di Chiavone ? d'imitar Garibaldi. - Si d? aria di dittatore, ha conservato il suo pittoresco costume, i sandali, il cappello di feltro, l'abito, la sottoveste, i pantaloni di velluto, la cravatta rabescata, la sciarpa rossa, la cintura adorna di pugnali e di pistole.

Gli mancano per? alcune qualit?, prima l'ardire, poi il disinteresse, e finalmente l'ortografia. Chiavone non era molto pericoloso, e l'importanza che gli si ? voluto attribuire, anche ne' giornali liberali di Francia, ha sempre fatto ridere i Napoletani.

Si ingannano a partito coloro che affermano che egli fosse il generalissimo degli insorti, in queste provincie. Le bande non hanno giammai operato di concerto, n? hanno avuto l'apparenza di essere d'accordo, salvo una volta, forse alla fine di luglio. Ma non vi siam giunti ancora. Lo stesso consigliere Ullua (il solo uomo politico che sia rimasto presso Francesco II) se ne lagnava in una lettera confidenziale.

Tutti questi, uomini erano riuniti dal caso in corpi indipendenti l'uno dall'altro; tutti questi corpi avevano capi separati, che seguivano la loro propria volont?. Chiavone ha fatto parlar molto di s?, perch? ? rimasto in continua comunicazione con Roma, ove pubblicava i suoi bollettini e i suoi ordini del giorno. Gli altri relegati nelle, montagne dell'interno, non erano conosciuti che in Napoli, che si studiava di non esagerare le loro imprese: eppure furono ben piu' coraggiosi e pericolosi di Chiavone.

Marc Monnier: Notizie storiche documentate sul brigantaggio nelle province napoletane, Firenze, 1862

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a Luigi Alonzi?detto CHIAVONE

??? Chiavone, il cui vero nome era Luigi Alonzi, era nativo di Sora. Il nonno era stato luogotenente del famoso Mammone. Era stato Guardia Nazionale nel suo paese, che abbandon? all'arrivo dei piemontesi ritirandosi a Casamari. Successivamente, torn? a Sora da trionfatore.

Dopo la vittoria di Bauco (Bovelle Ernica), continu? a combattere contro i piemontesi del colonnello Quintili, e si rifugi? nello Stato Pontificio. Era un contadino, ma non aveva mai perduto la vocazione militare. Si fece fare un'uniforme da generale, con galloni d'oro, bottoni, speroni, e scudiscio. Della sua banda, alcuni indossavano uniformi francesi comprate nel ghetto di Roma, altri indossavano l'uniforme da cacciatori dell'esercito Borbonico, altri vestivano semplicemente da contadini, da ciociari. Esercitava un vero fascino.

L'abbigliamento era pittoresco: cappello di feltro nero con piuma bianca, tunica nera serrata alla vita da sciarpa di seta rossa, spadone alla castigliana. Non era malvagio, annota Monnier, ma poneva a riscatto i proprietari e speculava sul re che serviva. Aveva molta simpatia per Garibaldi, specialmente quando questi si irritava con i piemontesi, e come Garibaldi, sapeva ben utilizzare il pittoresco per guadagnare popolarit?.

da: Giovanni De Matteo "Brigantaggio e Risorgimento - leggittimisti e briganti tra i Borbone e i Savoia"" Alfredo Guida Editore, Napoli, 2000

Pontelandolfo PDF Stampa E-mail

Pontelandolfo

tratto da "L'Eccidio di Pontelandolfo e Casalduni"

di Antonio Ciano

?

Era l?alba del 1? agosto dell?anno 1861. A Pontelandolfo si avvertiva nell?aria odore di fermento. I poveri raccolti non bastavano pi? a pagare le tasse ed i balzelli imposti dalle autorit? piemontesi. I contadini avevano assistito increduli alle gesta del generale Garibaldi. Ben presto si erano resi conto che stava dalla parte dei borghesi, dalla parte dei signorotti. Gli eccidi di Bronte, Niscemi e Regalbuto l?avevano detta lunga sulla sua appartenenza di classe a da che parte stava.

I pontelandolfesi erano stanchi delle razzie piemontesi, della guardia mobile, dei loro notabili. Le nuove disposizioni del giugno 1861 circa la coscrizione di leva avevano agitato ancora di pi? le acque. I giovani preferirono la macchia al nuovo padrone piemontese, preferirono gli stenti, i sacrifici, la morte. Il popolo rimpiangeva i tempi in cui governavano i Borbone

L?arciprete Don Epifanio De Gregorio assieme ad una moltitudine di attivisti borbonici manteneva i contatti con i contadini, sapeva infondere loro la speranza di un domani migliore in quanto con il prossimo ritorno di Re Francesco si sarebbe ristabilito il vecchio ordine. Finalmente ci si poteva organizzare attorno ai partigiani che stazionavano sui monti e cacciare i liberali dissacratori di chiese e saccheggiatori di beni.

Nonostante il servizio al corpo di guardia fosse stato rinforzato, il giorno 2 agosto, il partigiano Gennaro Rinadi detto Sticco, si present? al sindaco Melchiorre consegnandogli una missiva su cui c?era scritto che il sergente dei regi Marciano, comandante della brigata partigiana Fr? Diavolo, chiedeva al primo cittadino 8.000 ducati, due some di armi e viveri entro 48 ore, altrimenti avrebbe messo a ferro e fuoco le case dei traditori liberali. Tale somma doveva essere consegnata al latore del biglietto.

Chiamato dal sindaco, il 3 agosto giunse in paese il colonnello della Guardia Nazionale De Marco a capo di una colonna di 200 mercenari. Una cinquantina di guardie chiusero l?entrata della piazza mentre gli altri cominciarono a razziare le case dei pontelandolfesi. Ma era rimasto ben poco da rubare, la gente era affamata. Venne saccheggiata anche la chiesa di San Rocco dove De Marco e i suoi mercenari avevano preso alloggio.

Durante la notte tra il 4 ed il 5 agosto le montagne che cingevano Pontelandolfo brulicavano di partigiani: i fuochi accesi erano tantissimi e davano coraggio alla popolazione, scoramento e paura ai liberali.

Il colonnello garibaldino De Marco inquieto diede ordine alla sua colonna di prepararsi ad abbandonare il paese.

Il 6 agosto emissari di Don Epifanio raggiunsero al galoppo l?accampamento di Cosimo Giordano per invitare i partigiani regi in chiesa a ringraziare il Signore.

La brigata Fr? Diavolo composta da circa trenta partigiani, dopo l?azione di guerriglia di San Lupo si diresse verso Pontelandolfo. Il paese era in festa per la fiera di San Donato in pieno svolgimento. Tutti aspettavano con impazienza l?arrivo dei loro eroi, l?arrivo dei partigiani regi comandati da Cosimo Giordano

Il 7 agosto mentre il campanile rintoccava la quinta ora pomeridiana, la brigata d?eroi giunse in paese tra ali di folla in festa. L?arciprete Don Epifanio de Gregorio cominci? a lodare il signore con il Te Deum per ringraziare Francesco II. I guerriglieri, seguiti da oltre tremila popolani, si diressero verso il Corpo di Guardia, disarmarono i pochi ufficiali rimasti e lo devastarono. I quadri di Vittorio Emanuele II e di Garibaldi furono ridotti in mille pezzi, le suppellettili furono messe sottosopra. La bandiera tricolore fu staccata e dal panno bianco si strapp? lo stemma sabaudo. Il popolo eccitato, come ubriacato dall?avvenuta libert?, urlava, gridava la propria gioia.

Angelo Tedeschi da San Lupo, ritenuto essere la spia dei piemontesi, fu scovato rannicchiato nella sua stalla, sotto il fieno, e freddato con un colpo di fucile da Saverio Di Rubbo. Nella bolgia, un colpo vagante colp?, ferendolo, Pellegrino Patrocco, eremita di Sassinoro, ed un altro colp? in casa sua, uccidendolo, Agostino Vitale.

L?esattore Michelangelo Perugini, liberal massone e reo di aver spremuto e ricattato i contadini, fu ammazzato e la sua casa bruciata. Il popolo poteva sfogare la propria rabbia repressa da un anno di sudditanza totale, di dittatura, di terrore, di ruberie, di violenze subite e mal celate.

Cosimo Giordano ed il suo vice, seguiti dal popolo, si diressero verso la casa Comunale, ove distrussero i registri dei nati per evitare la chiamata alle armi dei giovani di Pontelandolfo in caso che i piemontesi avessero rimesso i piedi nel paese. La bandiera tricolore fu bruciata sul balcone e al suo posto venne issata quella borbonica. I prigionieri furono liberati dal carcere. Venne istituito un governo provvisorio. Pontelandolfo, dunque, era diventata il centro della reazione borbonica nel Sannio. Guerriglieri dei paesi limitrofi, specialmente quelli di Casalduni e di Campolattaro, erano venuti ad ingrossare la banda di Giordano per tenere alto l?onore del Regno delle Due Sicilie e di Francesco II.

Il 9 agosto, trenta partigiani furono scelti per attaccare la carrozza postale che ogni giorno passava per la provinciale, portando qualche passeggero e i soldi che servivano alle spese della truppa e degli impiegati piemontesi. Soldi e balzelli che il governo di Torino esigeva dalle popolazioni, che dovevano persino pagare la famosa tassa di guerra. Non vi fu alcuna azione cruenta, a tutti i passeggeri furono rubati solo i soldi ed i loro preziosi. Intanto Cosimo Giordano fece fucilare Libero D?Occhio dopo un processo sommario che lo riconobbe spia dei piemontesi e traditore della patria.

La bandiera gigliata sventolava sui pennoni pi? alti. Con i soldi sequestrati dai partigiani furono sfamate le famiglie che pi? avevano bisogno. Al Comune si distribuiva il pane, i muri delle case erano tappezzati di manifesti inneggianti alla rivolta contro i piemontesi e le strade piene di volontari. I manifesti affissi durante la notte dai partigiani della banda Giordano riportavano il proclama del Comandante in Capo Chiavone

Su ordine del Generale Cialdini il 13 agosto part? da Benevento una colonna di bersaglieri, tutti tiratori scelti, comandata dal Generale Maurizio De Sonnaz, detto Requiescant per le fucilazioni facili da lui ordinate e per il massacro di parecchi preti e l?attacco ad abbazie e chiese. Il generale piemontese era a capo di novecento bersaglieri assassini e criminali di guerra. Il colonnello Negri procedeva a cavallo, con al suo fianco il garibaldino del luogo de Marco e due liberali pure del posto a far da guida ai cinquecento bersaglieri, che costituivano la colonna infame che stava dirigendosi verso Pontelandolfo. Un?altra colonna di quattrocento bersaglieri si stava portando verso Casalduni.

Era l?alba del 14 agosto. Gli ordini di Cialdini erano precisi: Pontelandolfo doveva pagare con la morte la sfida fatta al potente Piemonte.

La banda di Cosimo Giordano bivaccava a circa un chilometro dal paese, nella selva, tra i monti presso la localit? Marziello. I partigiani avvertiti dai pastori, s?erano appostati per tendere un agguato ai piemontesi, ma erano solo cinquanta. Una scarica di pallottole colse di sorpresa i bersaglieri. Tutti scesero da cavallo, qualcuno cadde morto, altri furono feriti, altri ancora risposero al fuoco, ma era ancora buio e la selva copriva le ombre dei partigiani borbonici, i quali continuavano a sparare sul mucchio, alla cieca, non potendo mirare giusto data l?ora mattutina.

La sparatoria dur? pochi minuti, ma fu feroce e ravvicinata. Gli uomini di Giordano, avvantaggiati dall?effetto sorpresa vedendo che i bersaglieri prendevano posizione di combattimento e presagendo una sconfitta, naturale, date le forze in campo, si diedero alla fuga. I bersaglieri contarono venticinque morti. Il colonnello Negri, anzich? inseguire i patrioti di Giordano, diede ordine al plotone di comporre le salme dei caduti e di proseguire la marcia verso Pontelandolfo. L?esercito piemontese circond? il paese, fucile alla mano, pronto a far fuoco. Un plotone, con il De Marco e due liberali, entr? nella citt? ad indicare le case dei settari massoni da salvare. Portata a termine l?operazione salvataggio dei settari, che non superavano la decina, i bersaglieri si gettarono a capofitto nei vicoli e nelle strade di Pontelandolfo. Erano le quattro del mattino quando ebbe inizio l?eccidio.

Le case furono incendiate. Gli abitanti, armati di roncole e forche, tentarono una sterile difesa, ma i fucili dei piemontesi ebbero inesorabilmente la meglio su di loro. Alcuni vennero stesi nella propria abitazione, altri dormienti nel proprio letto, altri mentre fuggivano. Qualcuno riusciva ad oltrepassare la porta di casa ma veniva abbattuto sull?uscio senza piet?. Grida, urla, gemiti dei feriti, pianti dei bambini. Pontelandolfo fu messa a ferro e fuoco. Tutto il paese bruciava. Nicola Biondi, contadino sessantenne, fu legato ad un palo della stalla da dieci bersaglieri, i quali denudarono la figlia Concettina, di sedici anni, e tentarono di violentarla. Ma la ragazza difese strenuamente l?onore. Dopo un?aspra colluttazione, sanguinante cadde a terra esanime. Una scarica micidiale di pallottole abbatt? il padre Nicola. Decine e decine erano i cadaveri disseminati nei vicoli, nelle strade, nelle piazze. Alle ore sei met? paese era in fiamme, mentre i bersaglieri continuavano la mattanza.

Ancora uccisioni, stupri, fucilate, grida, urla. I vecchi venivano fucilati subito e cos? i bambini che ancora dormivano nei loro letti. Dopo aver ammazzato i proprietari delle abitazioni, le saccheggiavano: oro, argento, catenine, bracciali, orecchini, oggetti di valore, orologi, pentole e piatti. Il sangue scorreva a fiumi per le strade di Pontelandolfo. Prima ad essere saccheggiata fu la chiesa di San Donato, ricca di ori, di argenti, di bronzi lavorati, di voti, persino le statue dei santi furono trafugate. Il saccheggio e l?eccidio durarono l?intera giornata del 14 agosto 1861. Donne seminude, sorprese mentre dormivano, cercavano scampo fuggendo; ma, se vecchie, venivano subito infilzate, se giovani ed avvenenti, venivano violentate e poi uccise. I morti venivano accatastati l?uno sull?altro. Chi non riusciva a morire subito doveva anche sopportare la tortura del fuoco, che veniva appiccato sopra i cadaveri con legna secca e fascine fatte portare l? da giovani sotto la minaccia delle baionette.

Dopo ore di stragi, di eccidi, di massacri, di ruberie, il generale De Sonnaz fece suonare l?adunata ed il ritiro della colonna infame. Al suono del trombettiere tutti si ritirarono. Inquadrati sull?attenti al cospetto del generale De Sonnaz e del colonnello Negri, si diressero verso Benevento, ove il giorno dopo, nei loro alloggiamenti, mercanteggiarono tutto il bottino sacro profanato.? Il laconico messaggio del colonello Negri, di passaggio da Fragneto Monforte, recitava:

"e non aspettava altro che il momento in cui la rabbia di un anno di vessazioni sarebbe esplosa.che stava combattendo la guerra santa contro gli infedeli piemontesi. che operava tra la Ciociaria e gli Ausoni".

Truppa Italiana Colonna Mobile ? Fragneto Monforte l? 14 Agosto 1861 ore 7 a.m. Oggetto: Operazione contro i Briganti: Ieri mattina all?alba giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casalduni. Essi bruciano ancora. Il sergente del 36? Reggimento, il solo salvo dei 40, ? con noi. Divido oggi le mie truppe in due colonne mobili; l?una da me diretta agir? nella parte Nord ed Est, l?altra sotto gli ordini del maggiore Gorini all?Ovest a Sud di questa Provincia la quale pure, come pi? prossima a Benevento, dovr? tenere frequenti comunicazioni colla S.V. Informi di ci? il Generale Cialdini ed il Generale Pinelli. Il Luogotenente Colonnello Comandante la Colonna; firmato Negri.

Per copia conforme

Al Sig.Governatore della provincia di Benevento p.s. Stasera sono a Fragneto l?Abate, ove, occorrendo pu? farmi tenere sue nuove fino alle nove di notte.

L?ennesimo truculento eccidio era stato portato a compimento con forsennata ferocia e senza piet? alcuna verso una popolazione inerme, fiera del suo Re Borbone, fiera della sua dignit?, fiera della sua libert?, fiera della sua storia ultrasecolare, fiera di essere italiana, fiera della sua religione.

Sergente Romano PDF Stampa E-mail

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